Mercoledì, 15 Aprile 2020 16:35

La Solitudine un limite o un’opportunità? Spunti di riflessione a partire dal film “Adaline – L'eterna giovinezza”

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COVID-19: L’opportunità della solitudine

“Devi fare attenzione: sono i dettagli che fanno la differenza.”

Inizia così, in uno dei primi fotogrammi, Adaline: l’eterna giovinezza, e da subito, appare evidente il richiamo al potere evocativo del ricordo, dell’essenziale. La tematica del tempo, inserita in un contesto romantico, vede al centro della pellicola una figura femminile che attraversa i decenni senza mai cambiare aspetto, ma pagando un prezzo altissimo per la propria vita. La solitudine. Nata il 1° gennaio 1908, Adaline, sposa un ingegnere e nel 1932 dà alla luce la sua prima figlia. Vittima di un incidente d’auto nel ’35, sopravvive miracolosamente all’impatto ottenendo in cambio l’immortalità. Da quel giorno Adaline, non invecchierà mai. Avrà sempre 29 anni. Obbligata a vivere un eterno presente attraversa i decenni, cambia identità ogni sette anni (senza cambiare mai), trasferendosi un po’ ovunque negli Stati Uniti. Custodisce gelosamente il suo segreto, tranne con la figlia, che continua a invecchiare, attenta a non intraprendere relazioni destinate a finire e moltiplicando così la sua sofferenza.

 

La Solitudine un limite o un’opportunità?

Solitudine, sofferenza, tempo, relazioni, parole che oggi risuonano con un impatto fortissimo viste le limitazioni. Ma perché echeggiano in maniera così sorda?

La solitudine può essere considerata come “l’esperienza di sentirsi separato dagli altri”. Un senso di estraneità, non condivisione. È uno stato d’animo che può riguardare tutti, in qualche fase della vita, e ogni età ha la sua solitudine. Tuttavia, la solitudine, è si una grande sofferenza, ma allo stesso tempo una grande risorsa, un’opportunità. Ritirarsi in solitudine è un modo fisiologico di rigenerarsi, è questa l’opportunità che potremmo cogliere. Grazie alla scoperta o alla riscoperta di parti di sé, si trovano le risorse per ripartire. Nella vita moderna, frenetica, che abbiamo seguito fino ad ora, ritmi spazi e obiettivi erano poco naturali, tuttavia ci siamo adattati ad un costo molto alto da un punto di vista sociale e personale. Abbiamo affinato la paura della solitudine, la paura di ritrovarsi da soli con se stessi, con le proprie emozioni, con una conseguente difficoltà a stabilire un dialogo interiore.

Bauman afferma che quando si evita a ogni costo di ritrovarsi soli, si rinuncia all'opportunità di provare la solitudine: “quel sublime stato in cui è possibile raccogliere le proprie idee, meditare, riflettere, creare e, in ultima analisi, dare senso e sostanza alla comunicazione”. Quello che oggi ci viene offerto, in maniera forzata, è l’opportunità di rallentare, riconsiderare, ricalibrare e migliorare. La solitudine oggi può essere vista come il mezzo per essere liberi, non solo da un virus, ma dalle abitudini malsane che avevano caratterizzato la nostra vita precedente.

 

La libertà di oziare

Imprigionati in un castello di doveri e appuntamenti, il lavoro è la nostra fortezza e il quadro all’interno è tutta una prestazione. Ma dove sono finite le sfumature? Dov’è finito il tempo libero? La ventiquattrore ci ha accompagnato anche fuori dall’ufficio, fissiamo appuntamenti per ogni cosa, incluse le attività che dovrebbero essere “distensive” e questo, ha come conseguenza l’esaurimento. Quando corpo e mente decidono di non collaborare, insorge il burn out ovvero l’esaurimento totale, oppure la hurry sickness, la malattia dell’essere sempre di corsa, che porta il nostro cuore ad ammalarsi e nei casi più estremi a subire un infarto.

 

L’ozio è libertà.

La nostra vera prigione non è la quarantena, cui oggi siamo obbligati, ma l’attività organizzata continua e costante che sino ad oggi abbiamo strutturato e la sua voce interiore fatta di velocità e prestazione. Sulla prestazione molti hanno costruito l’immagine di sé. Diligenti e produttivi come tante formichine, siamo diventati dipendenti dai nostri sensi che pretendono consumo, e l’astinenza, combinata all’invisibilità, all’imprevedibilità del virus, alimenta la paura. Abbiamo paura di rimanere soli con noi stessi, in silenzio con i nostri pensieri.

