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Ipocondria: dal corpo immaginato al corpo sentito.

Spunti di riflessione a partire dal film “Maledetto il giorno che t’ho incontrato”

Ansia, panico, fobie, ipocondria insieme ad un profondo senso di insicurezza e instabilità umorale affliggono Bernardo e Camilla, due perfetti sconosciuti che incrociano il loro destino sul pianerottolo dello psicoanalista che hanno in comune, di cui Camilla si è invaghita. È con maestria che Carlo Verdone ci rappresenta, non mancando talvolta di esasperazione e iperbole, le difficoltà che i protagonisti vivono proprio a causa dei sintomi da cui sono affetti. Accompagnati da un magico sacchetto di farmaci tra i più efficaci in commercio, Bernardo e Camilla, cominciano a conoscersi fino a diventare amici e a sentirsi sempre più vicini, non senza momenti di conflittualità. Non solo ansia e ipocondria accomunano i due, ma anche un profondo e ricercato tentativo di autorealizzarsi. Camilla, attrice di teatro, cerca di affermarsi nel mondo dello spettacolo, mentre Bernardo, critico rock, è alla ricerca, nello scrivere la biografia di Jimi Hendrix, dello scoop della sua vita. I due in realtà non si piacciono subito, ma l’insistenza di Camilla fa sì che gradualmente tra loro si stabilisca una inequivocabile e reciproca sintonia, basata proprio sulla possibilità di sentirsi rispecchiati nelle loro paure, ansie, fobie, ipocondrie.

È partendo da questa narrazione cinematografica che poniamo la nostra attenzione su ciò che caratterizza in particolare l’ipocondria, nel tentativo di dare il giusto spessore ad una sofferenza psicologica che il più delle volte viene sottovalutata, mal diagnosticata e talvolta presa poco sul serio.

Nulla di più attuale, d’altronde come l’ipocondria, in un periodo in cui la paura di essere esposti al contagio da coronavirus continua ad aleggiare.

 

Che cos’è l’ipocondria?

Il termine ipocondria deriva dal greco e in particolare dal suffisso “hypo” sotto e “chondros” sterno, ovvero sotto lo sterno. Da qui la pratica della medicina ippocratica di curare l’ipocondria come un malessere dello stomaco e della mente che era responsabile non solo di problemi digestivi, ma anche di grande melanconia. Non è casuale la connessione tra stomaco ed emozioni, e di come oggi sempre di più le ricerche definiscano lo stomaco e l’intestino come il nostro secondo cervello. Ebbene sì, è proprio di sensazioni ed emozioni poco consapevoli che parliamo quando siamo in presenza di ipocondria.

Il DSM-V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali quinta edizione) descrive il disturbo come caratterizzato dall’eccessiva preoccupazione di avere o poter contrarre una grave malattia, in cui i sintomi possono non essere presenti oppure se presenti lo sono in forma lieve. L’aspetto centrale è che il soggetto è affetto da un elevato livello d’ansia riguardante il suo stato di salute, per il quale si allarma facilmente. Ciò porta a due tipi di comportamento:

  1. soggetti con richieste continue di visite mediche e accertamenti, i quali il più delle volte non riescono a calmierare l’ansia,
  2. soggetti che, nonostante siano fortemente preoccupati per la propria salute fisica, evitano l’assistenza medica ed eventuali accertamenti nel tentativo di non avvalorare il timore di essere affetti dalla presunta malattia.

Molto spesso troviamo l’ipocondria associata ad ansia, attacchi di panico, fobie, se non anche a disturbo ossessivo-compulsivo. In questi casi non solo il quadro clinico è più complesso, ma molto spesso i soggetti che ne sono affetti, vivono profonde limitazioni nella loro vita e sono considerati “esagerati”, “eccessivi”. Ciò che difficilmente trapela è la loro reale sofferenza, legata, come vedremo, non solo alla paura di contrarre una malattia.

 

Elementi importanti nell’ipocondria

a. Attaccamento

Cominciamo parlando del possibile attaccamento che il soggetto ha avuto sin dalla primissima infanzia. Bisogna considerare che l’attaccamento relazionale con la figura genitoriale di riferimento rappresenta la “base sicura” che fa sentire il bambino accudito, compreso nei bisogni fisici ed emotivi e gradualmente lo rende pronto e sicuro a distaccarsi per esplorare il mondo esterno. Quando invece la figura genitoriale fa fatica a sintonizzarsi con i bisogni primari ed emotivi del bambino, mostrandosi o poco attenta o eccessivamente preoccupata, il bambino iperattiva il sistema di attaccamento, mostrandosi poco propenso a separarsi da quest’ultima per muoversi ed esplorare l’ambiente esterno. Tutta la sua attenzione è concentrata sulla possibilità di avere attenzioni, aumentandone l’intensità ogni volta che sente la minaccia di perdere l’interesse dell’altro. Il corpo e il sintomo corporeo in questi casi, diventano centrali, data non solo la difficoltà della figura di riferimento di fronte al sintomo del figlio di soddisfare le richieste di cura concrete, ma soprattutto la fatica di rispecchiarne i bisogni emotivi, rassicurandolo della sua presenza e delle possibilità di guarigione. La loro relazione si sposterà tutta su un versante corporeo, diventando bambini bisognosi di cure ed emotivamente dipendenti dall’altro.

Bisogna considerare che lo schema di attaccamento strutturato durante l’infanzia continua a permanere nell’individuo, nonostante con la crescita e le successive esperienze di vita e relazionali essi possano subire modifiche, volgendo in alcuni casi verso uno stile relazionale sicuro e maggiormente in grado di muoversi nel mondo. In alcuni casi lo schema d’attaccamento insicuro riemerge nei momenti di stress oppure in altri casi lo schema d’attaccamento non subisce modifiche, anzi si cristallizza rendendo difficile il momento della separazione dalla figura di riferimento e soprattutto i successivi rapporti.

 

b. Un corpo “non sentito”, ma sintomatologico

Il corpo diventa centrale, ma è un corpo “non sentito”, piuttosto “pensato”, “fantasticato” nelle sue forme più temibili.

L’ascolto del proprio corpo è volto alla possibilità di “avere il pieno controllo” su se stesso e su una possibile sintomatologia corporea, nella piena illusione di poter prevenire, scongiurare possibili malattie.

Come abbiamo visto, parlando dell’attaccamento alle figure genitoriali, la difficoltà di ascolto del proprio sentire corporeo parte dall’infanzia. Salonia (2014), psicoterapeuta della Gestalt, dice: “quando il bambino nel suo corpo che cresce, avverte la tensione del sentire, ovvero l’intensificarsi del ritmo respiratorio che dà forma alle emozioni, ha paura e cerca un corpo che lo accolga, un corpo che attraverso il contenimento, dia al suo corpo il coraggio che lo rende integro. Se questo accade, il bambino imparerà ad avere fiducia nelle sensazioni corporee, nelle emozioni, e avrà appreso che esse portano la pienezza relazionale e personale. Se il corpo del bambino non “trova” il corpo dell'adulto (perché assente o impaurito), allora la paura normale delle proprie sensazioni si trasforma in terrore, diventa fobia: si blocca il respiro che andava ad aprirsi, i muscoli si tendono e viene chiuso ogni varco all'energia emozionale” (pp. 561).

