Consultorio Antera

Consultorio Antera

La perdita del lavoro è un evento fortemente stressante, molto spesso il nostro lavoro è molto di più di un semplice strumento per il nostro sostentamento economico. Influenza il mondo in cui noi vediamo noi stessi e anche la percezione di coloro che ci circondano. Il nostro lavoro partecipa a strutturare il modo in cui diamo significato alle cose e senso ai nostri valori. Ecco perché perderlo spesso può inscriversi all'interno delle esperienze con un maggior impatto emotivo all'interno della nostra vita.

La perdita di lavoro, improvvisa o no, che sia, genera in ogni persona un insieme di sentimenti di smarrimento misti a rabbia e sconforto, che sono difficili da affrontare nell’immediato e che se non ben gestiti, sul lungo termine, possono portare a blocchi e problematiche psicologiche anche importanti.

 

Effetti della perdita del lavoro

La perdita del lavoro va ad incidere sul benessere generale degli individui modificandolo, con ripercussioni sulla salute sia fisica, che psicologica. Molti studi presenti in letteratura hanno indagato gli effetti psicologici e vissuti emotivi caratteristici degli individui che vivono questa condizione. Molto spesso le persone avvertono:

  • senso di fallimento e frustrazione
  • sentimenti di vuoto
  • sensazione di inadeguatezza e di inutilità
  • vissuti di sconfitta e di rassegnazione
  • peggioramento dell’autostima e aumento del senso di inferiorità
  • sensazione di impotenza
  • perdita della fiducia in sé stessi, negli altri, nella società e nel futuro
  • vissuti emotivi di vergogna e senso di colpa
  • sentimenti di rivalsa e di vendetta rispetto alla società.

La vergogna determina un isolamento affettivo, per cui le persone vengono emarginate o si autoescludono per paura di essere giudicate o non capite, una condizione che paralizza e impedisce di mettersi in gioco nuovamente. Questo accentua ancora di più la solitudine e la possibilità di costruire relazioni d’amicizia, già compromesse a causa della mancanza di un lavoro.

Il senso di colpa scaturisce dalla convinzione di non essere stati capaci di mantenere il proprio posto di lavoro e di non poter così garantire alla propria famiglia e a sé stessi le stesse possibilità economiche e la stessa immagine sociale. Inoltre, a fronte di un sistema che promuove come valori la ricchezza e lo status symbol, chi non ha un lavoro tende a un ripiegamento su di sé e a ritenersi colpevolmente inadatto e senza un posto nella società.

E' molto importante innanzitutto poter riconoscere e sintonizzarci con i nostri vissuti negativi, concedendoci di poter condividere con le persone a noi più vicine quanto ci sta accadendo.

 

Rischi psicopatologici legati alla disoccupazione

Gli individui disoccupati più vulnerabili e con meno risorse, sono maggiormente predisposti ad una esacerbazione di questi vissuti emotivi negativi, i quali potrebbero evolvere in disturbi psicopatologici conclamati, soprattutto se non riconosciuti e opportunamente trattati.

I disturbi psichici più spesso riscontrati sono l’ansia e gli attacchi di panico, i disturbi del sonno, forme di somatizzazione, stress e, soprattutto, la depressione, individuato come il problema  più diffuso in correlazione con la perdita del lavoro.

 

Come poter affrontare al meglio la perdita del lavoro?

La perdita del lavoro non è un giudizio su sè stessi, e sul proprio valore come persone. E’ un evento inscritto all'interno di uno specifico contesto, rapportato ad un mercato che cambia e che non riesce più a sostenere in maniera continuativa progetti e risorse o connesso ad esempio una situazione di emergenza e cambiamento generalizzato come quella legata al Covid-19. E' importante tenere in considerazione gli elementi contestuali che non dipendono dalla nostra volontà, ma allo stesso tempo mettere a fuoco cosa è in nostro potere fare di nuovo e diverso per cambiare la situazione e renderla più proficua per noi stessi. La perdita di lavoro può aiutare la persona nella costruzione della propria autonomia di pensiero e di azione, permette di allenare il proprio spirito di adattamento e il senso di intraprendenza.

