Presso la Libreria Matrioska di Fiumicino i professionisti del Consultorio Antera Onlus offrono uno spazio di incontro gratuito venerdi 24 novembre rivolto a tutti i genitori che desiderano supportare i propri figli nello svolgimento dei compiti a casa. Verranno condivisi strumenti e suggerite tecniche efficaci per agevolare l'apprendimento e l'organizzazione del lavoro scolastico. 

Si apre un nuovo anno scolastico e milioni di alunni si trovano in questi giorni di fronte ai cancelli  spalancati verso il fatidico primo giorno di scuola. Molto spesso i più preoccupati sembrano essere proprio i genitori che vediamo lì accanto a loro, o poco distanti o a tormentarsi andando a lavoro, “aggiustando” la distanza a seconda dell'età dei figli. Le ansie, le aspettative, i dubbi e i buoni propositi sembrano accomunare, con piccole differenze, un po' tutte le mamme e i papà, è importante poterli accompagnare in questo nuovo inizio, modulando le proprie ansie e i propri timori, accogliendo i loro possibili e comprensibili turbamenti delle prime settimane e partendo da subito col piede giusto.

 

METTERSI NEI PANNI DEI PROPRI FIGLI, MA...

E' importante dare spazio in famiglia alla tematica “ritorno a scuola”, dandogli il giusto rilievo, soprattutto nei passaggi da un ciclo scolastico all'altro, facendo attenzione a non sminuire l'evento, ma neanche dando la percezione di un momento dai “contorni apocalittici”. Può essere utile provare a vedere con i loro occhi, condividendo quelli che sono stati i timori e le emozioni dei genitori quando a loro volta si son trovati a fronteggiare l'inizio della scuola, favorendo una comunicazione più aperta a livello emotivo. Attenzione però a non caricare eccessivamente i bambini e i ragazzi delle proprie preoccupazioni, comunicandole in primis all'altro genitore con cui fare squadra: i figli non dovranno preoccuparsi di rassicurare mamma e papà, ma solo di essere rassicurati.

 

AUTONOMIA VERSO I FIGLI

Sapersi destreggiare fra la protezione verso i propri figli e la spinta all'autonomia non è sempre facile, ma la scuola offre un'ottima opportunità per farli sperimentare a diversi livelli: dall'organizzazione del materiale scolastico, alla pianificazione dei compiti a casa, senza dimenticare la socializzazione. Resistere ad esempio alla tentazione di preparare ai più piccoli della primaria lo zaino e farli partecipare attivamente fin dai primi giorni li abitua ad una maggiore responsabilità e li rassicura sul “sentirsi pronti”, quando quello zaino lo riapriranno in classe l'indomani. Per quanto riguarda l'annosa questione del diario da controllare: che sia cartaceo o elettronico poco importa, è fondamentale a qualsiasi età  che l'alunno sia parte attiva nel sapere cosa gli è stato assegnato, meglio che gli sfugga di fare qualcosa di cui però si è interessato, piuttosto che i compiti a casa siano dominio esclusivo delle chat dei genitori. 

 

FARE RETE TRA RAGAZZI

Nell'epoca dei social network è fondamentale non dimenticare l'importanza per gli alunni del fare rete su un piano più reale che virtuale. Può essere di aiuto avere ad esempio la possibilità di condividere con alcuni vecchi compagni di classe il passaggio da un ciclo scolastico all'altro, senza che però diventi un “imperativo categorico” se non vi è la possibilità di farlo, stimolando sempre la curiosità verso i nuovi compagni da conoscere e con cui potersi frequentare anche dopo scuola. Utile anche incoraggiare il poter studiare insieme, in due o in piccoli gruppi, favorendo un apprendimento fra pari, dando loro la possibilità di organizzarsi e negoziare delle regole condivise. Sarà molto più prezioso imparare a fare questo, piuttosto che apprendere una nozione in più aiutati da un adulto. 

 

SCUOLA-FAMIGLIA: NO SCONTRO, MA CONFRONTO

I rapporti fra scuola e famiglia non sono sempre facili, a livello culturale si ha l'impressione di essere passati da un'indiscussa fede negli insegnanti e nel riconoscimento pieno del loro ruolo, ad una attuale continua messa in discussione del loro operato. Anche su questo l'arduo compito dei genitori è trovare l'equilibrio fra monitorare sempre con attenzione la vita in classe dei figli e non andare a intaccare l'autorità degli insegnanti, squalificando quanto fanno, soprattutto in modo esplicito di fronte a bambini e ragazzi. Poter avere un buon filo comunicativo con il corpo docente non è sempre di facile realizzazione, ma è davvero importante, ricordando sempre che costruire un'alleanza con gli insegnanti, un'alleanza fra adulti, favorisce di gran lunga il percorso di crescita dei propri figli.