Abbiamo paura di sentirci diversi dagli altri, ci sentiamo non compresi e spesso capita, che la coppia e la famiglia siano i luoghi in cui si sperimentano i più forti sentimenti di solitudine.

Sentirsi incompresi dal partner o dai genitori, è tra le sensazioni più dure e comuni da sopportare, è come se, pur vivendo nello stesso ambiente si avessero linguaggi e tempi così diversi da farci sembrare abitanti di mondi lontani. Bene, è tutta una questione di tempo. Se due o più persone riconoscono, ciascuna, la temporalità dell’altra, possono stabilire un dialogo e da li ripartire.

Secondo Guidano (1999) l’uomo fa parte della natura, ma si sente diverso dagli altri organismi. Il sentimento di solitudine nascerebbe proprio da qui. in un’ottica filogenetica, questa separatezza cosmica avrebbe creato le condizioni per le origini dell’amore che nascerebbe proprio come sostegno al senso di solitudine degli esseri umani.

Alla luce di queste nuove consapevolezze, quelle che fino ad oggi erano presenze/assenze, ora possono essere trasformate in antidoto, diventando tempo per la condivisione. Condivisione: di stati d’animo, esperienze, progetti. Il non fare niente, soli o in famiglia, è un’arte da apprendere, e noi abbiamo appena ricevuto un regalo: il tempo per oziare. David Kundtz, scrittore e maestro di meditazione americano, sostiene che non fare niente in realtà al suo interno qualcosa di molto grande…consente di realizzarsi.

Quando sappiamo quello che vogliamo e seguiamo i nostri precisi valori non rischiamo di perderci. Nel grande schermo della vita, come attori protagonisti della stessa, ci sono molte cose che non capiamo, pertanto, l’unico modo per comprendere è cercare risposte nello spazio dei nostri pensieri. Guardare Adaline è un po’ come guardare noi, oggi, nel tempo del COVID19.

La sensazione è quella di ritrovarsi in una bolla temporale, in cui siamo spettatori, confusi, con una percezione del tempo alterata e un’attenzione focalizzata, dove abbiamo finalmente il tempo di pensare alla nostra vita, a quello che è stato e quello che non ha potuto essere e a quello che potremmo fare per rimediare.

Una visione non fine a se stessa ma intesa come processo di scoperta e conoscenza, che ci porta a ricostruire, migliorandolo, fotogramma per fotogramma il film che ognuno di noi attraverso la propria percezione della realtà ha provato a comporre. Prendetevi un’ora, in queste 24 che state cercando di impegnare, sedetevi in un posto tranquillo, e guardate, osservate come in questa immobilità, gli altri lavorano.

Non pensate a cosa fareste voi, a come migliorereste l’attività, rimanete distaccati, dissociatevi e per una volta sentitevi parte di un processo lavorativo, senza essere produttivi. Provate, la mente imparerà molte cose e il corpo grato si rilasserà.

Mi piace l’idea di concludere, citando le parole di Rovelli (2014) che ben spiega le curiosità dell’uomo, il suo complicato rapporto con il tempo e con la solitudine. "Per natura amiamo e siamo onesti. E per natura vogliamo sapere di più. E continuiamo a imparare. La nostra conoscenza del mondo continua a crescere. Ci sono frontiere, dove stiamo imparando, e brucia il nostro desiderio di sapere. Sono nelle profondità più minute nel tessuto dello spazio, nelle origini del cosmo, nella natura del tempo, nel fato, nei buchi neri, e nel funzionamento del nostro stesso pensiero. Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo, e ci lasciano senza fiato" (Rovelli. C., pg 85)

 

 

Bibliografia:

  • Z. Bauman, La solitudine del cittadino globale, Milano, Feltrinelli, 2000
  • V. Guidano, La complessità del sé, Bollati Boringhieri 1999.
  • D. Kundtz, Quiet Mind: One Minute Mindfulness, Conari 2002
  • Rovelli C, L’ordine del Tempo, Adelphi 2014
  • L.J. Seiwert, E adesso fermati: Impara l’arte di vivere senza fretta, Speringer &Kupfer 2005

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