Spesso può rivelarsi utile un percorso di counseling e ri-orientamento al lavoro che consenta di fare un bilancio delle proprie competenze per comprendere al meglio come indirizzare la propria ricerca di un nuovo impiego, oppure investire nella formazione, acquisendo nuove competenze  per proporsi in nuovi ruoli e aprirsi nuove opportunità di lavoro.

Nel caso in cui invece la persona si trovi già in uno stadio in cui la sua autostima sia stata fortemente indebolita e sia sopraggiunta una sintomatologia ansiosa e/o depressiva che non gli consente di intraprendere azioni efficaci e mirate come quelle sulla quali abbiamo riflettuto,  potrebbe essere necessario avvalersi di un supporto psicologico. Questo può aiutare la persona a superare l’emotività negativa legata alla situazione, lavorare per un rafforzamento dell’autostima e aiutarla a riattivare tutte le proprie risorse positive e strategiche per affrontare il futuro e trovare una nuova stabilità sia lavorativa che psicologica.

Il Consultorio Antera Onlus, nelle sedi di Roma, Monterotondo e Fiumicino offre la possibilità di incontrare psicologi e psicoterapeuti esperti nelle difficoltà legate alla perdita del lavoro, accogliendo e accompagnando gli individui all'interno di percorsi costruiti ad hoc sulla persona.

La terapia familiare è una forma di psicoterapia che si focalizza sul sistema famiglia e sulle complesse relazioni che si vengono a creare al suo interno. La terapia familiare  ha il compito di analizzare e modificare le dinamiche relazionali interne al nucleo familiare visto come sistema e, al contempo, di favorire il benessere del singolo individuo.

La famiglia, quasi come una persona singola, ha propri cicli di vita, ed è sottoposta a eventi esterni e interni che la trasformano. Spesso la famiglia, quando si trova in situazioni di difficoltà, tende ad agire inconsapevolmente con dinamiche relazionali disfunzionali e comportamenti ripetitivi che sostengono e alimentano il disagio dei suoi membri, anziché risolverlo.

 

Quando può essere utile la terapia familiare?

Le questioni che possono richiedere il sostegno di una terapia familiare sono variegate e non facilmente riassumibili. Il malessere di uno dei membri della famiglia può essere letto alla luce delle dinamiche relazionali presenti al suo interno ed egli rappresenterà non il problema da risolvere, ma il segno di una crisi all’interno del sistema in cui è inserito. Il progetto terapeutico potrà prediligere la terapia familiare come unica forma di intervento o in affiancamento e sostegno di percorsi individuali, in particolar modo quando il disagio viene espresso attraverso il malessere di un adolescente o di un giovane adulto.

Nel corso della vita la famiglia si trova a fronteggiare situazioni diverse dette eventi critici, situazioni che possono determinare un forte stress e che impongono una riorganizzazione della struttura familiare perché essa possa continuare a sussistere. Tali eventi si distinguono in due categorie: eventi critici normativi e paranormativi.

Gli eventi critici normativi, come suggerisce il temine, sono tutti quegli avvenimenti che è naturale accadano durante il ciclo di vita, prevedibili, ma non per questo meno destabilizzanti per il nucleo:

  • la nuova vita di una coppia sposata
  • la nascita di un figlio
  • l’adolescenza
  • l’abbandono del nido da parte del giovane adulto che ricerca la propria indipendenza
  • l’età anziana

Si tratta di vere e proprie tappe obbligate attraverso le quali ogni famiglia deve passare e che per essere superate serenamente prevedono dei cambiamenti strutturali, un’evoluzione naturale dei rapporti interni che debbono riconfigurarsi secondo nuove esigenze. 

Gli eventi critici paranormativi, invece, sono tutte quelle situazioni imprevedibili che possono scuotere alla fondamenta la famiglia, rappresentando un vero e proprio evento traumatico:

  • la morte di un membro della famiglia
  • la rottura del nucleo familiare a causa di un divorzio o una separazione
  • improvvisi problemi di salute
  • perdita del lavoro

Gli eventi critici, dunque, mettono a dura prova la tenuta del sistema familiare, determinando conflitti e tensioni emotive che possono trovare nel singolo la via per manifestarsi come sintomo del disagio familiare.