 

 

 

 

 

 

 

Siamo lieti di invitartvi all'iniziativa gratuita "DAI CAPRICCI AI CONFLITTI" che si inserisce nel ciclo di incontri sul benessere psicologico. L'incontro promosso in collaborazione con la libreria ARCOBALIBRI a Roma è rivolto ai genitori ed ha l'obiettivo di condividere strategie efficaci per affrontare i conflitti con i figli al fine di migliorare la qualità della vita relazionale.

sabato 7 maggio  2016 ore 16.00

presso la Libreria Arcobalibri Via Pannonia n. 38/40, Roma

 

INGRESSO LIBERO 

 

Per informazioni:

  • Consultorio Antera Associazione ONLUS Roma 06.45.42.54.25 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
  • Libreria Arcobalibri Roma 06.45.54.81.00 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

E' possibile scaricare la brochure descrittiva 

Il Consultorio Antera Onlus e il Centro Clinico Arianna sono due diverse realtà da tempo attive nella promozione di progetti di prevenzione e promozione del benessere psicologico, e collaborano negli interventi personalizzati in favore di bambini/e e ragazzi/e con DSA o con problematiche relazionali e disagio psico sociale.

Il seminario proposto si rivolge agli psicologi interessati a lavorare in quest’ambito ed è finalizzato ad approfondire le caratteristiche della figura del Tutor: ambiti di intervento e possibilità occupazionali, abilità e conoscenze richieste, percorsi formativi utili ad operare in tale campo con competenza e professionalità, specificità del sapere e dell’agire dello psicologo in relazione al ruolo di altre figure professionali.

E' stato richiesto il Patrocinio dell'Ordine degli Psicologi del Lazio

 

 

DISTURBO OPPOSITIVO PROVOCATORIO (DOP)

Il Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM-IV), fornisce i seguenti criteri per effettuare la diagnosi di Disturbo oppositivo- provocatorio:

A. Una modalità di comportamento, negativistico, ostile e provocatorio che dura da almeno 6 mesi, durante i quali sono stati presenti 4 (o più) dei seguenti:

  1. spesso va in collera
  2. spesso litiga con gli adulti
  3. spesso sfida attivamente o si rifiuta di rispettare la/le richieste o regole degli adulti
  4. spesso irrita deliberatamente le persone
  5. spesso accusa gli altri per i propri errori o il proprio cattivo comportamento
  6. è spesso suscettibile o facilmente irritato dagli altri
  7. è spesso arrabbiato e rancoroso
  8. è spesso dispettoso e vendicativo

Nota. Considerare soddisfatto un criterio solo se il comportamento si manifesta più frequentemente rispetto a quanto si osserva tipicamente in soggetti paragonabili per età e livello di sviluppo.

B. L’anomalia del comportamento causa compromissione clinicamente significativa del funzionamento sociale, scolastico o lavorativo.

C. I comportamenti non si manifestano esclusivamente durante il decorso di un disturbo psicotico o di un disturbo dell’umore.

D. Non sono soddisfatti i criteri per il disturbo della condotta, e, se il soggetto ha 18 anni o più, non risultano soddisfatti i criteri per il disturbo antisociale di personalità.

Nella quotidianità questi criteri si traducono con la messa in atto da parte del bambino di comportamenti tirannici e drammaticamente vincolanti nei confronti del genitore, il quale sente di aver perso la propria autorevolezza e il controllo educativo sul figlio; la relazione tra genitore e bambino è centrata sulla sfida e la provocazione, con atteggiamenti reciprocamente minaccianti e punitivi. Nel corso dell’interazione quotidiana sono ingaggiate lotte sfibranti sulle questioni più svariate, quali il vestiario, l’alimentazione, il gioco, i compiti, in cui il contenuto da contendere diventa irrilevante. I sintomi del disturbo sono tipicamente più evidenti nelle interazioni con gli adulti o i coetanei che il bambino conosce bene. Il soggetto con disturbo oppositivo-provocatorio non si considera irritante, ma giustifica il proprio comportamento come una risposta a richieste o a circostanze irragionevoli. L’ostilità viene espressa disturbando deliberatamente gli altri o con aggressioni verbali. Le manifestazioni del disturbo sono quasi inevitabilmente espresse nell’ambiente familiare, ma non necessariamente a scuola o nella comunità.
Dal momento che la diagnosi riguarda soggetti in età evolutiva, la cui personalità non è ancora sufficientemente strutturata, occorre essere particolarmente cauti nella valutazione dell’eventuale presenza di un disturbo oppositivo-provocatorio: infatti il comportamento oppositivo costituisce una tipica manifestazione di certi stadi dello sviluppo. Affinché si possa formulare una diagnosi di questo tipo è necessario che i comportamenti si manifestino più frequentemente ed abbiano conseguenze più consistenti rispetto a quelle tipicamente osservate in altri soggetti che si trovano allo stesso  livello di sviluppo.