 

c. L’azione come processo identitario

La difficoltà è proprio quella di rimanere in contatto con l’energia che emerge dal corpo, senza la fantasia di un corpo che va in frantumi e senza l’ossessione dalla paura di contrarre una malattia. “Le ossessioni sono pensieri, impulsi o immagini a carattere invasivo e ripetitivo che si presentano alla mente non voluti, incontrollabili da parte dell'individuo. La loro funzione sembra essere quella di controllare l'energia e le sensazioni che il corpo inizia ad avvertire e di cui si impaurisce perché le sente come incontenibili spinte ad azioni distruttive. È il rischio dell’agire che si vuole controllare: l'azione, infatti, è rischiosa perché si può sbagliare, si può fare del male, e rende responsabili in prima persona. (Salonia, 2014, pp. 564). Ma è proprio nell'azione che è possibile dare corpo al proprio sentire facendo sì che essa divenga “il luogo in cui l'unicità della persona si esprime in modo irreversibile, diventa visibile al mondo intero e traccia le linee dell'identità” (Salonia, 2014, pp. 565).

 

In un ipotetico percorso terapeutico per superare l'ipocondria due passaggi risultano fondamentali:

  1. dare ascolto alle sensazioni ed emozioni a partire dal corpo
  2. dare corpo alla propria azione e al proprio sentire

In un processo dal basso verso l’alto, dal corpo ad una mente maggiormente consapevole, è possibile recuperare un maggior senso di fiducia nei confronti di un corpo che sente e si emoziona, piuttosto che un corpo che dà sintomi e paure. È possibile, inoltre, ristabilire anche la graduale possibilità di costruire dentro di sé quella base sicura mancata, ma fondamentale per sentirsi liberi di muoversi e agire nell'ambiente esterno e nella relazione con l’altro.

Non servono azioni o progetti di successo, come Bernardo e Camilla per gran parte della loro vita hanno cercato di fare, quanto di azioni incarnate nel proprio corpo, sentite nella propria interezza, pienamente nutrienti.

In questo modo l’attenzione è pronta per volgere finalmente lo sguardo dal proprio corpo concepito inizialmente fragile e cagionevole, ad un corpo che può cominciare a desiderare ciò che è presente nell'ambiente esterno, ma anche e soprattutto a desiderare il corpo dell’altro.

Cruciale da questo punto di vista il momento in cui Bernardo si accorge di essere innamorato di Camilla ed è pronto a rinunciare, non solo allo scoop tanto atteso che l’avrebbe reso famoso, ma anche alla donna con la quale aveva costruito un rapporto di dipendenza.

James Hillman (1997), nel suo libro il codice dell’Anima, dice “esiste un motivo per cui la mia persona, che è unica e irripetibile, è al mondo, e che esistono cose alle quali mi devo dedicare al di là del quotidiano e che al quotidiano conferiscono la sua ragion d’essere; la sensazione che il mondo, in qualche modo, vuole che io esista, la sensazione che ciascuno è responsabile di fronte a un’immagine innata, i cui contorni va riempiendo nella propria biografia (pp.18-19).

Bibliografia

Hillman J., Il codice dell’anima, Adelphi, Milano, 1997.

Salonia G., La psicoterapia della Gestalt con gli stili relazionali fobico ossessivo-compulsivi, in La Psicoterapia della Gestalt nella pratica clinica. Dala psicopatologia all’estetica del contatto, Francesetti G., Gecele M., Roubal J., Franco Angeli, Milano, 2014. Verardo A. R., Attaccamento traumatico: il ritorno alla sicurezza. Il contributo dell’EMDR nei

Come affrontare e gestire l'isolamento sociale

“Sono solo un adolescente e mai avrei pensato di non uscire con i miei amici per tutto questo tempo”…

E’ questo l’incipit di una lettere scritta da un adolescente ai tempi del Covid 19, una lettera dove si susseguono diverse emozioni, confusi pensieri e nuove esperienze. Una lettera probabilmente molto rappresentativa dello stato emotivo di tanti adolescenti che fanno i conti con questa emergenza e con le fatiche che essa comporta.

Tutti noi ci siamo trovati a dover affrontare stravolgimenti del nostro quotidiano, si tratta di una situazione nuova ed inedita per tutti e questo può far sentire ansiosi, isolati e amareggiati.

 

Tecnologia: risorsa fondamentale, ma attenzione ai rischi

Come oramai tutti sanno l’adolescenza è un periodo difficile, ed essere un adolescente al tempo del Covid19 è di gran lunga faticoso, ma al contempo può essere anche una grande sfida. Vediamo insieme perché.

La tecnologia, in questo momento, sta garantendo un senso di comunione e di solidarietà e sta veicolando messaggi molto positivi e di speranza. Dunque l’uso delle tecnologie digitali si presenta come un’opportunità per promuovere il mantenimento delle relazioni sociali particolarmente importanti in questa fase della vita degli adolescenti.

E come si sa, su questo uso delle tecnologia, molti adolescenti sono stati, da sempre, tanto “esperti” ed “iperconnessi”. Noi adulti abbiamo spesso detto che gli adolescenti odierni sono una “generazione digitale”, e se oggi in questa emergenza possono sembrare meno in difficoltà rispetto alla realtà virtuale, e più facilitati a stare in relazione con il mondo fuori da casa, ciò non vuol dire che non risentano emotivamente degli effetti di questa emergenza. Possono essere connessi con il mondo fuori, con la scuola, con gli amici, essere online tantissime ore al giorno ma vivono comunque un isolamento sociale dato dalla mancanza di relazioni giocate in presenza dell’altro, sperimentano un vuoto dato dall’assenza di svaghi e dal gruppo dei pari.

Il rischio per gli adolescenti, impossibilitati a uscire e quindi a passare il proprio tempo libero fuori casa, è quello di rifugiarsi in un uso smodato di smartphone e dispositivi elettronici ed incappare in quella che è stata definita“overdose digitale”, con effetti simili ad una vera e propria dipendenza da tecnologie. Nel caso in cui guardare la tv, giocare ai videogame, passare il tempo con lo smartphone, il PC o il tablet diventano le attività predominanti, possono acuire la messa in atto di stili di vita che potrebbero aumentare il rischio di sovrappeso, problemi osteoarticolari, disturbi del sonno, comportamenti aggressivi, irritabilità e difficoltà di concentrazione, attenzione e comprensione.

 

Cosa è quindi opportuno fare per affrontare e gestire l'isolamento sociale?

È fondamentale, quindi, stabilire dei limiti nell’utilizzo dei dispositivi virtuali, riconoscendone però il loro valore. E’ pertanto necessario impostare un piano giornaliero con tempi certi di condivisione e di studio in autonomia, è opportuno attivare o mantenere alcune abitudini che permettano di scandire il tempo e organizzare al meglio la giornata, come per esempio dedicarsi allo studio per il proseguo dei programmi scolastici, ascoltare musica, leggere, praticare un hobby, si possono riscoprire i rapporti con coloro che vivono con noi ma di cui sappiamo sempre meno, perché presi dalla fretta e distratti dalla tecnologia che ci circonda.

 

Perchè può essere una sfida evolutiva per gli adolescenti?

