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Tutti parliamo d’ansia, usiamo il termine in mille modi diversi, alcuni sono buffi ed altri spaventosi, come ansioso, ansietta, ansiogeno, ansietà, ansiolotico… a specchio delle mille sfumature che la parola può assumere.

Queste parole servono per definirci e per definire le situazioni che ci troviamo ad affrontare. Mai come ora questa parola fa parte del nostro vocabolario.

 

Ansia e paura: quale legame?

L’ansia deriva sempre dalla paura, spesso strausare per ogni contesto la parola “ansia” fa perdere il nesso con ciò che l’ha scaturita, la paura, una specfica paura (del nuovo, della solitudine, dell’aereo…).

Gli studi hanno rilevato che sono solo due le paure universali, comuni a tutti gli uomini fin dalla nascita, la paura dei rumori forti e la paura di cadere, tutte le altre sono apprese dal contesto in cui cresciamo e viviamo. Forse all’inizio non vi sembrerà, ma lo é, é un’ottima notizia. Le paure come si sono apprese, si possono anche disapprendere.

 

Come provare a gestire gli stati ansiosi

  • primo passo: dare un nome specifico alla paura
  • secondo passo: ricostruire e comprendere come è diventata parte di noi
  • terzo passo: mettere in atto una serie di strategie per decostruire le nostre paure e aumentare il nostro empowerment, la capacità di sentirsi gradualmente in grado di farcela e affrontarla.

Più assecondiamo le nostre paure e più si rafforzeranno, indebolendoci. E’ la cosa peggiore che possiamo fare a noi stessi, dobbiamo smettere di “evitare di evitare”.

Per star bene la soluzione migliore è “affrontare le paure”.

Faccio un esempio che molti di noi hanno sperimentato, la paura del mostro sotto il letto da bambini. Più mi rintano sotto le coperte, pensando andrà via, più la paura aumenta. Quando il bimbo avrà il coraggio di guardarci sotto, la paura si scioglierà fino a rimanere un ricordo, lasciando spazio ad una percezione di se stessi più forte e audace.

 

Sappiamo che non è semplice, bisogna provarci e se non si riesce da soli è giusto chiedere aiuto ad un professionista.

 

Come riconoscere l'intensità della nostra ansia?

Abbiamo pensato di proporvi un test di autovalutazione dell'ansia elaborato da Zung (1971) come strumento testato e scientificamente valido per conoscersi meglio e riflettere sui propri stati ansiosi, con maggiore consapevolezza e in modo più funzionale.

Il seguente test permette di misurare l'ansia di stato relativa al periodo attuale. Leggi con attenzione le 20 frasi elencate di seguito e scegli la risposta che meglio descrive la tua situazione nell'ultima settimana. Rispondi velocemente senza riflettere molto e segna il punteggio relativo alla tua risposta.

 

ALA DI AUTOVALUTAZIONE DELL'ANSIA

di Zung, 1971

.

Raramente

Qualche volta

Spesso

Quasi sempre

1 - Mi sento più nervoso/a e ansioso/a del solito

1

2

3

4

2 - Ho paura senza motivo

1

2

3

4

3 - Mi agito e sono preso/a dal panico facilmente

1

2

3

4

4 - Mi sento come andare a pezzi, crollare

1

2

3

4

5 - Sento che tutto va bene e che non succederà mai niente

4

3

2

1

6 - Mi tremano le gambe e le braccia

1

2

3

4

7 - Soffro di cefalea e di dolori al collo e alla schiena

1

2

3

4

8 - Mi sento debole e mi stanco facilmente

1

2

3

4

9 - Mi sento calmo/a e posso stare seduto/a tranquillo/a

4

3

2

2

10 - Sento il cuore che mi batte forte

1

2

3

4

11 - Sono tormentato/a da sensazioni di vertigini

1

2

3

4

12 - Mi sembra di stare per svenire

1

2

3

4

13 - Respiro facilmente

4

3

2

1

14 - Avverto formicolii e intorpidi- menti alle dita delle mani e dei piedi

1

2

3

4

15 - Soffro di dolori di stomaco e di cattiva digestione

1

2

3

4

16 - Ho bisogno di urinare spesso

1

2

3

4

17 - Le mie mani sono generalmente calde e asciutte

4

3

2

1

18 - La mia faccia diviene facilmente rossa e calda

1

2

3

4

19 - Mi addormento facilmente e mi sveglio riposato/a

4

3

2

1

20 - Ho degli incubi notturni

1

2

3

4

 

 

Il punteggio totale si ottiene sommando i punteggi delle risposte a ciascuna frase:

  •  da 0 a 20 il tuo livello di ansia potrebbe essere molto basso
  •  tra 21 e 40 il tuo livello di ansia potrebbe essere basso
  •  tra 41 e 60 il tuo livello di ansia potrebbe essere moderato, potrebbe essere utile ridurla
  •  tra 61 e 80 il tuo livello di ansia potrebbe essere elevato ed il problema meriterebbe attenzione clinica

Nel momento in cui gli stati ansiosi vengono vissuti come eccessivamente elevati e permeano  diverse situazioni della nostra vita, l’aiuto di un professionista può essere utile per poter affrontare quello che ci sta succedendo.

 

Il Consultorio Antera Onlus: psicoterapeuti esperti nelle difficoltà legate all'ansia

Il Consultorio Antera Onlus, nelle sedi di Roma, Monterotondo e Fiumicino, offre la possibilità di incontrare psicoterapeuti esperti nelle difficoltà legate all'ansia, accogliendo e accompagnando gli individui all'interno del proprio percorso terapeutico.

 

Che cosa sono le Emozioni?

Nel film “Inside Out” la Disney Pixar affronta il tema delle emozioni, nello specifico quelle di base come paura, gioia, rabbia, tristezza e disgusto, mostrando il loro ruolo e importanza nel quotidiano delle nostre vite. Il film ci ricorda che tutte le emozioni, anche quelle sgradevoli, sono degne di attenzione e vanno esplorate al fine di comprendere meglio i significati delle cose e capire cosa vogliamo o non vogliamo.

Spesso parliamo e sentiamo parlare di emozioni, ma sappiamo veramente spiegarle? Pur non essendoci una definizione scientifica univoca, potremmo descriverle come brevi, involontarie, totalizzanti risposte complesse dell’organismo ad eventi interni ed esterni rilevanti. La loro natura multisistemica implica il coinvolgimento di diverse componenti:

  • la valutazione cognitiva o appraisal, cioè l’interpretazione da parte dell’individuo di un determinato antecedente emotigeno
  • il comportamento ovvero le risposte verbali e non verbali e le azioni
  • le risposte fisiologiche o arousal dell’organismo (variazioni nella frequenza cardiaca e respiratoria, sudorazione, pallore, rossore, etc.),
  • il vissuto soggettivo o vulnerabilità emotiva agli stimoli

 

Ai fini del benessere personale, quando proviamo una determinata emozione in un determinato contesto che crea una situazione instabile, cerchiamo di modulare l’esperienza emotiva in modo tale da renderla coerente al contesto in linea con le nostre aspettative, attiviamo cioè un processo di regolazione emotiva.

Per regolazione emotiva si intende una serie di abilità che possono essere apprese sin dall’infanzia:

  • riconoscere il tipo di emozione;
  • inibire gli impulsi e i comportamenti inadeguati causati da emozioni, positive o negative, particolarmente intense;
  • organizzare le proprie emozioni in modo coordinato in vista di un obiettivo;
  • calmare in modo autonomo l’attivazione fisiologica indotta da forti emozioni;
  • mantenere focalizzata la propria attenzione in presenza di emozioni forti

 

Tuttavia non sempre siamo in grado di ripristinare la stabilità interna in seguito all’attivazione di un’emozione, ma anzi ci sentiamo sopraffatti come se non riuscissimo ad agire un controllo su ciò che accade dentro di noi. Siamo in preda alla disregolazione emotiva. 

 

Che cosa è la Disregolazione Emotiva?

La disregolazione emotiva è, malgrado gli sforzi compiuti, l’incapacità di avere una buona consapevolezza delle nostre emozioni, e soprattutto di fornire delle risposte adattive, di compiere azioni adeguate per regolare o ricondurre entro la norma gli stimoli, le esperienze, le risposte verbali e/o non verbali.

Qualora questa inabilità alla riorganizzazione emotiva si presenta per un’ampia gamma di emozioni e di contesti ed è caratterizzata da una severa vulnerabilità emotiva, cioè dalla tendenza a reagire in modo intenso e rapido di fronte a stimoli emotivi anche minimi e dal lento ripristino del tono emotivo di base, si parla di disregolazione emotiva pervasiva.

 

Le cause della disregolazione emotiva

Secondo il modello dello sviluppo biosociale dell’individuo, la disregolazione emotiva è il risultato della predisposizione biologica, del contesto ambientale e della combinazione di questi due fattori e del loro reciproco rinforzo che nel corso del tempo comporta l’acquisizione di caratteristiche individuali e strategie di coping disadattive.