 

Come funziona un percorso di terapia familiare?

Inizialmente si delinea di solito la storia familiare di origine, la struttura della famiglia attuale e la sua rete di riferimento, poi ci si focalizza sui rapporti interpersonali all'interno del sistema cercando di mantenere il focus sulle difficoltà che portano le persone a chiedere aiuto.

In seguito, sulla base delle ipotesi di lavoro, si cerca di rendere fluida e flessibile la comunicazione, alleggerendo le cosiddette situazioni di “blocco” o di “stallo”. Per riuscire a realizzare una buona terapia familiare è indispensabile il contributo di ciascuno dei componenti: chi si conosce così bene ha molte risorse da mettere in campo per il benessere di tutti!

Ogni membro ha la possibilità di definirsi rispetto alla famiglia, ovvero di ritrovarsi come persona con i suoi bisogni all'interno del sistema. L'approccio non è quindi colpevolizzante, non si cerca un responsabile del disagio, un colpevole, ma si cercano risorse in ciascuno, si maturano possibilità di crescita e svincolo dei figli, agevolando il passaggio a nuove fasi del ciclo vitale della famiglia.

Di volta in volta la presenza dei vari membri in seduta può cambiare, in quanto a discrezione del terapeuta e soprattutto il linea con gli obiettivi da perseguire, può essere presente l'intero nucleo familiare o possono essere convocati solo i genitori, o solo i figli, senza perdere però la visione di un intervento che è fatto con e per  tutti i membri, ovvero a beneficio dell'intero sistema. Il setting della terapia con la famiglia è pertanto flessibile, potendosi così concentrare sulle varie istanze problematiche portate dai vari componenti e dando a ciascuno uno spazio adeguato di ascolto. 

 

Quali sono gli obiettivi della terapia familiare?

Il fine ultimo della terapia familiare non è quello di trovare una causa del disagio e ancor meno “colpevoli” o definire “vittime e carnefici”,  quanto quello di riuscire a ribaltare  gli schemi di comportamento precostituiti: in tal modo i vari membri della famiglia prendono consapevolezza e  sperimentano nuove modalità di rapportarsi gli uni verso gli altri. La funzione della psicoterapia familiare è quella di supportare tutti i membri, facilitando un processo di trasformazione del sistema, grazie all'instaurarsi di un rapporto di fiducia e alleanza del terapeuta con ognuno dei familiari.

Nella terapia tale trasformazione si traduce in cambiamenti di ognuno rispetto agli altri, con conseguente modifica delle reciproche richieste ed aspettative.

Il terapeuta non lavora con lo scopo di educare la famiglia, ma per aiutarla a modificare il suo funzionamento interno, affinchè possa affrontare al meglio i suoi compiti evolutivi. E' la famiglia stessa, con le sue risorse interne, a diventare matrice della crescita dei suoi componenti, quella terapeutico è solo uno “spazio facilitante”. Uno degli elementi cardine su cui si basa il lavoro con le famiglie è quello di preservare le rispettive identità, comprendere e rispettare le differenze e i bisogni del singoli al contempo favorire processi sinergici fra i suoi componenti.

 

Terapia familiare a Roma, Monterotondo e Fiumicino 

Il Consultorio Antera Onlus, nelle sedi di Roma, Monterotondo e Fiumicino offre la possibilità di incontrare psicoterapeuti esperti nelle difficoltà legate alle dinamiche familiari, accogliendo e accompagnando gli individui all'interno di percorsi di psicoterapia con la famiglia costruiti ad hoc su ogni specifica situazione.

Psicoterapia di coppia: cos'è e come funziona

Cosa significa intraprendere un percorso di terapia di coppia?