 

COME AFFRONTARE IL DISTURBO OPPOSITIVO PROVOCATORIO?

Prima di tutto occorre ribadire che il comportamento provocatorio è una manifestazione tipica di alcuni stadi di sviluppo, quali la prima fanciullezza e l’adolescenza: in questi casi si tratta di un fenomeno transitorio destinato ad attenuarsi spontaneamente e comunque non dovrebbe determinare importanti difficoltà nella vita scolastica e sociale del soggetto. Se però la modalità di comportamento oppositiva-provocatoria persiste per un notevole periodo di tempo (più di 6 mesi) e comporta un’effettiva compromissione nelle capacità del bambino di affrontare le normali attività scolastiche e sociali, allora occorre rivolgersi ad uno specialista, ed anzi attendere ulteriormente non è opportuno, dal momento che un intervento tempestivo produce spesso esiti positivi.
Il trattamento è multimodale e prevede sia un intervento individuale sul bambino, sia interventi familiari, extrafamiliari, eventualmente anche psicofarmacologici.

Psicoterapia individuale
L’intervento individuale sul bambino avviene mediante analisi del gioco, ristrutturazione cognitiva, volta a modificare le convinzioni distorte alla base del suo comportamento disadattivo, e training di problem solving, cioè acquisizione di strategie funzionali ad operare delle scelte più adeguate di cui si può essere responsabili. Importantissimo risulta il lavoro sull'autocontrollo, la promozione della capacità di esplorare in forma di gioco o in attività strutturate, e la riflessione sul rapporto tra i propri pensieri e i propri sentimenti da un lato e i comportamenti dall’altro. L’intervento psicologico individuale ha anche lo scopo di preparare l’ingresso in terapia di gruppo.

Psicoterapia di gruppo
La terapia di gruppo è finalizzata all’acquisizione di alcune competenze fondamentali per affrontare adeguatamente le relazioni interpersonali, quali l’abilità di autogestione, la capacità di cogliere il punto di vista altrui, di trovare soluzioni adeguate per affrontare i problemi legati a conflitti sociali, e di gestire la rabbia.

Psicoterapia familiare
A quanto detto finora  si accompagnano interventi di sostegno e di terapia familiare al fine di costruire, se possibile, un clima migliore per il bambino e soprattutto al fine di rendere esplicito il significato che il comportamento del bambino ha all’interno delle dinamiche familiari: a tal fine si adottano strategie di Autosservazione e Percorsi Psicoeducativi per i genitori (Parent training).                                                      Partendo dal presupposto che è molto difficile per un adulto insegnare a un bambino come superare le emozioni negative se egli stesso non ha acquisito una certa padronanza su di esse, l’intervento si propone di aiutare il genitore a capire e trasformare quegli aspetti della propria emotività che influiscono negativamente sulla sua pratica educativa. Se i genitori imparano a calmare se stessi saranno maggiormente in grado di influenzare positivamente i propri figli favorendo in essi l'acquisizione di modi positivi di pensare, di sentirsi e di comportarsi. 
Alcuni atteggiamenti disfunzionali che vengono presi in considerazione sono la tendenza, da parte del genitore, a biasimare e condannare il bambino per i suoi comportamenti indesiderabili, oltre alla tendenza ad esigere in modo assoluto che il bambino si comporti in un certo modo, con le conseguenti reazioni di rabbia e di ostilità. Altri errori di pensiero affrontati riguardano la tendenza ad anticipare secondo modalità catastrofizzanti il possibile verificarsi di qualche evento negativo per il bambino, con conseguenti reazioni di apprensione e iperprotettività. La maggior parte dei genitori tende ad effettuare valutazioni globali su di sé o sui figli, etichettando spesso il proprio bambino come "cattivo", "maleducato", "disobbediente". Per questo è importante che i genitori imparino a distinguere le valutazioni sul comportamento da quelle sulla persona. Inoltre vengono discussi diversi metodi attraverso cui il genitore può aiutare il bambino a superare la bassa tolleranza alla frustrazione: fornire un esempio positivo e affrontando con calma la propria frustrazione (evitando ad esempio di infuriarsi quando il bambino si comporta in modo disobbediente); mostrare di comprendere i sentimenti di frustrazione del bambino e fornire una valutazione razionale dell'evento; manifestare fiducia nei confronti del bambino quando questi si trova a fronteggiare un evento frustrante; manifestare apprezzamento quando il bambino mostra maggior capacità di aspettare il conseguimento di qualche gratificazione o di affrontare qualcosa di spiacevole.