Vediamo più nel dettaglio questi tre fattori:

  • La predisposizione biologica: oltre a fattori biologici (ereditarietà, traumi natali, perinatali, o traumi neurologici, malattie occorse dopo la nascita, effetti delle esperienze precoci di apprendimento), esistono due  dimensioni temperamentali particolarmente determinanti per lo sviluppo nel bambino di una severa vulnerabilità emotiva, e queste sono uno scarso effortful control (ovvero un insieme di comportamenti di autoregolazione) e un’affettività negativa (impulsività, frustrazione, incapacità di venire consolati)
  • Il contesto ambientale, in particolare quello di cura familiare, può influenzare lo sviluppo del bambino sotto tre aspetti principali:
    • la tendenza all’invalidazione delle emozioni associata ad una incapacità ad esprimerle attraverso modalità adeguate;
    • uno stile di interazione che rinforza l’attivazione emotiva;
    • una scarsa adeguatezza dello stile dei caregiver nei confronti del temperamento del bambino. Può accadere dunque che le richieste del bambino superino le capacità dell’ambiente familiare di fornire risposte.
  • L’elemento particolarmente determinante è l’invalidazione in cui si coinvolgono in un circolo vizioso di rinforzo entrambi le parti: il bambino vulnerabile emotivamente, che usa l’espressione emotiva come sistema di comunicazione e se non ottiene una risposta adeguata intensifica l’emozione per rafforzare il messaggio comunicativo; il caregiver, che non recepisce o disconosce il messaggio comunicativo, rispondendo in maniera inappropriata, imprevedibile, insensibile, estrema (ipo o iper risponde). Un esempio di invalidazione è quando il bambino piange e il caregiver non si sintonizza con i bisogni di questo, provando a consolarlo o cercando di capirne la causa, ma lo zittisce con frasi del tipo “Smetti di fare il piagnucolone” o “non hai sete, hai bevuto poco fa”. Tale discrepanza nel tempo porta il bambino ad apprendere che le esperienze dolorose sono attribuibili a sue caratteristiche individuali negative, a non avere fiducia nella sua percezione ed interpretazione degli eventi interni ed esterni, e dunque ad acquisire comportamenti disadattivi ripetitivi. 

 

La disregolazione emotiva e le sue implicazioni

La disregolazione emotiva, che ricordiamo consiste nell’inabilità a regolare l’attivazione emotiva, interferisce con lo sviluppo e il mantenimento del senso del sé, prodotto di un processo di auto-osservazione e di osservazione delle reazioni altrui alle proprie azioni, e che necessita di coerenza e prevedibilità emotiva.

Nei soggetti con disregolazione emotiva pervasiva si rileva un senso d’identità inadeguato, o a volte assente del tutto, con conseguente difficoltà relazionali interpersonali, poiché queste richiedono spontaneità nell’espressione emotiva, capacità di autoregolazione emotiva e di tolleranza degli stimoli emotivamente dolorosi. Tali soggetti possono sviluppare relazioni altamente caotiche ed anche divenire iperdipendenti dagli altri, di cui temono l’abbandono.

La disregolazione emotiva pervasiva ha anche implicazioni sul piano comportamentale, ovvero nel tentativo di regolare l’esperienza emotiva e indurre sollievo ad emozioni ingestibili, l’individuo attiva strategie disadattive, quali abuso di sostanze, tentativi autolesivi o suicidari, comportamenti impulsivi. Questi effetti della disregolazione emotiva e della disregolazione comportamentale si possono riscontrare tipicamente in pazienti con Disturbo Borderline di Personalità ma anche con Disturbi dell’Umore e Disturbi d’Ansia

 

L’aiuto psicologico

Alla luce di quanto descritto si può concludere che chiedere un supporto psicologico possa essere un passo per ristabilire un benessere personale. Il trattamento psicoterapeutico può aiutare i soggetti con disregolazione emotiva ad esplorare il repertorio che mettono in atto per modulare le loro emozioni, identificare i meccanismi di funzionamento disfunzionali e lavorare sullo sviluppo di strategie di coping alternative e adeguate.

Il Consultorio Antera Onlus, nelle sedi di Roma, Monterotondo e Fiumicino offre la possibilità di incontrare psicoterapeuti esperti nell’ambito della disregolazione emotiva, accogliendo e accompagnando gli individui all'interno del proprio percorso terapeutico.

 

Da sempre l’uomo ha cercato di esercitare la sua capacità di controllo sul mondo e su se stesso, come strategia di adattamento e sopravvivenza.

Come affermava Erodoto: “Di tutte le miserie umane la più amara è questa: conoscere così poco e non avere controllo su niente”. Oggi posiamo riscontrare come la maggior parte delle persone apprezza i vantaggi di una routine prevedibile e di far andare le cose secondo i piani.

Ma alcuni di noi si sentono molto stressati, seccati o arrabbiati quando la vita prende una piega inaspettata, sia che si tratti di un incidente per strada andando al lavoro o di qualcosa di minore come i figli che lasciano un gran disordine in salotto.

 

Quando l'esigenza di controllo diventa fonte di malessere

Ecco alcuni segnali che potrebbero indicare che una vulnerabilità rispetto all'instaurarsi di dinamiche controllanti:

  • Vuoi che le cose siano prevedibili e rispettino una routine
  • Ti senti ansioso, stressato e turbato quando le cose non vanno come vuoi o come ti aspetti
  • Sei altamente organizzato e ti piacciono gli schemi senza lasciare spazio alla flessibilità
  • Vuoi che le cose vengano fatte in una maniera specifica e non riesci a delegare
  • Rimani bloccato nel pensiero del “bianco o nero”, del “tutto o niente” senza accogliere le sfumature
  • Tendi a procrastinare
  • Immagini che accada il peggio se le cose non vanno come desideri o ti aspetti
  • Hai standard estremamente elevati per te e per gli altri, tendi ad essere perfezionista
  • Puoi essere estremamente esigente e critico
  • Dai consigli non richiesti perché pensi di sapere cosa dovrebbero fare gli altri e in che modo
  • Fai molta fatica a rilassarti
  • Odi il cambiamento e lo temi

Certamente, alcuni di questi tratti e comportamenti possono essere vantaggiosi. Ma se i tuoi controlli sono eccessivi allora questo tipo di comportamento finirà con il generare circuiti di ansia e malessere

 

Avere tutto sotto controllo: strategia disfunzionale per dominare ansia e paura

Il nostro bisogno di sentirci sotto controllo è guidato dalla paura. Molte persone si sentono spaventate e ansiose quando pensano a tutte le cose che sono fuori dal loro controllo e a tutto ciò che potrebbe andar storto.

Controllo e certezza ci danno un senso di sicurezza. Quindi, è naturale voler controllare le cose (e le persone) con l’idea che se possiamo controllarle, saremo al sicuro e felici o di successo). Cercare di controllare le cose – essere rigidi, esigenti e perfezionisti – diventa il nostro modo di affrontare la paura e l'ansia.

Il problema è che non possiamo controllare la maggior parte delle cose nella vita e cercare di controllarle non necessariamente migliora le nostre esistenze. Come sapete, il controllo può creare una serie di problemi come stress e relazioni interpersonali tese.

 

Disturbi correlati alle dinamiche controllanti

La ricerca incessante di perfezione aumenta lo stress fisico ed emotivo. Ad esempio, potresti provare i sintomi comuni dello stress come mal di testa o problemi gastrointestinali, dolore al collo o alla schiena, disturbi del sonno, bassa energia, procrastinazione e sensazione di poca motivazione, irritabilità o rabbia, abbassamento del tono dell'umore o preoccupazione costante. Come puoi immaginare, questo tipo di stress ha un impatto sul tuo corpo e mente e rende difficile vivere la tua vita al meglio. Quando controlliamo, anche le nostre relazioni soffrono. Rischiano di essere difficili, prepotenti, critici nei confronti degli altri. Di solito procuriamo distanza emotiva e ferite relazionali.