Fare terapia di coppia non vuol dire cercare un modo per fare stare insieme le persone che chiedono di intraprendere un percorso, ma cercare di capire se c’è ancora uno spazio in cui trovare un nuovo modo di comunicare, affrontando in modo consapevole il malessere dei due partner e ponendo le basi per un cambiamento. Fare terapia non significa neanche trovare un giudice che possa stabilire “chi ha ragione e chi ha torto”, prendendo una posizione che sancisca “chi si sia comportato meglio”. Il ruolo del terapeuta è quello di creare piuttosto un clima di apertura e condivisione, offrendo la possibilità di aprirsi a nuove possibilità di confronto, al fine di mettere a fuoco in modo non giudicante cosa sia accaduto a noi e all’altro. E’ partendo dalla possibilità di comunicare il disagio che si pongono le premesse per trovare nuove modalità relazionali, lo spazio di psicoterapia facilita innanzitutto la possibilità di uscire dai “binari della recriminazione” verso l’altro, fornendo strumenti che permettano di affrontare i problemi da nuove angolature.

 

Quando è opportuno chiedere aiuto?

In alcune fasi o particolari momenti di difficoltà è fondamentale per la coppia concedersi di considerare l'ipotesi che, nonostante gli sforzi profusi, da soli non si riesca ad affrontare e superare il malessere che si è venuto a creare Quando i i problemi tendono a trasformarsi in dinamiche ripetitive, che alimentano le incomprensioni e creano una sorta di circolo vizioso, uno sguardo terzo sulla coppia può divenire prezioso: lo spazio di terapia può fornire  nuove modalità di lettura che possono aiutarci a scardinare circuiti conflittuali divenuti ormai “faticosi copioni ripetitivi”.

 

Lavorare per il cambiamento: verso la creazione di un nuovo patto di coppia

Quando due persone si scelgono creando una coppia, stringono un patto che come un iceberg è costituito da una parte emersa ed esplicita ed una parte sommersa ed implicita. La parte emersa è costituita da richieste aperte e dichiarazioni di accettazione delle richieste dell’altro, da norme esplicite e accordi condivisi e ha una funzione unificante per la coppia. Potremmo sintetizzare questo patto esplicito nella frase “ti scelgo per quello che sei”. La parte sommersa del patto è fatta invece di vincoli inconsapevoli, di richieste implicite che l’altro possa confermarci una specifica immagine di noi e quella che è la nostra idea di coppia, è come dire al partner“ti scelgo per ciò che segretamente vorrei che fossi”. Il lavoro in psicoterapia aiuterà entrambi i partner a lavorare su questa parte sommersa, sulle proprie aspettative e i propri desideri, sui bisogni attuali, andando a costruire gradualmente un nuovo patto maggiormente funzionale.

 

Quali sono gli obiettivi di una psicoterapia di coppia?

Il lavoro del terapeuta è incentrato sulla possibilità di riconoscere il significato del malessere che la coppia sperimenta, riuscendo a contestualizzarlo alla luce della fase del ciclo vitale in cui esso si manifesta (ad esempio inizio di una convivenza o del matrimonio, nascita di un figlio, pensionamento etc.), dei pattern comportamentali ridondanti all'interno della relazione, della storia personale dei suoi membri e di quella delle loro famiglie d’origine. Mediante la relazione terapeutica, il terapeuta aiuta i due partner  a modificare le regole rigide e ripetitive che mettono in atto, a ritrovare un nuovo equilibrio più funzionale per la coppia, attingendo alle risorse dei due membri e valorizzando le loro potenzialità.

Nella terapia di coppia l’attenzione viene focalizzata sulla relazione e sui cambiamenti che possono essere apportati, allo scopo principale di superare la crisi e recuperare un’intesa per poter vivere la relazione in modo più costruttivo e soddisfacente. Si pone l’obiettivo di:

  • aiutare le coppie a definire meglio le loro problematiche
  • identificare gli obiettivi verso cui lavorare
  • mettere a fuoco le criticità che rendono inefficace la comunicazione
  • poter costruire nuove modalità relazionali attivando un processo di cambiamento.

Tutto ciò consentirà di affrontare con nuovi strumenti le problematiche presentate, aiutando la coppia a ritrovare un nuovo benessere o, in alcuni casi, a riuscire a definirsi nella difficile decisione di separarsi. Una maggiore consapevolezza di sè e del rapporto sarà fondamentale sia per il consolidamento dell'unione, sia per poter affrontare nel migliore dei modi un'eventuale separazione, dopo aver esplorato attentamente questa possibile scelta.