È stato chiesto anche agli adolescenti di stare a casa, di interrompere le loro relazioni esterne, di stare “imprigionati” proprio in una fase della vita che per definizione è nel fuori, dove si vive di esplorazione e di relazione. Ma per loro, dentro questo sacrificio c’è anche un allenamento alla vita, perché si stanno imbattendo nella dimensione della responsabilità e del sacrificio in maniera potente e questo rappresenta un’importante sfida evolutiva.

 

“Gestire” la noia con le proprie emozioni

Per i ragazzi, la noia di questi giorni può essere una buona occasione per imparare a stare con le proprie emozioni, imparare a “sentirsi” e a riconoscere i propri bisogni al di là di quello che viene continuamente imposto.

 

Che ruolo hanno i genitori in questo momento emotivamente così difficile anche per gli adolescenti?

I genitori sono chiamati a contenere e aiutare a gestire le eventuali difficoltà emotive dei loro figli adolescenti, filtrando le proprie angosce e instaurando comunque un dialogo fondato sull’onestà dei vissuti che essi stessi sperimentano durante questa situazione.

Alcune piccole indicazioni per un adolescente:

  1. Creati delle distrazioni e dai spazio alla tua creatività;
  2. Trova nuovi canali per rimanere in contatto con i tuoi amici;
  3. Tecnologia, si ma non troppo: si consiglia di programmare una pianificazione del tempo che si trascorre davanti agli schermi insieme ai tuoi genitori, proteggendoti così da “un'overdose digitale”;
  4. Concentrati su te stesso e trova modi innovativi per trascorrere questo nuovo tempo a disposizione: si potrebbe fare una lista di tutte le attività che si desiderano fare, cose nuove che si vorrebbero imparare, libri da leggere o audiolibri da ascoltare, possibili corsi on line da seguire in base ai tuoi interessi etc.
  5. Esterna le tue emozioni: quando ci troviamo ad affrontare emozioni difficili, l’unico modo per superarle è attraversarle. Va avanti e sii triste, e se riesci ad accettare di essere triste, allora potrai iniziare a sentirti presto meglio.

Fonti:

UNICEF

L’Organizzazione Mondiale della Sanità

Il Sole 24 ore

Askanews – Agenzia stampa nazionale

Gravidanza al tempo del COVID-19

La gravidanza rappresenta, senza dubbio, un evento che comporta modificazioni di natura sia fisiologica che psicologica richiedendo alla futura madre e, alla coppia in attesa, dei continui riadattamenti (Benedek 1956). Il caleidoscopio emotivo che una donna vive durante il periodo di gestazione mette in luce la complessità e la ricchezza di tale esperienza interiore caratterizzata da un nuovo modo di “sentire” e di “sentirsi” nel mondo (Quaglia, 1996; Brustia, Longobardi, 2003).

Questa “nuova” sensibilità attraversa tutto lo spettro delle emozioni nelle sue sfumature e ambivalenze, traducendosi, talvolta, in stati di ansia in occasione di eventi stressanti.

Nell’attuale momento storico il COVID-19 costituisce per tutti gli individui una fonte di profonda frustrazione che elicita vissuti di paura, sensazione di pericolo, vulnerabilità e impotenza.

Tali risposte emotive sono da ritenersi, in linea generale, adattive, sane e coerenti, poiché permettono agli individui di riconoscere la pericolosità di un evento e di proteggersi dai rischi ad esso correlati, adottando comportamenti consoni alla situazione. Tuttavia, nel caso della gravidanza, tali vissuti possono risultare molto pervadenti e di difficile gestione per le future madri al punto da alterare il benessere psicofisico delle stesse e, di riflesso, del feto.

Le donne possono vivere con paura, a volte terrore, il rischio di contagio rischiando di vivere con eccessiva ansia e preoccupazione una delle esperienze più trasformative e significative della vita di una donna: la gravidanza.

Stante la complessa situazione mondiale dovuta al diffondersi del COVID-19, è doveroso sottolineare che la paura è un’emozione del tutto normale, in particolare in gravidanza. Espressioni di tale emozione, come il pianto o la tristezza devono, dunque, essere riconosciute e accettate dalle future madri, tralasciando sentimenti di colpa ed inadeguatezza.

 

Arrivo di un figlio: come si riorganizza la coppia?

E’ noto in letteratura come la gravidanza comporti anche una ridefinizione del rapporto di coppia, in quanto, sia a livello reale che immaginario, è necessario includere il terzo all’interno della diade, imponendo alla stessa una riorganizzazione dell’equilibrio familiare (Minuchin, 1976). Di fatto, con l’arrivo di un figlio i futuri genitori si trovano a dover affrontare un processo di adattamento che dipende in larga misura dalla storia individuale di ciascuno e dal modo in cui si è affrontato il processo di svincolo dalla famiglia di origine.

La nascita di un figlio, soprattutto del primogenito, rappresenta senza dubbio un evento trasformativo che riguarda tutto il sistema familiare producendo innumerevoli cambiamenti; nasce infatti il sottosistema genitoriale, accanto a quello coniugale già esistente, mentre nelle famiglie d'origine dei neo-genitori si creano i ruoli di nonni e di zii. Molti accordi stabiliti nel primo periodo del matrimonio devono essere rivisti e subiscono cambiamenti, tale rivisitazione di ruoli e gerarchie diviene fondamentale per il benessere dell’intero sistema familiare.

Con la nascita di un bambino si passa dallo stato di figli a quello di genitori, con un'ulteriore maturazione psicologica della coppia genitoriale; questo genera anche una ridefinizione del rapporto con i propri genitori che tende ad essere nel tempo sempre più paritario e adulto (Bramanti, 1999).

Tuttavia, spesso il passaggio alla genitorialità può far emergere criticità con le rispettive famiglie di origine, legate alla difficoltà di stabilire e mantenere confini relazionali chiari e condivisi tra i vari membri dei sottosistemi. Tali condizioni posso avere a loro volta dei riverberi sul benessere della coppia dei neo genitori.

 

Distanza dalle famiglie di origine: un limite o un'opportunità per aumentare il proprio senso di efficacia come futuri genitori?

La distanza dalle rispettive famiglie di origine porta con sé anche l’indisponibilità immediata delle stesse ad aiutare e sostenere concretamente i neo-genitori nella complessa fase di ciclo vitale che stanno affrontando. Tale condizione, seppur infelice, può essere rappresentare un’occasione per i futuri genitori di scoprire e mettere in atto competenze e capacità, diversamente sopite dalla presenza, talvolta molto ingombrate, dei neo-nonni.

Il costrutto di “self-efficacy” si riferisce a quanto i genitori si percepiscano competenti e adeguati nell’adempiere ai compiti impliciti nel ruolo genitoriale. Se il livello di efficacia nei genitori è alto ciò li rende meno vulnerabili allo stress connesso alla genitorialità e li porta ad affrontare con più serenità anche le piccole difficoltà quotidiane. Nel complesso un alto livello di “self-efficacy” sia nella madre che nel padre è associato ad una globale soddisfazione della vita familiare (Bramanti, 1999).

Le famiglie d’origine, in questo periodo non devono tuttavia essere tagliate fuori dalla vita dei genitori in attesa, rimanendo in contatto attraverso i social network, garantendo presenza e affetto, ma in sicurezza.