 

Come imparare a modulare la nostra sete di controllo

  • Allena la  consapevolezza: potresti annotare i tuoi comportamenti di controllo e scriverli su un foglio. Questo ti aiuterà ad anticipare situazioni in cui è probabile che il tuo atteggiamento controllante emerga e poter pianificare una risposta alternativa.
  • Esplora i tuoi sentimenti: per cambiare i tuoi comportamenti di controllo, dovrai approfondire le cause sottostanti. Inizia chiedendoti: quali paure stanno guidando il mio comportamento di controllo? Quando le emozioni sono forti, possono distorcere i nostri pensieri. Una volta identificato il pensiero distorto basato sulla paura, puoi sfidarlo e sostituirlo con pensieri più calmi e più funzionali. Ad esempio, puoi sfidare un pensiero catastrofico come “Se non partiamo per le sei, la nostra intera vacanza sarà rovinata”, riflettendo su come partire in ritardo potrebbe vanificare alcuni dei tuoi piani, ma non rovinerà necessariamente la tua intera vacanza.
  • Accetta ciò che è fuori dal tuo controllo: razionalmente sappiamo tutti che possiamo solo controllare noi stessi e tuttavia continuiamo a cercare di convincere il nostro coniuge e i nostri figli a fare le cose nel modo “giusto” o fare le scelte giuste. Possiamo lavorare sull'accettazione di ciò che è fuori dal nostro controllo e permettere alle cose di essere come sono senza forzarle a cambiare per la nostra volontà. Significa che smettiamo di provare a controllare il risultato degli eventi e permettere alle persone di fare le proprie scelte (anche quando non siamo d’accordo).
  • Accogli l’imperfezione in te stesso e negli altri: parte dell’accettazione è riconoscere che nessuno di noi è perfetto, dobbiamo aspettarci e accettare che a volte gli obiettivi non vengono raggiunti, i piani falliscono, le persone ci deludono e si verificano incidenti. Cercare di microgestire persone e situazioni non impedisce che questo genere di cose accada. Invece, spesso tende ad allontanare le persone che ci stanno vicino.
  • Non tutti i cambiamenti imprevisti sono negativi: il nostro pensiero catastrofico ci porta a supporre che ogni cambiamento inaspettato sia negativo, ma questo è falso. Essere convocati per un incontro con il tuo capo non significa che tu sia nei guai; potrebbe essere per lodare il tuo lavoro o offrirti una nuova opportunità. E se la ragazza\o appena conosciuta\o annulla i piani per la cena, non significa che la relazione sia condannata; potresti avere un appuntamento ancora migliore la prossima settimana. Cerca di rimanere aperto alla possibilità che un cambiamento inatteso possa essere positivo. Quando si verifica l’imprevisto, puoi comunque controllare la tua risposta e imparare a far fronte ad esso in maniera più efficace.

Sembrerebbe difficile stimolare un qualunque cambiamento là dove si preferirebbe, come affermava Amleto “piuttosto sopportare i mali che abbiamo, che non volare verso altri che non conosciamo”. Eppure il cambiamento è possibile e auspicabile.

Mollare un po’ il controllo comporta si il rischio di confrontarsi con incertezza e paure, ma ci metterebbe in contatto con i nostri desideri e bisogni più autentici e profondi portandoci a condurre una vita più piena e sorprendente.

Il Consultorio Antera Onlus, nelle sedi di Roma, Monterotondo e Fiumicino offre l'opportunità di incontrare psicoterapeuti esperti nelle difficoltà legate all'esigenza di controllo , accogliendo e accompagnando gli individui all'interno del proprio percorso terapeutico.

L’adolescenza è una fase evolutiva di transizione dall’età infantile a quella adulta, fondamentale per lo sviluppo dell’identità. Caratterizzata da rilevanti cambiamenti fisici, emotivi e psicologici, accoglie movimenti di scoperta di sé ed esplorazione del mondo che sono tipicamente associati a vissuti di incertezza e instabilità. L’attuale emergenza sanitaria implica un contesto fisico, sociale e culturale che rende ancor più complesso fronteggiare questo delicato momento evolutivo. Tale maggiore complessità riguarda sia il vissuto degli adolescenti, sia il vissuto di coloro che degli adolescenti devono prendersi cura.

La chiusura del primo lockdown, poi questo clima di pandemia e la nuova chiusura, si sono tradotti in una condizione di forte stress per adolescenti. Il Professor Stefano Vicari, Responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma ha rilevato come vi sia stato un netto aumento dei disturbi del sonno, così come situazioni di forte chiusura degli adolescenti, fino alla comparsa di quadri di ansia e di depressione, con aumento di atti autolesionistici e rischio di suicidio.

 

La solitudine: fattore di rischio primario

Possiamo riscontrare una differenza marcata tra il primo e il secondo lockdown. Nel primo caso si è associata una maggiore disponibilità a vivere le norme restrittive, nel senso che i ragazzi, in molti casi, hanno vissuto la chiusura delle scuole come un’anticipazione delle vacanze e poi, dato ancora più importante, in quel periodo i genitori erano nella maggior parte dei casi presenti in casa. Questo ha avuto una funzione di protezione.

Nella seconda ondata, invece, la chiusura delle scuole, almeno per la secondaria di secondo grado, ha coinciso con l’assenza dei genitori, che nella maggior parte dei casi avevano ripreso la propria attività lavorativa, o erano chiusi in qualche stanza di casa a destreggiarsi con lo smart-working. Questo probabilmente ha ridotto gli strumenti di difesa dei ragazzi, in qualche modo si sono sentiti più soli.

Negli adolescenti e preadolescenti, che vivono un’età in cui l’inclusione e l’accettazione nel gruppo di pari è meta essenziale da raggiungere, la chiusura forzata può aggravare quel senso di solitudine piuttosto frequente in fase dello sviluppo.

Di conseguenza, aumenta la propensione all’isolamento dei giovani con il rinchiudersi in camera e passare ore su internet, e la mancanza di contatti fisici con i pari finisce per trasformarsi in un fattore di rischio per conflitti in famiglia.

Questa situazione sta impedendo la piena interazione e la comunicazione degli studenti con i compagni di scuola, il gioco, gli esercizi e le attività tra pari, che sono vitali per la crescita, l’apprendimento e lo sviluppo delle giovani menti.

 

Adolescenti: quali difficoltà legate alla didattica a distanza

La fisicità della scuola è venuta meno e con essa ecco sparire un contenitore fondamentale che aiuta a mantenere la “barra a dritta”. Orari, verifiche puntuali, una routine di regole. Stare a casa si connette inevitabilmente a movimenti di “anarchia”.

Questa situazione amplifica una delle sfide più difficili ma anche più importanti che la scuola ha: rendere autonomi, consapevoli e protagonisti assoluti della propria maturazione di conoscenze i ragazzi. Purtroppo, ancora oggi, il sistema scolastico rimane ancorato al senso del dovere, dell’obbligo, del voto come obiettivo; spesso i ragazzi non si sentono protagonisti del loro processo di apprendimento ma contenitori di informazioni.

Il ruolo dell’insegnante direttivo che dalla cattedra detta la conoscenza, oltre ad essere criticato da tutte le moderne nozioni psicopedagogiche, non funziona per nulla bene a distanza. È necessario, soprattutto in questo momento, che possano essere motivati e coinvolti, incrementando anche la cooperazione fra compagni, seppur a distanza, e la possibilità di assumere una posizione attiva, supportando anche gli insegnanti in questo compito davvero arduo.

 

Quali sono i segnali di disagio degli adolescenti da tenere in considerazione?

Ecco alcune aspetti da monitorare, che possono aiutarci a cogliere dei segnali di disagio provenienti dai nostri ragazzi:

  • Aggressività e labilità: un campanello di allarme rispetto alla presenza di un disagio può essere un insolito aumento di suscettibilità ed irascibilità. Gli adolescenti possono diventare intrattabili, rifiutandosi di essere collaborativi ed osteggiando ogni indicazione del genitore. Possono aumentare i litigi e le scenate, rendendo la convivenza un luogo di costante allarme: la tensione può divenire un clima emotivo difficile da rompere. Facilmente i genitori si sentono oggetti di odio dai propri figli, ma in realtà la famiglia è uno dei luoghi privilegiati in cui l'adolescente mostra il suo disagio senza filtri. Non bisogna leggere le sue reazioni come un attacco personale, ma come un possibile indicatore di malessere, a cui dovremmo prestare attenzione.
  • Regressione: altre reazioni che possono verificarsi, del tutto contrarie alle precedenti, sono invece gli atteggiamenti infantili e regressivi. L'adolescente può avanzare delle richieste insolite di accudimento e vicinanza, chiedendoci aiuto e comportandosi "come se fosse un bambino". Potrebbero presentarsi improvvisi momenti di pianto inconsolabile ed apparentemente immotivato, oppure si può assistere ad una continua oscillazione di umore tra alti e bassi.
  • Disagio a livello corporeo: un'altra importante manifestazione di disagio avviene attraverso il corpo, che si fa veicolo di messaggi importanti. Può esserci un'elevata tendenza alla somatizzazione, che può verificarsi nelle difficoltà a dormire o a riposare adeguatamente, in variazioni drastiche di appetito (dal digiuno prolungato alle abbuffate), nell'incapacità a concentrarsi, nella presenza di frequenti mal di testa o dolori corporei, disturbi gastrointestinali. Alcune conseguenze di questo possono essere continue oscillazioni di peso, la presenza di insolita fatica nello svolgere compiti quotidiani. Un ulteriore elemento a cui si può prestare attenzione è il livello di cura del proprio corpo e di trascuratezza, che in situazioni di stress elevato potrebbe arrivare a livelli di malcuria. Osserviamo il modo con cui gli adolescenti si prendono cura di sé e del loro modo di vestire.

 

Come dobbiamo comportarci di fronte al malessere che arriva dagli adolescenti?