 

Efficacia della terapia di coppia

L'efficacia della terapia di coppia si basa innanzitutto sul fatto che entrambi i partners siano  sufficientemente motivati nell'intraprendere e proseguire il percorso, mostrando apertura rispetto al lavoro su sé stessi e sulla propria relazione. Portare avanti una psicoterapia con una bassa motivazione o unicamente perché nessuno possa recriminare all'altro che non è stato fatto abbastanza, abbassa notevolmente i suoi livelli di efficacia e la possibilità di raggiungere e consolidare gli obiettivi terapeutici. Poter formulare una richiesta di aiuto nel momento in cui la crisi di coppia non sia giunta ormai ad un punto tale da essere percepita come insanabile è un altro elemento importante, così come concedere al lavoro in psicoterapia un tempo ragionevole perché possa innescare i cambiamenti auspicati. E' fondamentale inoltre che entrambi i membri della coppia possano creare una buona alleanza con il terapeuta, basato sul rispetto reciproco, empatia, accoglienza e flessibilità.

Il Consultorio Antera Onlus, nelle sedi di Roma, Monterotondo e Fiumicino offre la possibilità di incontrare psicoterapeuti esperti nelle difficoltà legate alle dinamiche relazionali, accogliendo e accompagnando gli individui all'interno di percorsi di psicoterapia di coppia.

Capire ed aiutare i bambini durante la quarantena a casa: intervista alla maestra Maria Laura, insegnante della scuola dell'infanzia

In questo tempo abbiamo avuto accesso ad una incredibile mole di contenuti che “suggerivano” ai genitori come stare in relazione con i propri figli in quarantena, come occupare il tempo , quali attività portare avanti etc…, oggi però noi vogliamo riflettere su quanto accaduto e cosa accade ora, nella “fase tre”, nella mente dei bambini, quali pensieri li attraversano e cosa è successo dentro di loro.

Vogliamo proporvi una cosa diversa dal consueto articolo, abbiamo pensato di mettere in luce un punto di vista di chi sta con i bambini molte ore al giorno e che in questo periodo di quarantena non ha smesso mai di farlo anche se “ in modalità virtuale”: abbiamo così chiesto un'opinione ad una insegnante della scuola d’infanzia che da sempre è in prima linea vicino ai bambini e alle loro famiglie, volendo così approfondire la fascia di età  3-5 anni.

Sembra essere stato molto complesso fare una scuola da casa.

Come è stato possibile organizzare questi due spazi condensandoli in uno e spesso delegando ai genitori la funzione di insegnante?

 

Maestra Laura, come hanno vissuto i bambini questo periodo della quarantena secondo quanto ha potuto osservare nella relazione a distanza con i suoi piccoli alunni?

Come hanno approcciato i bambini la didattica a distanza?  Quali le maggiori difficoltà?

La didattica a distanza soprattutto per le fasce di età 3-5 e 6-8 è stata abbastanza fallimentare, i bambini i primi giorni hanno risposto ai video inviati, hanno eseguito le schede o i lavoretti proposti, poi tutto è andato scemando. Ovvio, perché molte attività soprattutto per queste fasce di età richiedono lo stare insieme, il confronto, il lavorare in piccoli gruppi, arrivare all'esito finale del lavoro anche attraverso il gioco, tutte cose che a casa non si hanno. Non solo, ma non tutti hanno gli strumenti adeguati, e chi li ha non sempre era capace di usarli per la didattica a distanza. Non c’è scuola a questa età senza potersi parlare e guardarsi negli occhi, senza potersi esprimere ed esternare le proprie emozioni.

 

Ci sono stati dei cambiamenti nella relazione tra l’insegnante e il bambino?

I bambini cercano ed hanno cercato molto le insegnanti, ma soprattutto i loro amici, ci dicono esplicitamente: ”mi mancano i miei compagni”, mancano loro tutti , anche quelli con cui di solito bisticciano, perché nel bisogno di sperimentare le relazioni tra i pari, si sono sentiti intrappolati in qualcosa di innaturale che ha fatto sperimentare loro un grande senso di frustrazione che è cresciuto nel tempo.