 

Vicinanza della coppia: una risorsa contro lo stress emotivo

Le attuali limitazioni imposte dalla diffusione del COVID-19, possono rappresentare un’occasione per i futuri genitori di volgere lo sguardo sul proprio partner prendendosi cura l’uno dell’altra in attesa del lieto evento. Il nutrimento derivante da questa amorevole attenzione reciproca rappresenta, senza dubbio, un fattore protettivo per il feto nel qui ed ora, ma verosimilmente anche per il futuro della coppia stessa. Poiché come è stato dimostrato, nel corso della transizione alla genitorialità, generalmente, il grado di soddisfazione e di benessere percepito dalla coppia si riduce, sebbene questo declino non interessi tutte le coppie (Belsky, Rovine, 1990). In tal senso, dunque, proteggersi, occuparsi dell’altro, “stringersi più forte” può rappresentare una valida risposta adattiva della coppia a questo periodo di forte stress emotivo, e dei cui benefici la stessa potrà goderne a lungo termine.

 

Indicazioni pratiche: come affrontare la gravidanza al tempo del COVID-19?

Al fine di vivere al meglio questo periodo potrebbe essere utile seguire alcune indicazioni utili a contenere i vissuti di angoscia suscitati dalla pandemia in corso:

  • Scegliere 1 o 2 momenti al giorno per informarsi sulla pandemia in corso; requisendo informazioni attraverso fonti ufficiali ed evitando una sovraesposizione a messaggi dai contenuti allarmanti e angoscianti. E’ dimostrato ampiamente, che il bambino nel grembo materno sia in grado di percepire le emozioni della madre; vissuti di angoscia suscitati dalle informazioni relative al diffondersi del COVID-19, hanno un impatto sul nascituro.
  • Investire il tempo a disposizione, imposto dalle misure governative, per creare uno spazio di cura e connessione profonda con il proprio bambino. La sospensione coatta da ogni attività extradomestica, può rappresentare un’occasione per la futura madre di dedicare ulteriore tempo alla gravidanza. Può essere questo un periodo di investimento in attività di rilassamento e autocentramento sull’attuale momento di vita. In tal senso è possibile seguire on line video di tecniche di rilassamento, respirazione e yoga; leggere libri sulla gestazione, sull’allattamento, sul parto.
  • Prendersi cura di sé. Essere stati costretti a rallentare in nostri ritmi di vita può rappresentare un’occasione per curare il nostro corpo acquisendo abitudini più sane: curare meglio l’alimentazione; fare degli esercizi fisici, riposarsi adeguatamente, in generale rinforzare il sistema immunitario.
  • Non interrompere, per quanto possibile, la propria routine: in questo momento bisogna ancorarsi a ciò che è certo, noto e prevedibile. Laddove possibile, sarebbe opportuno continuare con la propria attività lavorativa da casa, modificando il minimo le proprie abitudini. E’ utile continuare a coltivare i propri hobby e attività di svago come prima e, perché no, più di prima: (dipingere, cantare, ballare, curare le tue piante…).
  • Parlare anche di altro. E’ necessario non rendere il COVID-19 l’argomento dominante delle nostre conversazioni. Distrarsi e uscire dal loop di discorsi angoscianti e catastrofisti serve a rafforzarci attraverso le emozioni positive che nutriranno il nascituro.

 

Quando l'ansia diventa ingestibile: importanza di chiedere aiuto

Provare un po’ di ansia in gravidanza è comprensibile, in particolare in un momento di forte stress come quello attuale.

La letteratura ha evidenziato che soprattutto le primipare appaiono molto vulnerabili in gravidanza e nel post-partum e che necessitano di un adeguato supporto emotivo da parte del partner. Le gravose richieste legate al puerperio e alla nascita del bambino possono far emergere vissuti di inadeguatezza, la neo-mamma può temere di fallire nel suo ruolo e questo le procura ansia e talvolta uno stato depressivo (Della Vedova e al., 2008), fino a giungere in alcuni casi ad una vera e propria depressione post-partum. Questi sintomi possono avere delle conseguenze sia a breve che a lungo termine anche sul bambino e sulla relazione di attaccamento tra madre e figlio. Dunque, se l’ansia connessa con la pandemia in corso dovesse farsi dirompente e ingestibile, è necessario concedersi di chiedere aiuto ad un terapeuta esperto, che possa accogliere e aiutare la futura mamma nella gestione del suo stato emotivo.

La gravidanza è un processo che invita a cedere alla forza invisibile che si nasconde nella vita (Judy Ford)

 

BIBLIOGRAFIA

Benedek, T.F. (1956). Toward the biology of the depressive constellation. Journal of the American Psychoanalytic Association, 4 , 389-427.

Belsky, J., Rovine, M. (1990). Patterns of marital change across the transition to parenthood: pregnancy to three years postpartum. Journal of Marriage and the Family, 52, 5-19.

Bramanti, D. (1999). Coniugalità e genitorialità: i legami familiari nella società complessa: Atti del Primo Seminario Internazionale del Redif. Milano: Vita e pensiero.

Brustia,P.&Longobardi,C. (2003). Donne e madri. Psicodinamica della gravidanza e ciclo di vita al femminile, in P. Brustia, S. Ramella Benna, Territori di Psicologia Dinamica. Roma: Carocci, 149-172

Della Vedova, A.M., Cabrassi, F., Ducceschi, B., Cena, L., Lojacono, A., Vitali, E., De Franceschi, L., Guana, M., Bianchi, U.A., Imbasciati, A. (2008). Parto e puerperio: i vissuti delle donne in un’ottica di ricerca multidisciplinare. Syrio online. Retrieved August, 2008

Quaglia,R. (1996). Adamo, l’infanzia inesistente. Roma: Armando Editore

Minuchin, S. (1976)Famiglie e terapie della famiglia. Casa Editrice Astrolabio, Roma 1976,

VADEMECUM PSICOLOGICO CORONAVIRUS PER I CITTADINI

Perché le paure possono diventare panico e come proteggersi con comportamenti adeguati, con pensieri corretti e emozioni fondate.

Questo breve vademecum non vuole essere esaustivo né sostituirsi ad un aiuto professionale. E’ un contributo per riflettere ed orientare al meglio i nostri pensieri, emozioni e comportamenti – individuali e collettivi - di fronte al problema Covid-19. Pochi minuti del vostro tempo per una lettura che ci auguriamo possa esservi utile.

David Lazzari – Presidente CNOP – 26 febbraio 2020

La paura è un’emozione potente e utile. E’ stata selezionata dall’evoluzione della specie umana per permettere di prevenire i pericoli ed è quindi funzionale a evitarli.

La paura funziona bene se è proporzionata ai pericoli. Così è stato fino a quando gli uomini avevano esperienza diretta dei pericoli e decidevano volontariamente se affrontarli oppure no.

Oggi molti pericoli non dipendono dalle nostre esperienze. Ne veniamo a conoscenza perché sono descritti dai media e sono ingigantiti dai messaggi che circolano sulla rete.