  • Offrire sostegno e protezione, ma alla giusta distanza: sicuramente il genitore ha il compito di proteggere il figlio, monitorarlo, rassicurarlo, sostenerlo. Tuttavia, questi compiti non possono espletarsi con le stesse modalità e con la stessa vicinanza e presenza fisica che venivano agite quando erano più piccoli. Per i genitori, diventa così importante imparare a tollerare dei confini e una distanza sufficiente che possa permettere al figlio di sentirsi sufficientemente libero. Dover trascorrere più tempo a casa limita necessariamente certi movimenti di esplorazione e autonomia, che tipicamente in questa fase evolutiva vengono agiti fuori dalle mura domestiche. Per quanto possibile, diventa quindi importante poter garantire ai propri figli degli spazi privati di esplorazione, rispettandone i confini sia in termini di tempo, che di spazio fisico.
  • Allenare il loro senso di responsabilità: Per quanto risultino importanti lo spazio per la comprensione, il sostegno e il rispetto della distanza, è necessario al contempo una corretta sollecitazione del senso di responsabilità dell’adolescente. Questo può tradursi nel porre richieste pertinenti, come un compito di cui occuparsi in casa. È importante sollecitare il senso di responsabilità dei ragazzi, anche in riferimento al comportamento da tenere fuori da casa, al fine di promuovere l’adozione di comportamenti “salutari”.
  • Mantenere una routine e porre dei limiti: le regole potranno essere rinegoziate e può essere utile sperimentare insieme la contrattazione di qualcuna di queste, magari assumendosi compiti reciproci precisi, come in una sorta di contratto. Infine, per promuovere l’adesione alle regole è utile tenere a mente l’importanza del rinforzo positivo, riconoscendo l’impegno del figlio e premiandolo quando agisce comportamenti rispettosi delle medesime. Da un lato tutti gli adolescenti sperimentano la trasgressione e devono provarsi anche al limite del lecito, tutti hanno violato norme e regole, fa parte del percorso di crescita. Ora è molto ridotta la possibilità di violare delle “norme normali”, tutto è esasperato. Occorre ad ogni modo che modulino questa necessità di trasgredire, senza passare all'eccesso opposto.
  • Accogliere e riconoscere l'adolescente nelle sue difficoltà: se l'adolescente si sente sminuito nei propri sentimenti, può richiudersi in sé stesso e non richiedere più aiuto, ma nascondere i suoi problemi. Mai minimizzare ciò che prova, ma piuttosto dargli un senso ed "arginare" la portata emotiva, senza però negarla. Se da un lato non bisogna minimizzare, occorre anche non problematizzare qualsiasi vissuto negativo come necessariamente patologico: è normale che l'adolescente sperimenti emozioni forti e che fatichi a tenerle sotto controllo. È importante provare a "mettersi nei suoi panni", comprendere il suo punto di vista, indossando in alcune situazioni le lenti con cui egli guarda il mondo.

Il dialogo è quindi uno strumento importante per il benessere dell'adolescente, che se si sente accolto, riconosciuto e contenuto, potrà usare il genitore come modello e base sicura per affrontare il mondo, anche chiedendo aiuto.

Nel momento in cui si intercetti un disagio crescente da parte dei propri figli o si avverta la necessità di farsi aiutare come genitori, un supporto di tipo psicologico può essere importante.

Il Consultorio Antera Onlus, nelle sedi di Roma, Monterotondo e Fiumicino offre la possibilità di incontrare psicologi e psicoterapeuti esperti nelle difficoltà legate alla fase adolescenziale, accogliendo e accompagnando i ragazzi e le proprie famiglie all'interno di percorsi specifici.

 

Ipocondria: dal corpo immaginato al corpo sentito.

Spunti di riflessione a partire dal film “Maledetto il giorno che t’ho incontrato”

Ansia, panico, fobie, ipocondria insieme ad un profondo senso di insicurezza e instabilità umorale affliggono Bernardo e Camilla, due perfetti sconosciuti che incrociano il loro destino sul pianerottolo dello psicoanalista che hanno in comune, di cui Camilla si è invaghita. È con maestria che Carlo Verdone ci rappresenta, non mancando talvolta di esasperazione e iperbole, le difficoltà che i protagonisti vivono proprio a causa dei sintomi da cui sono affetti. Accompagnati da un magico sacchetto di farmaci tra i più efficaci in commercio, Bernardo e Camilla, cominciano a conoscersi fino a diventare amici e a sentirsi sempre più vicini, non senza momenti di conflittualità. Non solo ansia e ipocondria accomunano i due, ma anche un profondo e ricercato tentativo di autorealizzarsi. Camilla, attrice di teatro, cerca di affermarsi nel mondo dello spettacolo, mentre Bernardo, critico rock, è alla ricerca, nello scrivere la biografia di Jimi Hendrix, dello scoop della sua vita. I due in realtà non si piacciono subito, ma l’insistenza di Camilla fa sì che gradualmente tra loro si stabilisca una inequivocabile e reciproca sintonia, basata proprio sulla possibilità di sentirsi rispecchiati nelle loro paure, ansie, fobie, ipocondrie.

È partendo da questa narrazione cinematografica che poniamo la nostra attenzione su ciò che caratterizza in particolare l’ipocondria, nel tentativo di dare il giusto spessore ad una sofferenza psicologica che il più delle volte viene sottovalutata, mal diagnosticata e talvolta presa poco sul serio.

Nulla di più attuale, d’altronde come l’ipocondria, in un periodo in cui la paura di essere esposti al contagio da coronavirus continua ad aleggiare.

 

Che cos’è l’ipocondria?

Il termine ipocondria deriva dal greco e in particolare dal suffisso “hypo” sotto e “chondros” sterno, ovvero sotto lo sterno. Da qui la pratica della medicina ippocratica di curare l’ipocondria come un malessere dello stomaco e della mente che era responsabile non solo di problemi digestivi, ma anche di grande melanconia. Non è casuale la connessione tra stomaco ed emozioni, e di come oggi sempre di più le ricerche definiscano lo stomaco e l’intestino come il nostro secondo cervello. Ebbene sì, è proprio di sensazioni ed emozioni poco consapevoli che parliamo quando siamo in presenza di ipocondria.

Il DSM-V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali quinta edizione) descrive il disturbo come caratterizzato dall’eccessiva preoccupazione di avere o poter contrarre una grave malattia, in cui i sintomi possono non essere presenti oppure se presenti lo sono in forma lieve. L’aspetto centrale è che il soggetto è affetto da un elevato livello d’ansia riguardante il suo stato di salute, per il quale si allarma facilmente. Ciò porta a due tipi di comportamento:

  1. soggetti con richieste continue di visite mediche e accertamenti, i quali il più delle volte non riescono a calmierare l’ansia,
  2. soggetti che, nonostante siano fortemente preoccupati per la propria salute fisica, evitano l’assistenza medica ed eventuali accertamenti nel tentativo di non avvalorare il timore di essere affetti dalla presunta malattia.

Molto spesso troviamo l’ipocondria associata ad ansia, attacchi di panico, fobie, se non anche a disturbo ossessivo-compulsivo. In questi casi non solo il quadro clinico è più complesso, ma molto spesso i soggetti che ne sono affetti, vivono profonde limitazioni nella loro vita e sono considerati “esagerati”, “eccessivi”. Ciò che difficilmente trapela è la loro reale sofferenza, legata, come vedremo, non solo alla paura di contrarre una malattia.

 

Elementi importanti nell’ipocondria

a. Attaccamento

Cominciamo parlando del possibile attaccamento che il soggetto ha avuto sin dalla primissima infanzia. Bisogna considerare che l’attaccamento relazionale con la figura genitoriale di riferimento rappresenta la “base sicura” che fa sentire il bambino accudito, compreso nei bisogni fisici ed emotivi e gradualmente lo rende pronto e sicuro a distaccarsi per esplorare il mondo esterno. Quando invece la figura genitoriale fa fatica a sintonizzarsi con i bisogni primari ed emotivi del bambino, mostrandosi o poco attenta o eccessivamente preoccupata, il bambino iperattiva il sistema di attaccamento, mostrandosi poco propenso a separarsi da quest’ultima per muoversi ed esplorare l’ambiente esterno. Tutta la sua attenzione è concentrata sulla possibilità di avere attenzioni, aumentandone l’intensità ogni volta che sente la minaccia di perdere l’interesse dell’altro. Il corpo e il sintomo corporeo in questi casi, diventano centrali, data non solo la difficoltà della figura di riferimento di fronte al sintomo del figlio di soddisfare le richieste di cura concrete, ma soprattutto la fatica di rispecchiarne i bisogni emotivi, rassicurandolo della sua presenza e delle possibilità di guarigione. La loro relazione si sposterà tutta su un versante corporeo, diventando bambini bisognosi di cure ed emotivamente dipendenti dall’altro.

Bisogna considerare che lo schema di attaccamento strutturato durante l’infanzia continua a permanere nell’individuo, nonostante con la crescita e le successive esperienze di vita e relazionali essi possano subire modifiche, volgendo in alcuni casi verso uno stile relazionale sicuro e maggiormente in grado di muoversi nel mondo. In alcuni casi lo schema d’attaccamento insicuro riemerge nei momenti di stress oppure in altri casi lo schema d’attaccamento non subisce modifiche, anzi si cristallizza rendendo difficile il momento della separazione dalla figura di riferimento e soprattutto i successivi rapporti.