Interventi sull’ambiente scolastico
Per i bambini in età scolare spesso si organizza anche un contratto comportamentale con gli insegnanti e/o educatori, che sono in tal modo coinvolti nel monitorare alcuni obiettivi educativi pianificati nel rapporto con i genitori e con il bambino.

 

I DISTURBI ALIMENTARI NELLA PRIMA INFANZIA ED ETA' PREPUBERALI

Alcune difficoltà o disturbi dell’alimentazione che si manifestano nel corso dell’infanzia hanno un’evoluzione positiva e sono limitati nel tempo, altre determinano problemi di crescita o interferiscono con il normale funzionamento della vita familiare e scolastica e tendono a persistere anche durante l’adolescenza e l’età adulta: alcuni comportamenti, come mangiare senza piacere, mangiare troppo poco, o le dispute familiare sul cibo aumentano il rischio di sviluppare l’anoressia nervosa.

 

CAUSE DEI  DISTURBI ALIMENTARI NELLA PRIMA INFANZIA ED ETA' PREPUBERALI

Il manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-IV) classifica i Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione dell’Infanzia e della Prima Fanciullezza in tre gruppi:

  1. Pica: il termine (dal latino pica, gazza, il volatile che ingoia tutto ciò che trova) designa la tendenza compulsiva (al di fuori del controllo) a mangiare materiali non commestibili ( terra, sabbia, plastica, carta, foglie, insetti), molto comune tra i bambini nel corso del primo anno di vita. Quando tale comportamento si protrae anche dopo il compimento dei 18 mesi e tende a manifestarsi persistentemente per oltre un mese, siamo in presenza di una patologia. Di solito essa si presenta nei bambini con ritardo mentale grave o che vivono in un ambiente con forti deprivazioni e carenze. Nell'adulto è presente nei quadri di psicopatologie gravissime, quali la schizofrenia.
  2. Disturbo di ruminazione o mericismo: indica il ripetuto rigurgito volontario, lento, del cibo, che viene riportato dallo stomaco nella bocca, masticato, assaporato e deglutito di nuovo. Insorge nei bambini tra il terzo mese e il primo anno di vita. Per la diagnosi è necessario che tale comportamento sia presente per almeno un mese e non sia causato da una patologia medica di tipo organico ( ad esempio reflusso gastro-esofageo). Quando si manifesta negli adulti, è inserito in quadri di malattie mentali molto gravi, quali psicosi croniche e ritardi mentali. Raramente è presente in pazienti affetti da Anoressia Nervosa o Bulimia Nervosa.
  3. Disturbo della nutrizione dell’Infanzia e della Prima Fanciullezza: tale disturbo si manifesta con la mancanza di una alimentazione adeguata ed incapacità ad aumentare di peso, o significativa perdita di peso durante un periodo di almeno un mese, non causata da una altra patologia medica di tipo organico, con un esordio prima dei 6 anni di età.
    I soggetti di età compresa tra gli 8 e i 14 anni possono presentare una serie di comportamenti alimentari problematici, non contemplati dal DSM-IV, spesso caratterizzati dal rifiuto del cibo, ma che non sempre coincidono con l’anoressia vera e propria. In questa fascia di età il numero di individui di soggetti maschili è maggiore rispetto alle fasce di età successive. Prendendo in considerazione un altro sistema di classificazione diagnostica per l’infanzia, il Great Osmond Street Criteria (GOS), i disturbi alimentari che si manifestano al di sotto dei 14 anni sono:
    • Disturbo emotivo di rifiuto del cibo: si tratta di una forma parziale di anoressia nervosa, e per questo meno grave. E’ caratterizzato da una storia di difficoltà con il cibo che giunge al rifiuto di mangiare, pur non essendo presenti tutti i criteri elencati nel DSM-IV e in assenza di cause organiche.
    • Disfagia funzionale: è un problema che si manifesta soprattutto in bambini piccoli, ma non è legato ad alcuna preoccupazione per il peso e per la forma del corpo. Questi bambini non sono sottopeso e spesso riescono a mangiare anche normalmente.