Succede così che la paura diventi eccessiva rispetto ai rischi oggettivi derivanti dalla frequenza dei pericoli. In questi casi la paura si trasforma in panico e finisce per danneggiarci. Facciamo un esempio: dopo l’11 settembre il panico degli statunitensi per il volo in aereo fu tale che molti decisero di spostarsi in macchina. Nel periodo successivo sulle strade morì il doppio delle persone rispetto a quelle che viaggiavano sugli aerei catturati e abbattuti dai terroristi. Il panico si era tradotto in scelte individuali controproducenti che, aggregate, divennero un danno collettivo.

Si ha più paura dei fenomeni sconosciuti, rari e nuovi, e la diffusione del Coronavirus ha proprio queste caratteristiche. A tutt’oggi, i decessi per influenza non da Coronavirus sono molto più frequenti. Di questi però non si ha paura perché ci siamo abituati a tal punto che molti italiani ignorano addirittura i benefici, in chiave preventiva, dei vaccini. Si ripete la differenza tra la paura dei voli in aereo e la scelta volontaria e sotto il nostro controllo di guidare un’automobile.

Per evitare che le paure siano sproporzionate e creino forme di ansia individuale e di panico collettivo proponiamo di condividere un “decalogo antipanico”. Alcune “chiavi di lettura” che possono aiutarci ad evitare due errori possibili: sopravvalutare o sottovalutare (negare) il problema.

 

Decalogo anti-panico

  • Attenersi ai fatti, cioè al pericolo oggettivo. Il Coronavirus è un virus contagioso ma come ha sottolineato una fonte OMS su 100 persone che si ammalano 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi gestibili in ambiente sanitario, solo il 5 hanno problemi più gravi e tra questi i decessi sono circa la metà ed in genere in soggetti portatori di altre importanti patologie.
  • Non confondere una causa unica con un danno collaterale Molti decessi non sono causati solo dall’azione del coronavirus, così come è successo e succede nelle forme influenzali che registrano decessi ben più numerosi. Finora i decessi legati al coronavirus sono stimati nel mondo sono cento volte inferiori a quelli che si stima causi ogni anno la comune influenza. E tuttavia questo 1% si aggiunge ed è percepito in modo diverso dai “decessi normali”. Finora nessuno si preoccupava di una forte variabilità annuale perché tutti i decessi venivano attribuiti all’influenza “normale”: nell’ultima stagione influenzale sono scomparsi 34.200 statunitensi e, l’anno prima, 61.099.
  • Se il panico diventa collettivo molti individui provano ansia e desiderano agire e far qualcosa pur di far calare l’ansia, e questo può generare stress e comportamenti irrazionali e poco produttivi.
  • Farsi prendere dal contagio collettivo del panico ci porta a ignorare i dati oggettivi e la nostra capacità di giudizio può affievolirsi.
  • Pur di fare qualcosa, spesso si finisce per fare delle cose sbagliate e a ignorare azioni protettive semplici, apparentemente banali ma molto efficaci (cfr. elenco qui sotto).
  • In linea generale troppe emozioni impediscono il ragionamento corretto e frenano la capacità di vedere le cose in una prospettiva giusta e più ampia, allargando cioè lo spazio-tempo con cui esaminiamo i fenomeni.
  • E’ difficile controbattere le emozioni con i ragionamenti, però è bene cercare di basarsi sui dati oggettivi. La regola fondamentale è l’equilibrio tra il sentimento di paura e il rischio oggettivo. 
  • Questa semplice figura permette di vedere la paura del coronavirus in prospettiva.
La figura mostra nella parte superiore i pericoli di cui si ha più paura di quanta se ne dovrebbe avere. In questi casi l’indignazione pubblica può suscitare panico e, di conseguenza, ansie sproporzionate e dannose. Nella parte inferiore, al contrario, ci sono i pericoli a cui siamo abituati e che non provocano paure. La sproporzione tra le aree dei due cerchi mostra quanta differenza c’è tra paure soggettive e pericoli oggettivi. (Fonte: Paolo Legrenzi, A tu per tu con le nostre paure. Convivere con la vulnerabilità, Il Mulino, 2019).
La figura mostra nella parte superiore i pericoli di cui si ha più paura di quanta se ne dovrebbe avere. In questi casi l’indignazione pubblica può suscitare panico e, di conseguenza, ansie sproporzionate e dannose. Nella parte inferiore, al contrario, ci sono i pericoli a cui siamo abituati e che non provocano paure. La sproporzione tra le aree dei due cerchi mostra quanta differenza c’è tra paure soggettive e pericoli oggettivi. (Fonte: Paolo Legrenzi, A tu per tu con le nostre paure. Convivere con la vulnerabilità, Il Mulino, 2019).
  • La figura mostra il fenomeno delle paure nel loro complesso: l’indignazione pubblica sui media accentua alcune paure, come quelle per gli attacchi terroristici e i criminali armati, e induce a sottovalutare altri pericoli oggettivi a cui siamo abituati. Le caratteristiche del panico per coronavirus lo avvicinano ai fenomeni improvvisi e impressionanti che inducono panico perché sollevano l’indignazione pubblica.
  • Siamo preoccupati della vulnerabilità nostra e dei nostri cari e cerchiamo di renderli invulnerabili. Ma la ricerca ossessiva dell’invulnerabilità è contro-producente perché ci rende eccessivamente paurosi, incapaci di affrontare il futuro perché troppo rinchiusi in noi stessi.

 

Tre buone pratiche per affrontare il coronavirus 

  • Evitare la ricerca compulsiva di informazioni.

Abbiamo visto che è normale e funzionale, in chiave preventiva, avere paura davanti ad un rischio nuovo, come l’epidemia da coronavirus: ansia per sé e i propri cari, ricerca di rassicurazioni, controllo continuo delle informazioni sono comportamenti comprensibili e frequenti in questi giorni. E tuttavia la paura si riduce se si riflette sul suo rapporto con i pericoli oggettivi e quindi si sa con chiarezza cosa succede e cosa fare

  • Usare e diffondere fonti informative affidabili

E’ bene attenersi a quanto conosciuto e documentabile. Quindi: basarsi SOLO su fonti informative ufficiali, aggiornate e accreditate. - Ministero della Salute: http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus - Istituto Superiore di Sanità: https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/ Al Ministero della Salute, alla Protezione Civile, e al Sistema sanitario nazionale e regionale lavorano specialisti esperti che collaborano per affrontare con grande rigore, attenzione e con le risorse disponibili la situazione in corso e i suoi sviluppi.

  • Un fenomeno collettivo e non personale

Il Coronavirus non è un fenomeno che ci riguarda individualmente. Come nel caso dei vaccini ci dobbiamo proteggere come collettività responsabile. I media producono una informazione che può produrre effetti distorsivi perché focalizzata su notizie in rapida e inquietante sequenza sui singoli casi piuttosto che sui dati complessivi e oggettivi del fenomeno. E’ importante tener conto di questo effetto.

 

Dopo i pensieri e le emozioni, i comportamenti

L'Istituto Superiore di Sanità indica semplici azioni di prevenzione individuale (https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/).