 

b. Un corpo “non sentito”, ma sintomatologico

Il corpo diventa centrale, ma è un corpo “non sentito”, piuttosto “pensato”, “fantasticato” nelle sue forme più temibili.

L’ascolto del proprio corpo è volto alla possibilità di “avere il pieno controllo” su se stesso e su una possibile sintomatologia corporea, nella piena illusione di poter prevenire, scongiurare possibili malattie.

Come abbiamo visto, parlando dell’attaccamento alle figure genitoriali, la difficoltà di ascolto del proprio sentire corporeo parte dall’infanzia. Salonia (2014), psicoterapeuta della Gestalt, dice: “quando il bambino nel suo corpo che cresce, avverte la tensione del sentire, ovvero l’intensificarsi del ritmo respiratorio che dà forma alle emozioni, ha paura e cerca un corpo che lo accolga, un corpo che attraverso il contenimento, dia al suo corpo il coraggio che lo rende integro. Se questo accade, il bambino imparerà ad avere fiducia nelle sensazioni corporee, nelle emozioni, e avrà appreso che esse portano la pienezza relazionale e personale. Se il corpo del bambino non “trova” il corpo dell'adulto (perché assente o impaurito), allora la paura normale delle proprie sensazioni si trasforma in terrore, diventa fobia: si blocca il respiro che andava ad aprirsi, i muscoli si tendono e viene chiuso ogni varco all'energia emozionale” (pp. 561).

 

c. L’azione come processo identitario

La difficoltà è proprio quella di rimanere in contatto con l’energia che emerge dal corpo, senza la fantasia di un corpo che va in frantumi e senza l’ossessione dalla paura di contrarre una malattia. “Le ossessioni sono pensieri, impulsi o immagini a carattere invasivo e ripetitivo che si presentano alla mente non voluti, incontrollabili da parte dell'individuo. La loro funzione sembra essere quella di controllare l'energia e le sensazioni che il corpo inizia ad avvertire e di cui si impaurisce perché le sente come incontenibili spinte ad azioni distruttive. È il rischio dell’agire che si vuole controllare: l'azione, infatti, è rischiosa perché si può sbagliare, si può fare del male, e rende responsabili in prima persona. (Salonia, 2014, pp. 564). Ma è proprio nell'azione che è possibile dare corpo al proprio sentire facendo sì che essa divenga “il luogo in cui l'unicità della persona si esprime in modo irreversibile, diventa visibile al mondo intero e traccia le linee dell'identità” (Salonia, 2014, pp. 565).

 

In un ipotetico percorso terapeutico per superare l'ipocondria due passaggi risultano fondamentali:

  1. dare ascolto alle sensazioni ed emozioni a partire dal corpo
  2. dare corpo alla propria azione e al proprio sentire

In un processo dal basso verso l’alto, dal corpo ad una mente maggiormente consapevole, è possibile recuperare un maggior senso di fiducia nei confronti di un corpo che sente e si emoziona, piuttosto che un corpo che dà sintomi e paure. È possibile, inoltre, ristabilire anche la graduale possibilità di costruire dentro di sé quella base sicura mancata, ma fondamentale per sentirsi liberi di muoversi e agire nell'ambiente esterno e nella relazione con l’altro.

Non servono azioni o progetti di successo, come Bernardo e Camilla per gran parte della loro vita hanno cercato di fare, quanto di azioni incarnate nel proprio corpo, sentite nella propria interezza, pienamente nutrienti.

In questo modo l’attenzione è pronta per volgere finalmente lo sguardo dal proprio corpo concepito inizialmente fragile e cagionevole, ad un corpo che può cominciare a desiderare ciò che è presente nell'ambiente esterno, ma anche e soprattutto a desiderare il corpo dell’altro.

Cruciale da questo punto di vista il momento in cui Bernardo si accorge di essere innamorato di Camilla ed è pronto a rinunciare, non solo allo scoop tanto atteso che l’avrebbe reso famoso, ma anche alla donna con la quale aveva costruito un rapporto di dipendenza.

James Hillman (1997), nel suo libro il codice dell’Anima, dice “esiste un motivo per cui la mia persona, che è unica e irripetibile, è al mondo, e che esistono cose alle quali mi devo dedicare al di là del quotidiano e che al quotidiano conferiscono la sua ragion d’essere; la sensazione che il mondo, in qualche modo, vuole che io esista, la sensazione che ciascuno è responsabile di fronte a un’immagine innata, i cui contorni va riempiendo nella propria biografia (pp.18-19).

Bibliografia

Hillman J., Il codice dell’anima, Adelphi, Milano, 1997.

Salonia G., La psicoterapia della Gestalt con gli stili relazionali fobico ossessivo-compulsivi, in La Psicoterapia della Gestalt nella pratica clinica. Dala psicopatologia all’estetica del contatto, Francesetti G., Gecele M., Roubal J., Franco Angeli, Milano, 2014. Verardo A. R., Attaccamento traumatico: il ritorno alla sicurezza. Il contributo dell’EMDR nei

Come affrontare e gestire l'isolamento sociale

“Sono solo un adolescente e mai avrei pensato di non uscire con i miei amici per tutto questo tempo”…

E’ questo l’incipit di una lettere scritta da un adolescente ai tempi del Covid 19, una lettera dove si susseguono diverse emozioni, confusi pensieri e nuove esperienze. Una lettera probabilmente molto rappresentativa dello stato emotivo di tanti adolescenti che fanno i conti con questa emergenza e con le fatiche che essa comporta.

Tutti noi ci siamo trovati a dover affrontare stravolgimenti del nostro quotidiano, si tratta di una situazione nuova ed inedita per tutti e questo può far sentire ansiosi, isolati e amareggiati.

 

Tecnologia: risorsa fondamentale, ma attenzione ai rischi

Come oramai tutti sanno l’adolescenza è un periodo difficile, ed essere un adolescente al tempo del Covid19 è di gran lunga faticoso, ma al contempo può essere anche una grande sfida. Vediamo insieme perché.

La tecnologia, in questo momento, sta garantendo un senso di comunione e di solidarietà e sta veicolando messaggi molto positivi e di speranza. Dunque l’uso delle tecnologie digitali si presenta come un’opportunità per promuovere il mantenimento delle relazioni sociali particolarmente importanti in questa fase della vita degli adolescenti.

E come si sa, su questo uso delle tecnologia, molti adolescenti sono stati, da sempre, tanto “esperti” ed “iperconnessi”. Noi adulti abbiamo spesso detto che gli adolescenti odierni sono una “generazione digitale”, e se oggi in questa emergenza possono sembrare meno in difficoltà rispetto alla realtà virtuale, e più facilitati a stare in relazione con il mondo fuori da casa, ciò non vuol dire che non risentano emotivamente degli effetti di questa emergenza. Possono essere connessi con il mondo fuori, con la scuola, con gli amici, essere online tantissime ore al giorno ma vivono comunque un isolamento sociale dato dalla mancanza di relazioni giocate in presenza dell’altro, sperimentano un vuoto dato dall’assenza di svaghi e dal gruppo dei pari.

Il rischio per gli adolescenti, impossibilitati a uscire e quindi a passare il proprio tempo libero fuori casa, è quello di rifugiarsi in un uso smodato di smartphone e dispositivi elettronici ed incappare in quella che è stata definita“overdose digitale”, con effetti simili ad una vera e propria dipendenza da tecnologie. Nel caso in cui guardare la tv, giocare ai videogame, passare il tempo con lo smartphone, il PC o il tablet diventano le attività predominanti, possono acuire la messa in atto di stili di vita che potrebbero aumentare il rischio di sovrappeso, problemi osteoarticolari, disturbi del sonno, comportamenti aggressivi, irritabilità e difficoltà di concentrazione, attenzione e comprensione.

 

Cosa è quindi opportuno fare per affrontare e gestire l'isolamento sociale?

È fondamentale, quindi, stabilire dei limiti nell’utilizzo dei dispositivi virtuali, riconoscendone però il loro valore. E’ pertanto necessario impostare un piano giornaliero con tempi certi di condivisione e di studio in autonomia, è opportuno attivare o mantenere alcune abitudini che permettano di scandire il tempo e organizzare al meglio la giornata, come per esempio dedicarsi allo studio per il proseguo dei programmi scolastici, ascoltare musica, leggere, praticare un hobby, si possono riscoprire i rapporti con coloro che vivono con noi ma di cui sappiamo sempre meno, perché presi dalla fretta e distratti dalla tecnologia che ci circonda.

 

Perchè può essere una sfida evolutiva per gli adolescenti?

È stato chiesto anche agli adolescenti di stare a casa, di interrompere le loro relazioni esterne, di stare “imprigionati” proprio in una fase della vita che per definizione è nel fuori, dove si vive di esplorazione e di relazione. Ma per loro, dentro questo sacrificio c’è anche un allenamento alla vita, perché si stanno imbattendo nella dimensione della responsabilità e del sacrificio in maniera potente e questo rappresenta un’importante sfida evolutiva.