    • Rifiuto pervasivo: si tratta di una patologia grave caratterizzata dal rifiuto categorico di mangiare, bere, parlare, e fare altre attività. Il rifiuto non rimane circoscritto al cibo ed è questo che distingue tale quadro dall'anoressia nervosa.
    • Alimentazione selettiva: il quadro si manifesta con l’assunzione esclusiva di due o tre tipi di cibo, un normale sviluppo staturo-ponderale, assenza di segni di malnutrizione. Spesso sono presenti problemi di relazione sociale e di ansia, ma sono assenti preoccupazioni legate al peso e alla forma del corpo.
    • Anoressia secondaria a depressione: in questo caso sono assenti le preoccupazioni per il peso e le forme del corpo, ma talvolta effettuare una netta distinzione è complicato perché spesso la depressione si accompagna all’anoressia. Stabilire se la depressione è primaria è secondaria alla condotta anoressica è comunque molto difficile.
    • Bulimia nervosa: si tratta di un quadro raro in epoca prepuberale, ma può manifestarsi esattamente come nell’adulto, ovvero con episodi di iperalimentazione seguiti da condotte di eliminazione, in particolar modo vomito e iperattività fisica, finalizzati ad evitare l’aumento di peso, ed esprimenti preoccupazioni per il peso e la forma del proprio corpo e desiderio di dimagrire. Non è presente una condizione di sottopeso.
    • Anoressia nervosa.
      Queste classificazioni ufficiali non contemplano l’obesità infantile, nonostante essa rappresenti il problema nutrizionale più diffuso in età pediatrica, con una crescita allarmante negli ultimi anni nei paesi industrializzati. A partire dall'infanzia l’obesità si associa ad alterazioni funzionali dell’organismo di vario tipo e costituiscono il preludio di quelle che si manifesteranno in età adulta. Inoltre nel bambino gli effetti psico-fisici del sovrappeso sono immediatamente visibili (problemi relazionali e di autostima dovuti al fatto di essere canzonati e di vivere in una società che stigmatizza le persone con problemi di peso, per non parlare dei vari problemi ortopedici, respiratori e ginecologici). Certamente l’evoluzione del disturbo risulta essere più positiva nei bambini rispetto all'adulto, perché l’accrescimento cui è soggetto un giovane mantiene elevato il fabbisogno energetico anche dopo il calo ponderale e comunque risulta in generale più facile un cambiamento nello stile di vita e nel comportamento alimentare, anche se poi il mantenimento dei risultati costituisce il problema principale del trattamento.
      I fattori di rischio che aumentano la probabilità di sviluppare un disturbo dell’alimentazione, pur senza renderlo inevitabile, sono ad esempio la presenza di obesità personale o familiare, la presenza di un Disturbo dell’alimentazione nei genitori o altri parenti, commenti e critiche di familiari e altri sull'alimentazione, sul peso e sulle forme corporei. La presenza di una insoddisfazione corporea o di una difficoltà alimentare assume particolare importanza se sono presenti nella famiglia uno più dei fattori elencati.

 

CONSIGLI PER I GENITORI DI BAMBINI CON DISTURBI ALIMENTARI

La base per lo sviluppo di un disturbo del comportamento alimentare ha origine spesso durante il primo anno di vita e l’educazione impartita dai genitori in questo senso potrà avere un ruolo decisivo nella reale comparsa o meno del disturbo. Inoltre ricordiamo che nutrire un bambino rappresenta un’importante forma di comunicazione tra i genitori e il figlio, importantissimo per il suo sviluppo; l’ambiente circostante deve rispondere prontamente alle necessità del bambino aiutandolo ad organizzare le varie informazioni che riceve per poterle comprendere ed interpretare. Prima di acquisire tale padronanza il bambino non è in grado di differenziare i suoi bisogni e i suoi impulsi, e se non è aiutato a farlo, crescerà confuso privo della capacità di distinguere le esperienze biologiche da quelle emotive.

Chi si prende cura di lui, quando avverte il suo bisogno di nutrizione, espresso ad esempio attraverso il pianto, gli offre il cibo, e così, gradualmente, il piccolo impara a distinguere la sensazione “della fame” da altre tensioni e bisogni.