Eccole qui riassunte:

  • Evita il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute.
  • Il lavaggio e la disinfezione delle mani sono la chiave per prevenire l’infezione.
  • Bisogna lavarsi le mani spesso e accuratamente con acqua e sapone per almeno 20 secondi, fino ai polsi. Se acqua e sapone non sono a portata di mano, è possibile utilizzare anche un disinfettante per mani a base di alcol con almeno il 60% di alcol.
  • Il virus entra nel corpo attraverso gli occhi, il naso e la bocca, quindi evita di toccarli con le mani non lavate.
  • Copri bocca e naso se starnutisci o tossisci; usa fazzoletti monouso.
  • Usa la mascherina solo se sospetti di essere malato o assisti persone malate.
  • Non prendere farmaci antivirali né antibiotici, a meno che siano prescritti dal medico.
  • Contatta il numero verde 1500 se sei tornato dalla Cina da meno di 14 giorni e hai febbre o tosse.
  • Se stai male e hai sintomi compatibili con il Coronavirus, contatta telefonicamente il tuo medico di base o il 118, senza recarti direttamente in ambulatorio o in Pronto Soccorso (per ridurre eventuali rischi di contagio a terzi o al personale sanitario). Rispetta rigorosamente solo i provvedimenti e indicazioni ufficiali delle Autorità di Sanità Pubblica: sono una tutela preziosa per te e per tutti.

 

A chi si deve badare nella marea delle notizie

E’ stata chiamata “infodemia” il contagio e la diffusione delle notizie: guardando la tv, aprendo i giornali o andando in rete si viene sommersi da una marea di informazioni di ogni tipo sul Coronavirus: veri esperti e finti esperti, specialisti improvvisati, persone che riportano il “sentito” dire o il “sentito” letto. In questo campo ragionare con il “buonsenso” porta a conclusioni spesso errate.

Va bloccato o ignorato uno stato di "allarme psicologico permanente" che si traduce in “indignazione pubblica”. Si tende così a aumentare la percezione dei rischi e siamo spinti a cercare ossessivamente informazioni più rassicuranti. I media però sono fatti per attirare l’attenzione e ci espongono per lo più a cronache allarmanti facendo cresce la sproporzione tra pericoli oggettivi e paure personali

Conclusione: riduci la sovraesposizione alle informazioni dei media. Le semplici informazioni sopra riportate sono sufficienti. Una volta acquisite le informazioni di base su che cosa succede e che cosa fare, è sufficiente verificare gli aggiornamenti sulle fonti affidabili sopra indicate.

Si hanno così tutte le informazioni necessarie per proteggersi, senza farsi sommergere da un flusso ininterrotto di "allarmi ansiogeni". E’ bene proteggere anche i bambini. Se ci interrogano, daremo sempre la nostra disponibilità a parlare serenamente di quello che possono aver sentito e li spaventa correggendo un quadro statisticamente infondato. E’ meglio non esporli alce informazioni allarmistiche di cui sopra.

 

Agisci collettivamente per un fenomeno collettivo

Anche se tu ti sei fatto un’idea corretta del fenomeno e non provi alcuna paura infondata, è bene cercare aiutare gli altri raccontando in parole semplici il nostro decalogo e le raccomandazioni qui elencate.

Devi supplire cioè all’indignazione e panico pubblici suscitati da molti canali media e social fornendo le semplici informazioni sopra indicate e ragionando con calma e pazienza invece di ignorare o, peggio, disprezzare chi non sa e si rifiuta di pensare.

Bisogna ricordarsi delle parole di Alessandro Manzoni in relazione alla peste di Milano del Seicento: “il buon senso se ne stava nascosto per paura del senso comune”.

Andiamo a scalzare il senso comune ma non con il buon senso di Manzoni ma con la scienza e la razionalità. La psicologia permette di capire in modo razionale anche quel che non si presenta come tale ma che va capito e rispettato. Agire tutti in modo informato e responsabile e aiutarsi reciprocamente a farlo, aumenta la capacità di protezione della collettività e di ciascuno di noi

 

Non ti vergognare di chiedere aiuto

Se pensi che la tua paura ed ansia siano eccessive e ti creano disagio o attacchi di panico, non avere timore di parlarne e di chiedere aiuto ad un professionista. Gli Psicologi conoscono questi problemi e possono aiutarti in modo competente. Tutti possiamo avere necessità, in certi momenti o situazioni, di un confronto, una consulenza, un sostegno, anche solo per avere le idee più chiare su ciò che proviamo e gestire meglio le nostre emozioni, e questo non ci deve far sentire “deboli”.

Non è debole chi chiede aiuto per aumentare le proprie risorse e quelle dei suoi cari.

(Ringraziamo il Prof. Paolo Legrenzi, docente emerito di psicologia all’università Ca’ Foscari di Venezia ed esperto di psicologia delle emozioni e delle decisioni per la collaborazione).

Il Training Autogeno è un metodo di rilassamento che una volta acquisito, praticato ed allenato può essere di sostegno in momenti di difficoltà, come forte ansia,  rabbia, stress, paure,...

L'etimologia delle parole serve a chiarire la natura di questa tecnica, "training" vuol dire allenamento, "autos" vuol dire da sé, e "genos" significa che si genera, chiunque la impari poi la potrà gestire in maniera autonoma, in qualsiasi situazione e luogo. 

Presso il Consultorio Antera Onlus si organizzano periodicamente laboratori di gruppo in cui apprendere e sperimentare questa efficace tecnica.

Per informazioni e costi dei Corsi Base contattare la segreteria ai numeri 320.8755641 o 06.45425425 o compilare il form per essere richiamati

Il laboratorio "risveglio dei sensi" prevede un incontro  informativo gratuito che si terrà il 26 Marzo alle ore 19.30 presso la sede di Monterotondo in via dei Monti Berici 23.

Seguirà un ciclo di incontri , in totale 7, focalizzati sui sensi e sul movimento, della durata di 2 ore ciascuno.

L'obiettivo principale è di offrire all'individuo la possibilità di fare esperienze che lo riportino al proprio sentire e alle proprie emozioni

COS'È L’ANSIA DA PRESTAZIONE?

L’ansia è, per definizione, l’anticipazione di un pericolo, quindi ogni condizione di ansia è in qualche modo anticipatoria, caratterizzata da una sensazione di disagio, angoscia e paura che si presenta al solo pensiero di dover affrontare in un futuro più o meno lontano, una situazione considerata rischiosa o altamente spiacevole. Può essere favorita da un fattore scatenante fisico o mentale e comporta il rifiuto da parte della persona colpita, di cogliere varie occasioni. L’ansia da prestazione si presenta come una combinazione di pensieri, emozioni, sensazioni fisiche e impulsi di evitamento della situazione ansiogena. La conseguenza peggiore è l’evitamento, cioè la tendenza a rinunciare a fare esperienze importanti per la nostra vita o viverle con malessere. Qualsiasi situazione della nostra vita quotidiana può essere causa di ansia da prestazione: i viaggi, il sesso, lo sport, la scuola, il lavoro, ecc.