 

“Gestire” la noia con le proprie emozioni

Per i ragazzi, la noia di questi giorni può essere una buona occasione per imparare a stare con le proprie emozioni, imparare a “sentirsi” e a riconoscere i propri bisogni al di là di quello che viene continuamente imposto.

 

Che ruolo hanno i genitori in questo momento emotivamente così difficile anche per gli adolescenti?

I genitori sono chiamati a contenere e aiutare a gestire le eventuali difficoltà emotive dei loro figli adolescenti, filtrando le proprie angosce e instaurando comunque un dialogo fondato sull’onestà dei vissuti che essi stessi sperimentano durante questa situazione.

Alcune piccole indicazioni per un adolescente:

  1. Creati delle distrazioni e dai spazio alla tua creatività;
  2. Trova nuovi canali per rimanere in contatto con i tuoi amici;
  3. Tecnologia, si ma non troppo: si consiglia di programmare una pianificazione del tempo che si trascorre davanti agli schermi insieme ai tuoi genitori, proteggendoti così da “un'overdose digitale”;
  4. Concentrati su te stesso e trova modi innovativi per trascorrere questo nuovo tempo a disposizione: si potrebbe fare una lista di tutte le attività che si desiderano fare, cose nuove che si vorrebbero imparare, libri da leggere o audiolibri da ascoltare, possibili corsi on line da seguire in base ai tuoi interessi etc.
  5. Esterna le tue emozioni: quando ci troviamo ad affrontare emozioni difficili, l’unico modo per superarle è attraversarle. Va avanti e sii triste, e se riesci ad accettare di essere triste, allora potrai iniziare a sentirti presto meglio.

Fonti:

UNICEF

L’Organizzazione Mondiale della Sanità

Il Sole 24 ore

Askanews – Agenzia stampa nazionale

Gravidanza al tempo del COVID-19

La gravidanza rappresenta, senza dubbio, un evento che comporta modificazioni di natura sia fisiologica che psicologica richiedendo alla futura madre e, alla coppia in attesa, dei continui riadattamenti (Benedek 1956). Il caleidoscopio emotivo che una donna vive durante il periodo di gestazione mette in luce la complessità e la ricchezza di tale esperienza interiore caratterizzata da un nuovo modo di “sentire” e di “sentirsi” nel mondo (Quaglia, 1996; Brustia, Longobardi, 2003).

Questa “nuova” sensibilità attraversa tutto lo spettro delle emozioni nelle sue sfumature e ambivalenze, traducendosi, talvolta, in stati di ansia in occasione di eventi stressanti.

Nell’attuale momento storico il COVID-19 costituisce per tutti gli individui una fonte di profonda frustrazione che elicita vissuti di paura, sensazione di pericolo, vulnerabilità e impotenza.

Tali risposte emotive sono da ritenersi, in linea generale, adattive, sane e coerenti, poiché permettono agli individui di riconoscere la pericolosità di un evento e di proteggersi dai rischi ad esso correlati, adottando comportamenti consoni alla situazione. Tuttavia, nel caso della gravidanza, tali vissuti possono risultare molto pervadenti e di difficile gestione per le future madri al punto da alterare il benessere psicofisico delle stesse e, di riflesso, del feto.

Le donne possono vivere con paura, a volte terrore, il rischio di contagio rischiando di vivere con eccessiva ansia e preoccupazione una delle esperienze più trasformative e significative della vita di una donna: la gravidanza.

Stante la complessa situazione mondiale dovuta al diffondersi del COVID-19, è doveroso sottolineare che la paura è un’emozione del tutto normale, in particolare in gravidanza. Espressioni di tale emozione, come il pianto o la tristezza devono, dunque, essere riconosciute e accettate dalle future madri, tralasciando sentimenti di colpa ed inadeguatezza.

 

Arrivo di un figlio: come si riorganizza la coppia?

E’ noto in letteratura come la gravidanza comporti anche una ridefinizione del rapporto di coppia, in quanto, sia a livello reale che immaginario, è necessario includere il terzo all’interno della diade, imponendo alla stessa una riorganizzazione dell’equilibrio familiare (Minuchin, 1976). Di fatto, con l’arrivo di un figlio i futuri genitori si trovano a dover affrontare un processo di adattamento che dipende in larga misura dalla storia individuale di ciascuno e dal modo in cui si è affrontato il processo di svincolo dalla famiglia di origine.

La nascita di un figlio, soprattutto del primogenito, rappresenta senza dubbio un evento trasformativo che riguarda tutto il sistema familiare producendo innumerevoli cambiamenti; nasce infatti il sottosistema genitoriale, accanto a quello coniugale già esistente, mentre nelle famiglie d'origine dei neo-genitori si creano i ruoli di nonni e di zii. Molti accordi stabiliti nel primo periodo del matrimonio devono essere rivisti e subiscono cambiamenti, tale rivisitazione di ruoli e gerarchie diviene fondamentale per il benessere dell’intero sistema familiare.

Con la nascita di un bambino si passa dallo stato di figli a quello di genitori, con un'ulteriore maturazione psicologica della coppia genitoriale; questo genera anche una ridefinizione del rapporto con i propri genitori che tende ad essere nel tempo sempre più paritario e adulto (Bramanti, 1999).

Tuttavia, spesso il passaggio alla genitorialità può far emergere criticità con le rispettive famiglie di origine, legate alla difficoltà di stabilire e mantenere confini relazionali chiari e condivisi tra i vari membri dei sottosistemi. Tali condizioni posso avere a loro volta dei riverberi sul benessere della coppia dei neo genitori.

 

Distanza dalle famiglie di origine: un limite o un'opportunità per aumentare il proprio senso di efficacia come futuri genitori?

La distanza dalle rispettive famiglie di origine porta con sé anche l’indisponibilità immediata delle stesse ad aiutare e sostenere concretamente i neo-genitori nella complessa fase di ciclo vitale che stanno affrontando. Tale condizione, seppur infelice, può essere rappresentare un’occasione per i futuri genitori di scoprire e mettere in atto competenze e capacità, diversamente sopite dalla presenza, talvolta molto ingombrate, dei neo-nonni.

Il costrutto di “self-efficacy” si riferisce a quanto i genitori si percepiscano competenti e adeguati nell’adempiere ai compiti impliciti nel ruolo genitoriale. Se il livello di efficacia nei genitori è alto ciò li rende meno vulnerabili allo stress connesso alla genitorialità e li porta ad affrontare con più serenità anche le piccole difficoltà quotidiane. Nel complesso un alto livello di “self-efficacy” sia nella madre che nel padre è associato ad una globale soddisfazione della vita familiare (Bramanti, 1999).

Le famiglie d’origine, in questo periodo non devono tuttavia essere tagliate fuori dalla vita dei genitori in attesa, rimanendo in contatto attraverso i social network, garantendo presenza e affetto, ma in sicurezza.

 

Vicinanza della coppia: una risorsa contro lo stress emotivo

Le attuali limitazioni imposte dalla diffusione del COVID-19, possono rappresentare un’occasione per i futuri genitori di volgere lo sguardo sul proprio partner prendendosi cura l’uno dell’altra in attesa del lieto evento. Il nutrimento derivante da questa amorevole attenzione reciproca rappresenta, senza dubbio, un fattore protettivo per il feto nel qui ed ora, ma verosimilmente anche per il futuro della coppia stessa. Poiché come è stato dimostrato, nel corso della transizione alla genitorialità, generalmente, il grado di soddisfazione e di benessere percepito dalla coppia si riduce, sebbene questo declino non interessi tutte le coppie (Belsky, Rovine, 1990). In tal senso, dunque, proteggersi, occuparsi dell’altro, “stringersi più forte” può rappresentare una valida risposta adattiva della coppia a questo periodo di forte stress emotivo, e dei cui benefici la stessa potrà goderne a lungo termine.

 

Indicazioni pratiche: come affrontare la gravidanza al tempo del COVID-19?