Ma se la reazione dell’adulto non è adeguata, se questa comunicazione risulta essere continuamente difettosa come ad esempio quando il genitore crede che il bambino sia affamato, abbia freddo o sia stanco quando in realtà non lo è, il risultato sarà una situazione di confusione e smarrimento; al bambino viene impedito di imparare a gestire i bisogni legati al cibo, di distinguere la sensazione “della fame” da altre tensioni e bisogni, tra fame e soddisfazione, tra bisogni nutrizionali ed altre sensazioni di disagio e tensioni. Quando le prime esperienze sono negative e confondenti, interferiscono con l’abilità di riconoscere le sensazioni di fame e sazietà e non permettono di distinguere il desiderio del cibo da altri sgradevoli segnali che sono legati ad altri conflitti e problemi. Sono proprio i genitori che devono aiutare il bambino a sviluppare una sensibilità adeguata verso l’impulso della fame, in modo che egli la riconosca come precisa sensazione.

Il cibo andrebbe offerto quando il piccolo è fisicamente affamato e non dovrebbe essere mai usato come ricompensa né trattenuto per punizione. Ascoltare per comprendere le sensazioni e le esigenze del bambino per rispettarle diviene il compito fondamentale dei genitori: i bambini devono alimentarsi guidati dallo stimolo della fame e smettere quando si sentono sazi.

Non andrebbero costretti a farlo quando si rifiutano, né tanto meno i genitori dovrebbero conferire al mangiare un’enfasi eccessiva, soprattutto quando il bambino tende a manifestare un’opposizione.

IL DISTURBO DA ALIMENTAZIONE INCONTROLLATA (BINGE EATING DISORDER, BED)

Il disturbo si caratterizza per la presenza di “abbuffate” non accompagnate, a differenza della bulimia nervosa, da strategie finalizzate a compensare l’ingestione del cibo assunto in eccesso. Le persone che soffrono di tale patologia assumono, in un tempo limitato, quantità di cibo esagerate, con la sensazione di perdere il controllo dell’atto del mangiare, accompagnata da senso di colpa e pensieri negativi. Queste situazioni si ripetono più volte la settimana anche in momenti in cui non si ha una sensazione fisica di fame. A differenza dalla bulimia non si riscontra il circolo vizioso tra i tentativi di restrizione, l’abbuffata e i comportamenti compensatori. Il nucleo problematico sembra consistere in una difficoltà a controllare l’impulso ad alimentarsi. Il disturbo da alimentazione incontrollata è correlato all’obesità anche se tale caratteristica non è necessaria per la diagnosi del disturbo, che comunque è presente in circa il 30% circa dei casi di soggetti obesi che richiedono una cura per la loro situazione e nel 2-3% di tutti i soggetti obesi. E’ frequente la presenza di un quadro psicologico problematico caratterizzato dalla depressione, dall’insoddisfazione corporea e da un comportamento alimentare variamente disturbato

 

CARATTERISTICHE DEL DISTURBO DA ALIMENTAZIONE INCONTROLLATA

Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali definisce il Disturbo d’alimentazione incontrollata (in inglese Binge Eating Disorder, abbreviato spesso in BED) attraverso i seguenti criteri:

  1. Episodi ricorrenti di abbuffate compulsive. Un’abbuffata compulsiva è definita da due caratteristiche fondamentali:
  2. Mangiare in un periodo di tempo circoscritto una quantità di cibo che è indiscutibilmente maggiore di quella che la maggior parte delle persone consumerebbe nelle stesso periodo di tempo in circostanze simili;
  3. Sensazione di perdita di controllo sull’assunzione di cibo: per esempio sentire di non potere smettere di mangiare o di non poter controllare cosa o quanto si sta mangiando.
  4. Gli episodi di abbuffate compulsive sono associati ad almeno tre dei seguenti criteri:
    • Mangiare molto più rapidamente del normale;
    • Mangiare fino a sentirsi sgradevolmente pieni;
    • Mangiare grandi quantità di cibo pur non sentendo fame;
    • Mangiare in solitudine a causa dell’imbarazzo per la quantità di cibo ingerita;
    • Provare disgusto di sé, depressione, o intenso senso di colpa dopo aver mangiato troppo.
  5. Le abbuffate compulsive suscitano sofferenza e disagio.
  6. Le abbuffate compulsive avvengono, in media, almeno due giorni la settimana per almeno sei mesi.

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