 

ANSIA DA PRESTAZIONE SESSUALE

Per ansia da prestazione sessuale si intendono tutte quelle difficoltà di ordine psicologico e fisico nel momento in cui si è consapevoli che si andrà incontro ad un atto sessuale. Il risultato è una concezione distorta dell’atto amoroso, che diventa una messa alla prova delle proprie capacità sessuali per il partner o per se stesso. In alcune situazioni il piacere del partner può diventare più importante di tutto il resto, scatenando così la necessità di impegnarsi, anche in modo ossessivo, in una prestazione che non può assolutamente essere deludente. Se questo si dovesse verificare, il giudizio negativo contro noi stessi potrebbe portare all’instaurarsi di un circolo di autosvalutazione nel quale ciò che temiamo possa accadere, accadrà. La paura dell’insuccesso, richieste troppo esigenti, mancanza di coinvolgimento o familiarità con il partner e stress possono così tradursi in disfunzioni erettili, eiaculazione precoce, difficoltà o impossibilità di raggiungere l’orgasmo per l’uomo. L’ansia da prestazione nella donna, invece, non le impedisce di portare a termine il rapporto sessuale, ma le provoca un profondo disagio. Il meccanismo che sta alla base del disturbo è simile in entrambi i sessi, la differenza è che nelle donne i sintomi, anche essendo abbastanza evidenti, vengono tenuti nascosti per vergogna o sottovalutati. I più frequenti sono riduzione del desiderio e scarsa lubrificazione, che determina secchezza vaginale e dolore durante i rapporti causati spesso da insicurezza relativa alla propria performance sessuale, dalla paura di non eccitarsi, di provare dolore o di non raggiungere l’orgasmo.

 

ANSIA DA PRESTAZIONE SCOLASTICA

L’ansia da prestazione scolastica racchiude in sé la paura dell'insuccesso, del giudizio negativo, di essere ridicolizzati, di non essere all’altezza delle aspettative di genitori e insegnanti. Questo si traduce in strategie e condotte disfunzionali, ma anche in sintomi fisici quali mal di testa, tremori, pianti, insonnia, crisi di panico e talvolta anche febbre e nausea. I momenti cruciali del percorso scolastico che potrebbero portare ad ansia da prestazione sono l’inizio della scuola primaria (tra i 5 e i 7 anni), l’inizio della scuola secondaria di I grado (10-11 anni), l’inizio della scuola secondaria di II grado (13-14 anni) e in generale tutti i passaggi tra la fine di un percorso scolastico e l’inizio di uno nuovo. Il bambino o ragazzo colpito da ansia da prestazione scolastica può avere molte difficoltà ad esprimere ciò che prova, anche perché in molti casi i sintomi possono essere confusi con i “capricci” dai genitori, portando ad un circolo vizioso di ansia che potrebbe sfociare in una sofferenza intensa da parte del bambino.

 

ANSIA DA PRESTAZIONE SPORTIVA

L'ansia da prestazione sportiva si manifesta nella maggior parte dei casi in giovani atleti poco abituati alle competizioni, ma anche i più esperti possono soffrirne. La sensazione di inquietudine e la paura dell’insuccesso, può portare ad un profondo senso di inadeguatezza che può pregiudicare non solo la performance sportiva, ma anche molte situazioni della vita quotidiana dell'atleta fino ad estendersi all’intera carriera. Il rischio maggiore è quello di arrivare ad estendere queste sensazioni di malessere ad ogni sfera della vita, non più solo a quella sportiva.

 

ANSIA DA PRESTAZIONE LAVORATIVA

L’ansia sul posto di lavoro può essere una condizione normale e transitoria quando, per esempio, si inizia una nuova esperienza o quando la mansione affidata è molto importante o complessa. I sintomi dell’ansia da prestazione lavorativa sono in genere angoscia, paura, sensazioni di incapacità, che talvolta sfociano in veri e propri attacchi di panico e non si attenuano nè con l’esperienza nè con i feedback positivi del datore di lavoro o dei colleghi, ma solo durante il fine settimana o l’inizio delle ferie, per poi ripresentarsi nel momento in cui si deve tornare sul posto di lavoro. Un altro sintomo che può presentare chi soffre di ansia da prestazione lavorativa è la tendenza a “ruminare” prima, durante e dopo il lavoro interpretando tutto ciò che viene detto o fatto in chiave negativa. Questo tipo di ansia può generalizzarsi a tutte le possibilità di lavoro presenti e future. Generalmente chi ne soffre tende a portare sia il lavoro che le proprie frustrazioni nel nucleo familiare apparendo stanchi, frustrati, troppo silenziosi o logorroici rischiando di compromettere così le proprie relazioni affettive. In conclusione chiunque potrebbe soffrire di ansia da prestazione in molte situazioni quotidiane, la cosa importante è chiedere consiglio su come gestirla e/o superarla prima che diventi generalizzata e invalidante andando ad intaccare diverse aree della vita.

Tutte queste difficoltà possono essere trattate con successo rivolgendosi a specialisti psicoterapeuti che, affrontando le difficoltà che stanno alla base dell’ansia, possono aiutare a ridimensionare le paure e ad accettare la possibilità di essere accettati socialmente anche se non “perfetti”.

Un nuovo ed originalissimo percorso esperienziale finalizzato al benessere, ideato per sperimentare le proprie emozioni ed esplorare ii cinque sensi attraverso strade inconsuete: dal gioco teatrale, fino all'arte culinaria...tutto pensato ed organizzato per diventare un'occasione per crescere. L'intero ciclo prevede 9 incontri con inizio il 16 dicembre. Ogni altra informazione può essere richiesta tramite la scheda contatti, l'indirizzo e-mail, oppure telefonicamente in orari di segreteria

Ansia e stress

Nonostante ansia e stress siano immediatamente associati nella nostra mente a malessere e disagio, entrambi rappresentano normali risposte del nostro organismo.   

L’ansia può essere descritta come una reazione emotiva preparatoria, attraverso cui ci accingiamo ad affrontare una situazione potenzialmente minacciosa, lo stress è proprio la nostra risposta a tale situazione, nel momento in cui mettiamo in campo le risorse richieste per fronteggiarla. Se non avvertissimo ansia e stress non saremmo capaci di adattarci ai vari contesti e sperimentarci come persone, in grado di trovare soluzioni e crescere. L’ansia e lo stress fanno quindi parte di un vero e proprio sistema di allerta, innato per l'uomo e utile alla persona per affrontare quanto gli accade intorno, ma quando tali risposte raggiungono gradi eccessivi,  eccole diventare disfunzionali. 

L'ansia si può manifestare sia a livello fisico che cognitivo. Possiamo avvertire ad esempio tensione muscolare, sudorazione eccessiva, respiro veloce, senso di soffocamento, battito cardiaco accelerato, mentre i nostri pensieri possono essere connotati da paura e preoccupazione, difficoltà di concentrazione, desideri di fuga ed evitamento, senso di inadeguatezza e impotenza.

Consideriamo alcune utili strategie per gestire i nostri livelli di attivazione.

 

Ansia e stile di vita

E' importante non sottovalutare il nostro stile di vita, che spesso tende ad amplificare ed accentuare stati ansiosi. Partendo da semplici e apparentemente banali abitudini, come limitare l'assunzione di caffeina, possiamo prenderci cura di noi stessi, allentando le normali tensioni quotidiane a cui tutti siamo sottoposti, “disinnescandole” prima che si trasformino in disagi veri e propri. Lavorare sul benessere del nostro corpo è un potente fattore protettivo, dedicandoci ad esempio ad un'attività fisica in modo regolare, privilegiando magari quelle discipline che prevedono anche esercizi di rilassamento, tecniche di  consapevolezza corporea e respirazione.