Al fine di vivere al meglio questo periodo potrebbe essere utile seguire alcune indicazioni utili a contenere i vissuti di angoscia suscitati dalla pandemia in corso:

  • Scegliere 1 o 2 momenti al giorno per informarsi sulla pandemia in corso; requisendo informazioni attraverso fonti ufficiali ed evitando una sovraesposizione a messaggi dai contenuti allarmanti e angoscianti. E’ dimostrato ampiamente, che il bambino nel grembo materno sia in grado di percepire le emozioni della madre; vissuti di angoscia suscitati dalle informazioni relative al diffondersi del COVID-19, hanno un impatto sul nascituro.
  • Investire il tempo a disposizione, imposto dalle misure governative, per creare uno spazio di cura e connessione profonda con il proprio bambino. La sospensione coatta da ogni attività extradomestica, può rappresentare un’occasione per la futura madre di dedicare ulteriore tempo alla gravidanza. Può essere questo un periodo di investimento in attività di rilassamento e autocentramento sull’attuale momento di vita. In tal senso è possibile seguire on line video di tecniche di rilassamento, respirazione e yoga; leggere libri sulla gestazione, sull’allattamento, sul parto.
  • Prendersi cura di sé. Essere stati costretti a rallentare in nostri ritmi di vita può rappresentare un’occasione per curare il nostro corpo acquisendo abitudini più sane: curare meglio l’alimentazione; fare degli esercizi fisici, riposarsi adeguatamente, in generale rinforzare il sistema immunitario.
  • Non interrompere, per quanto possibile, la propria routine: in questo momento bisogna ancorarsi a ciò che è certo, noto e prevedibile. Laddove possibile, sarebbe opportuno continuare con la propria attività lavorativa da casa, modificando il minimo le proprie abitudini. E’ utile continuare a coltivare i propri hobby e attività di svago come prima e, perché no, più di prima: (dipingere, cantare, ballare, curare le tue piante…).
  • Parlare anche di altro. E’ necessario non rendere il COVID-19 l’argomento dominante delle nostre conversazioni. Distrarsi e uscire dal loop di discorsi angoscianti e catastrofisti serve a rafforzarci attraverso le emozioni positive che nutriranno il nascituro.

 

Quando l'ansia diventa ingestibile: importanza di chiedere aiuto

Provare un po’ di ansia in gravidanza è comprensibile, in particolare in un momento di forte stress come quello attuale.

La letteratura ha evidenziato che soprattutto le primipare appaiono molto vulnerabili in gravidanza e nel post-partum e che necessitano di un adeguato supporto emotivo da parte del partner. Le gravose richieste legate al puerperio e alla nascita del bambino possono far emergere vissuti di inadeguatezza, la neo-mamma può temere di fallire nel suo ruolo e questo le procura ansia e talvolta uno stato depressivo (Della Vedova e al., 2008), fino a giungere in alcuni casi ad una vera e propria depressione post-partum. Questi sintomi possono avere delle conseguenze sia a breve che a lungo termine anche sul bambino e sulla relazione di attaccamento tra madre e figlio. Dunque, se l’ansia connessa con la pandemia in corso dovesse farsi dirompente e ingestibile, è necessario concedersi di chiedere aiuto ad un terapeuta esperto, che possa accogliere e aiutare la futura mamma nella gestione del suo stato emotivo.

La gravidanza è un processo che invita a cedere alla forza invisibile che si nasconde nella vita (Judy Ford)

 

BIBLIOGRAFIA

Benedek, T.F. (1956). Toward the biology of the depressive constellation. Journal of the American Psychoanalytic Association, 4 , 389-427.

Belsky, J., Rovine, M. (1990). Patterns of marital change across the transition to parenthood: pregnancy to three years postpartum. Journal of Marriage and the Family, 52, 5-19.

Bramanti, D. (1999). Coniugalità e genitorialità: i legami familiari nella società complessa: Atti del Primo Seminario Internazionale del Redif. Milano: Vita e pensiero.

Brustia,P.&Longobardi,C. (2003). Donne e madri. Psicodinamica della gravidanza e ciclo di vita al femminile, in P. Brustia, S. Ramella Benna, Territori di Psicologia Dinamica. Roma: Carocci, 149-172

Della Vedova, A.M., Cabrassi, F., Ducceschi, B., Cena, L., Lojacono, A., Vitali, E., De Franceschi, L., Guana, M., Bianchi, U.A., Imbasciati, A. (2008). Parto e puerperio: i vissuti delle donne in un’ottica di ricerca multidisciplinare. Syrio online. Retrieved August, 2008

Quaglia,R. (1996). Adamo, l’infanzia inesistente. Roma: Armando Editore

Minuchin, S. (1976)Famiglie e terapie della famiglia. Casa Editrice Astrolabio, Roma 1976,

VADEMECUM PSICOLOGICO CORONAVIRUS PER I CITTADINI

Perché le paure possono diventare panico e come proteggersi con comportamenti adeguati, con pensieri corretti e emozioni fondate.

Questo breve vademecum non vuole essere esaustivo né sostituirsi ad un aiuto professionale. E’ un contributo per riflettere ed orientare al meglio i nostri pensieri, emozioni e comportamenti – individuali e collettivi - di fronte al problema Covid-19. Pochi minuti del vostro tempo per una lettura che ci auguriamo possa esservi utile.

David Lazzari – Presidente CNOP – 26 febbraio 2020

La paura è un’emozione potente e utile. E’ stata selezionata dall’evoluzione della specie umana per permettere di prevenire i pericoli ed è quindi funzionale a evitarli.

La paura funziona bene se è proporzionata ai pericoli. Così è stato fino a quando gli uomini avevano esperienza diretta dei pericoli e decidevano volontariamente se affrontarli oppure no.

Oggi molti pericoli non dipendono dalle nostre esperienze. Ne veniamo a conoscenza perché sono descritti dai media e sono ingigantiti dai messaggi che circolano sulla rete.

Succede così che la paura diventi eccessiva rispetto ai rischi oggettivi derivanti dalla frequenza dei pericoli. In questi casi la paura si trasforma in panico e finisce per danneggiarci. Facciamo un esempio: dopo l’11 settembre il panico degli statunitensi per il volo in aereo fu tale che molti decisero di spostarsi in macchina. Nel periodo successivo sulle strade morì il doppio delle persone rispetto a quelle che viaggiavano sugli aerei catturati e abbattuti dai terroristi. Il panico si era tradotto in scelte individuali controproducenti che, aggregate, divennero un danno collettivo.

Si ha più paura dei fenomeni sconosciuti, rari e nuovi, e la diffusione del Coronavirus ha proprio queste caratteristiche. A tutt’oggi, i decessi per influenza non da Coronavirus sono molto più frequenti. Di questi però non si ha paura perché ci siamo abituati a tal punto che molti italiani ignorano addirittura i benefici, in chiave preventiva, dei vaccini. Si ripete la differenza tra la paura dei voli in aereo e la scelta volontaria e sotto il nostro controllo di guidare un’automobile.

Per evitare che le paure siano sproporzionate e creino forme di ansia individuale e di panico collettivo proponiamo di condividere un “decalogo antipanico”. Alcune “chiavi di lettura” che possono aiutarci ad evitare due errori possibili: sopravvalutare o sottovalutare (negare) il problema.

 

Decalogo anti-panico

  • Attenersi ai fatti, cioè al pericolo oggettivo. Il Coronavirus è un virus contagioso ma come ha sottolineato una fonte OMS su 100 persone che si ammalano 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi gestibili in ambiente sanitario, solo il 5 hanno problemi più gravi e tra questi i decessi sono circa la metà ed in genere in soggetti portatori di altre importanti patologie.
  • Non confondere una causa unica con un danno collaterale Molti decessi non sono causati solo dall’azione del coronavirus, così come è successo e succede nelle forme influenzali che registrano decessi ben più numerosi. Finora i decessi legati al coronavirus sono stimati nel mondo sono cento volte inferiori a quelli che si stima causi ogni anno la comune influenza. E tuttavia questo 1% si aggiunge ed è percepito in modo diverso dai “decessi normali”. Finora nessuno si preoccupava di una forte variabilità annuale perché tutti i decessi venivano attribuiti all’influenza “normale”: nell’ultima stagione influenzale sono scomparsi 34.200 statunitensi e, l’anno prima, 61.099.
  • Se il panico diventa collettivo molti individui provano ansia e desiderano agire e far qualcosa pur di far calare l’ansia, e questo può generare stress e comportamenti irrazionali e poco produttivi.
  • Farsi prendere dal contagio collettivo del panico ci porta a ignorare i dati oggettivi e la nostra capacità di giudizio può affievolirsi.
  • Pur di fare qualcosa, spesso si finisce per fare delle cose sbagliate e a ignorare azioni protettive semplici, apparentemente banali ma molto efficaci (cfr. elenco qui sotto).
  • In linea generale troppe emozioni impediscono il ragionamento corretto e frenano la capacità di vedere le cose in una prospettiva giusta e più ampia, allargando cioè lo spazio-tempo con cui esaminiamo i fenomeni.
  • E’ difficile controbattere le emozioni con i ragionamenti, però è bene cercare di basarsi sui dati oggettivi. La regola fondamentale è l’equilibrio tra il sentimento di paura e il rischio oggettivo. 
  • Questa semplice figura permette di vedere la paura del coronavirus in prospettiva.
La figura mostra nella parte superiore i pericoli di cui si ha più paura di quanta se ne dovrebbe avere. In questi casi l’indignazione pubblica può suscitare panico e, di conseguenza, ansie sproporzionate e dannose. Nella parte inferiore, al contrario, ci sono i pericoli a cui siamo abituati e che non provocano paure. La sproporzione tra le aree dei due cerchi mostra quanta differenza c’è tra paure soggettive e pericoli oggettivi. (Fonte: Paolo Legrenzi, A tu per tu con le nostre paure. Convivere con la vulnerabilità, Il Mulino, 2019).
La figura mostra nella parte superiore i pericoli di cui si ha più paura di quanta se ne dovrebbe avere. In questi casi l’indignazione pubblica può suscitare panico e, di conseguenza, ansie sproporzionate e dannose. Nella parte inferiore, al contrario, ci sono i pericoli a cui siamo abituati e che non provocano paure. La sproporzione tra le aree dei due cerchi mostra quanta differenza c’è tra paure soggettive e pericoli oggettivi. (Fonte: Paolo Legrenzi, A tu per tu con le nostre paure. Convivere con la vulnerabilità, Il Mulino, 2019).
  • La figura mostra il fenomeno delle paure nel loro complesso: l’indignazione pubblica sui media accentua alcune paure, come quelle per gli attacchi terroristici e i criminali armati, e induce a sottovalutare altri pericoli oggettivi a cui siamo abituati. Le caratteristiche del panico per coronavirus lo avvicinano ai fenomeni improvvisi e impressionanti che inducono panico perché sollevano l’indignazione pubblica.
  • Siamo preoccupati della vulnerabilità nostra e dei nostri cari e cerchiamo di renderli invulnerabili. Ma la ricerca ossessiva dell’invulnerabilità è contro-producente perché ci rende eccessivamente paurosi, incapaci di affrontare il futuro perché troppo rinchiusi in noi stessi.

 

Tre buone pratiche per affrontare il coronavirus 

  • Evitare la ricerca compulsiva di informazioni.

Abbiamo visto che è normale e funzionale, in chiave preventiva, avere paura davanti ad un rischio nuovo, come l’epidemia da coronavirus: ansia per sé e i propri cari, ricerca di rassicurazioni, controllo continuo delle informazioni sono comportamenti comprensibili e frequenti in questi giorni. E tuttavia la paura si riduce se si riflette sul suo rapporto con i pericoli oggettivi e quindi si sa con chiarezza cosa succede e cosa fare

  • Usare e diffondere fonti informative affidabili

E’ bene attenersi a quanto conosciuto e documentabile. Quindi: basarsi SOLO su fonti informative ufficiali, aggiornate e accreditate. - Ministero della Salute: http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus - Istituto Superiore di Sanità: https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/ Al Ministero della Salute, alla Protezione Civile, e al Sistema sanitario nazionale e regionale lavorano specialisti esperti che collaborano per affrontare con grande rigore, attenzione e con le risorse disponibili la situazione in corso e i suoi sviluppi.

  • Un fenomeno collettivo e non personale

Il Coronavirus non è un fenomeno che ci riguarda individualmente. Come nel caso dei vaccini ci dobbiamo proteggere come collettività responsabile. I media producono una informazione che può produrre effetti distorsivi perché focalizzata su notizie in rapida e inquietante sequenza sui singoli casi piuttosto che sui dati complessivi e oggettivi del fenomeno. E’ importante tener conto di questo effetto.

 

Dopo i pensieri e le emozioni, i comportamenti

L'Istituto Superiore di Sanità indica semplici azioni di prevenzione individuale (https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/).

Eccole qui riassunte:

  • Evita il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute.
  • Il lavaggio e la disinfezione delle mani sono la chiave per prevenire l’infezione.
  • Bisogna lavarsi le mani spesso e accuratamente con acqua e sapone per almeno 20 secondi, fino ai polsi. Se acqua e sapone non sono a portata di mano, è possibile utilizzare anche un disinfettante per mani a base di alcol con almeno il 60% di alcol.
  • Il virus entra nel corpo attraverso gli occhi, il naso e la bocca, quindi evita di toccarli con le mani non lavate.
  • Copri bocca e naso se starnutisci o tossisci; usa fazzoletti monouso.
  • Usa la mascherina solo se sospetti di essere malato o assisti persone malate.
  • Non prendere farmaci antivirali né antibiotici, a meno che siano prescritti dal medico.
  • Contatta il numero verde 1500 se sei tornato dalla Cina da meno di 14 giorni e hai febbre o tosse.
  • Se stai male e hai sintomi compatibili con il Coronavirus, contatta telefonicamente il tuo medico di base o il 118, senza recarti direttamente in ambulatorio o in Pronto Soccorso (per ridurre eventuali rischi di contagio a terzi o al personale sanitario). Rispetta rigorosamente solo i provvedimenti e indicazioni ufficiali delle Autorità di Sanità Pubblica: sono una tutela preziosa per te e per tutti.

 

A chi si deve badare nella marea delle notizie

E’ stata chiamata “infodemia” il contagio e la diffusione delle notizie: guardando la tv, aprendo i giornali o andando in rete si viene sommersi da una marea di informazioni di ogni tipo sul Coronavirus: veri esperti e finti esperti, specialisti improvvisati, persone che riportano il “sentito” dire o il “sentito” letto. In questo campo ragionare con il “buonsenso” porta a conclusioni spesso errate.

Va bloccato o ignorato uno stato di "allarme psicologico permanente" che si traduce in “indignazione pubblica”. Si tende così a aumentare la percezione dei rischi e siamo spinti a cercare ossessivamente informazioni più rassicuranti. I media però sono fatti per attirare l’attenzione e ci espongono per lo più a cronache allarmanti facendo cresce la sproporzione tra pericoli oggettivi e paure personali

Conclusione: riduci la sovraesposizione alle informazioni dei media. Le semplici informazioni sopra riportate sono sufficienti. Una volta acquisite le informazioni di base su che cosa succede e che cosa fare, è sufficiente verificare gli aggiornamenti sulle fonti affidabili sopra indicate.

Si hanno così tutte le informazioni necessarie per proteggersi, senza farsi sommergere da un flusso ininterrotto di "allarmi ansiogeni". E’ bene proteggere anche i bambini. Se ci interrogano, daremo sempre la nostra disponibilità a parlare serenamente di quello che possono aver sentito e li spaventa correggendo un quadro statisticamente infondato. E’ meglio non esporli alce informazioni allarmistiche di cui sopra.

 

Agisci collettivamente per un fenomeno collettivo

Anche se tu ti sei fatto un’idea corretta del fenomeno e non provi alcuna paura infondata, è bene cercare aiutare gli altri raccontando in parole semplici il nostro decalogo e le raccomandazioni qui elencate.

Devi supplire cioè all’indignazione e panico pubblici suscitati da molti canali media e social fornendo le semplici informazioni sopra indicate e ragionando con calma e pazienza invece di ignorare o, peggio, disprezzare chi non sa e si rifiuta di pensare.

Bisogna ricordarsi delle parole di Alessandro Manzoni in relazione alla peste di Milano del Seicento: “il buon senso se ne stava nascosto per paura del senso comune”.

Andiamo a scalzare il senso comune ma non con il buon senso di Manzoni ma con la scienza e la razionalità. La psicologia permette di capire in modo razionale anche quel che non si presenta come tale ma che va capito e rispettato. Agire tutti in modo informato e responsabile e aiutarsi reciprocamente a farlo, aumenta la capacità di protezione della collettività e di ciascuno di noi

 

Non ti vergognare di chiedere aiuto

Se pensi che la tua paura ed ansia siano eccessive e ti creano disagio o attacchi di panico, non avere timore di parlarne e di chiedere aiuto ad un professionista. Gli Psicologi conoscono questi problemi e possono aiutarti in modo competente. Tutti possiamo avere necessità, in certi momenti o situazioni, di un confronto, una consulenza, un sostegno, anche solo per avere le idee più chiare su ciò che proviamo e gestire meglio le nostre emozioni, e questo non ci deve far sentire “deboli”.

Non è debole chi chiede aiuto per aumentare le proprie risorse e quelle dei suoi cari.

(Ringraziamo il Prof. Paolo Legrenzi, docente emerito di psicologia all’università Ca’ Foscari di Venezia ed esperto di psicologia delle emozioni e delle decisioni per la collaborazione).

Il Training Autogeno è un metodo di rilassamento che una volta acquisito, praticato ed allenato può essere di sostegno in momenti di difficoltà, come forte ansia,  rabbia, stress, paure,...

L'etimologia delle parole serve a chiarire la natura di questa tecnica, "training" vuol dire allenamento, "autos" vuol dire da sé, e "genos" significa che si genera, chiunque la impari poi la potrà gestire in maniera autonoma, in qualsiasi situazione e luogo. 

Presso il Consultorio Antera Onlus si organizzano periodicamente laboratori di gruppo in cui apprendere e sperimentare questa efficace tecnica.

Per informazioni e costi dei Corsi Base contattare la segreteria ai numeri 320.8755641 o 06.45425425 o compilare il form per essere richiamati

Il laboratorio "risveglio dei sensi" prevede un incontro  informativo gratuito che si terrà il 26 Marzo alle ore 19.30 presso la sede di Monterotondo in via dei Monti Berici 23.

Seguirà un ciclo di incontri , in totale 7, focalizzati sui sensi e sul movimento, della durata di 2 ore ciascuno.

L'obiettivo principale è di offrire all'individuo la possibilità di fare esperienze che lo riportino al proprio sentire e alle proprie emozioni

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