 

Modulare il nostro linguaggio per gestire l'ansia

Una possibile strategia riguarda proprio il nostro modo di definire le cose. Spesso le persone etichettano facilmente ciò che si trovano ad affrontare come “problema”, usando espressioni come “va tutto male”, dove quel “tutto” rischia di apparire un macigno insormontabile. Il linguaggio ha un notevole impatto sulla nostra psiche e su quella di chi ci circonda,  influenzando lo stato emotivo. L’uso frequente della parola “problema”, ad esempio, non fa che amplificare i livelli di ansia, è un termine connotato unicamente in modo negativo, che ci fa restare chiusi nella nostra difficoltà, piuttosto che proiettarci fuori, verso una possibile via d'uscita.  Prestare maggiore attenzione alle espressioni che usiamo, poterle modulare in base alla contingenza che ci troviamo di fronte, può aiutarci a cogliere le diverse sfumature di ciò che ci accade. Se un “problema” può essere definito “ situazione da risolvere” ecco che può sembrarci meno spaventoso e in alcuni casi potrà addirittura arrivare ad essere chiamato “sfida da affrontare”. 

 

Darsi obiettivi per fronteggiare le situazioni che generano ansia

E' importante comprendere cosa ci sta accadendo nel momento in cui “il termometro dell'ansia” sale, individuare le nostre principali preoccupazioni e cercare di considerarle singolarmente, anche se si presentano tutte nello stesso momento. Può essere utile darsi degli obiettivi specifici e soprattutto realistici rispetto a come fronteggiare ognuna delle situazioni, fonte per noi di disagio e malessere. Può essere di grande aiuto per ridurre lo stress, dedicarci alla pianificazione di alcune mete  da  raggiungere e pensarle come un percorso con  delle tappe intermedie. Allo stesso tempo stare in guardia da un eccesso di pianificazione, non sempre tutti i nostri piani potranno essere rispettati alla lettera e tutte le variabili essere tenute sotto controllo, l'importante è non perdere di vista l'obiettivo finale, concedendoci un po' di flessibilità.

 

Poter chiedere aiuto

Quando ansia e stress arrivano ad avere delle gravi ripercussioni sulla qualità della nostra vita, limitandoci in modo massiccio sia nella sfera privata che in quella professionale, può essere necessario chiedere un supporto psicologico. Le discriminanti importanti da considerare sono la quantità e la durata delle manifestazioni ansiose. Nel momento in cui ci accorgiamo che queste ultime diventano delle costanti della nostra quotidianità e che interessano in modo trasversale diversi ambiti della nostra vita, potrebbe rivelarsi utile un aiuto esterno, affidandoci alla figura di un professionista.

 

Approfondimento: Ansia - Cosa è, Sintomi, Cause e Cura

 

Come confrontarsi ogni giorno con la paura di attacchi terroristici

Come vivere al tempo del terrorismo? Quali misure precauzionali adottare? Quali abitudini cambiare? Si riuscirà mai a tornare alla perduta sicurezza?
Questi sono solo alcuni degli interrogativi che ci poniamo mentre televisioni, internet e giornali ci espongono a un quotidiano resoconto di sangue e atrocità, partendo dall'epocale attentato alle Torri Gemelle, ricordando la strage del Bataclan, l’eccidio di Nizza, fino a giungere all'ultimo doppio attacco londinese al London Bridge e al Borough Market, senza dimenticare i feriti causati dal panico a piazza San Carlo durante la finale di Champions League. 

A vederlo da un punto di vista puramente quantitativo, il numero di morti causati da attentati, anche di grandi dimensioni, è paradossalmente “limitato”: 2.752 morti nell'attacco alle Torri Gemelle sono appena un ventesimo del numero di morti per incidente stradale, nello stesso anno, negli Stati Uniti. Chiaramente, i vissuti psicologici e sociali attivati dalle due tipologie di decessi sono profondamente diversi, perché cambia il significato  psicologico e sociale. L’atto terroristico è molto più potente, perché va a violare la nostra rappresentazione del mondo, con le sue regole e la sua prevedibilità, che sono proprio ciò che alimenta il nostro senso di sicurezza. Il poter essere uccisi in maniera del tutto imprevedibile e incontrollabile nel corso di normali attività quotidiane (prendere la metropolitana, salire su un autobus, viaggiare in aereo, andare ad un concerto) intacca nel profondo le nostre aspettative relazionali e sociali e quindi la nostra sicurezza.

 

Superare le differenze nella coppia

RESISTERE ALLA PAURA IRRAZIONALE

E' necessario imparare a gestire correttamente la paura, senza negarla, bensì essendone consapevoli e potendola esprimere. Attraverso la resilienza (cioè la capacità di resistere in modo flessibile per un nuovo adattamento) risulta decisivo provare la giusta dose di paura, senza diventare preda del panico e del terrore. 
Poter convivere con la paura sembra diventare un imperativo fondamentale, riuscendo a distinguere fra paura utile e paura inutile, fra paura efficace e paura dannosa, in ogni caso, resistere alla paura irrazionale, che può portare al tragico epilogo dei recenti fatti di piazza San Carlo. Razionalizzare la paura e padroneggiarla, senza permetterle di impedirci di vivere appieno le nostre attività quotidiane.

 

 

NON FERMARSI AL “NOI vs LORO”

Dobbiamo diffidare da modelli semplici: “Noi vs. Loro”, “Bene vs. Male”. E' importante informarsi e cercare di conoscere i fenomeni socioculturali nelle loro diverse sfumature, porre attenzione alle complessità sociali, ai temi di marginalità e giustizia economica e sociale, molto importanti ad esempio per capire come ci siano fra gli ultimi terroristi molti giovani europei di seconda o addirittura terza generazione. Questo chiaramente non significa avere un dialogo con chi attua violenza, ma porre maggiore attenzione preventiva ai precursori socioculturali ed ideologici che possono poi trasformarsi in ideologismi estremi, nell'ottica di una buona integrazione. Comprendere non vuol dire assolutamente giustificare, ma poterci dare delle spiegazioni razionali ci aiuta a contestualizzare meglio quanto ci accade intorno e a leggerlo come meno imprevedibile e incontrollabile. 

Comunicare all'interno della coppia
 

 

Superare le differenze nella coppia

AUMENTARE IL SENSO DI FIDUCIA

La fiducia costituisce il primo passo per aprire una breccia nella bolla di insicurezza e di angoscia in cui si insinua anche “la paura della paura”, in grado di restringere ancor più il nostro campo esistenziale e di bloccarci  proprio nel nostro quotidiano e nelle nostre abitudini. E' importante poter riporre maggiormente la propria fiducia nella comunità e nelle istituzioni, scongiurando l'idea di un inesorabile isolamento, che altro non fa che amplificare il senso di impotenza e di pericolo rispetto alla propria persona e ai propri cari. La fiducia è il tentativo di soluzione della legittima paura e delle emozioni negative ad essa collegate. La funzione della psicologia, pur con i suoi limiti, può assumere un valore importante. Soprattutto nel genere e ripristinare fiducia: in se stessi, nella comunità e nelle varie risorse alle quali attingere. 

 
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