 

Tra la famiglia e gli insegnanti? Come è cambiata la comunicazione?

Sicuramente per la scuola dell’infanzia la comunicazione non è stata delle migliori: telefonate, messaggi e mail con i genitori e sappiamo bene, che senza un rapporto diretto vis a vis,  spesso si creano fraintendimenti. Rabbia a ragion dovuta, perché sia i genitori, sia gli insegnanti si sono sentiti catapultati in un mondo non loro. Da una parte i genitori a fare didattica, una didattica che ha creato tanto stress, soprattutto ai piccoli che non riuscivano ad identificare nel genitore un insegnante, dall'altra gli insegnanti  “veri” deprivati anche loro degli strumenti didattici costituiti dal rapporto faccia a faccia, “ fisico”, fatto di abbracci e coccole con i piccoli, sostituiti dalle parole attraverso un video, oppure dall'invio  di  semplici schede. Tutto questo è risultato per noi insegnanti molto complesso e demotivante.

 

Quali sono gli elementi che nella mente dei bambini si sono modificati a seguito di questa esperienza?

Nella mente dei bambini soprattutto è cambiato il modo di relazionarsi, sembra che anche loro siano stati influenzati “dalla paura del contagio”, quando esternamente mi è capitato di osservali a distanza, ho notato che spesso  nel momento in cui si trovano vicini si osservano e non si vanno  incontro  spontaneamente, come accadeva prima, questo non fa proprio parte della natura dei bambini, inoltre mina la loro creatività.

 

Cosa è mancato maggiormente ai bambini dello spazio scolastico?

Dello spazio scolastico sono mancati maggiormente i loro “angoli di gioco”, ben strutturati, ma anche la possibilità del gioco libero con quei giochi che sono sempre più belli di quelli che hanno a casa, proprio perché li vivono con gli altri amici. E' mancato loro anche lo spazio del giardino per giocare insieme ai compagni.

 

Questa esperienza cosa ci ha fatto capire maggiormente dei bambini?

Questa esperienza ci ha fatto capire l’importanza e la bellezza della scuola e quanto è necessario investire nelle risorse umane e concrete della vita scolastica. I bambini hanno diritto al loro spazio, ad ambienti belli, sani, spaziosi, dove attraverso materiali, scoperte, gioco possono fare le loro conquiste che poi li porteranno a crescere. Investire nella scuola è rendere i bambini più autonomi, più sicuri e, più felici.

 

Quali segni ha lasciato la quarantena sulla mente dei bambini

Da questo confronto possiamo evincere come sia stato davvero difficile per i bambini comprendere ed affrontare questo isolamento e come la prima agenzia sociale-educativa quale è la scuola sia stata impossibilitata a svolgere pienamente il suo compito. I bambini portano dentro di loro il segno di questa confusione della dimensione alterata del tempo, della mancanza di relazione e di contatto e un arresto rispetto alla concreta possibilità di promuovere un apprendimento che si potenzia nel contatto diretto con le insegnanti e i compagni.

Reazioni di rabbia, di instabilità emotiva, di chiusura verso l’esterno possono essere “fisiologiche”, ma  possono seriamente mettere in difficoltà il bimbo e la sua famiglia, per questo la nostra associazione rimane disponibile ad offrire uno spazio di consulenza che  è possibile effettuare anche on-line.

Spesso chiedere aiuto per il proprio figlio in un momento così delicato e incerto può essere determinante in termini di qualità della vita familiare.

 

 

Cambiamento e autodeterminazione: padroni del nostro destino.

Spunti di riflessione a partire dal film “Gattaca- La porta dell'universo”

In un futuro non troppo lontano a Gattaca, c'è la possibilità di scegliere la composizione genetica del bambino che si vuole far nascere.

Tramite questo processo, si possono prevedere in anticipo le future condizioni fisiche e di salute dei nascituri tanto che, alcuni di loro vengono generati senza imperfezioni, come se fossero "costruiti" su misura e quando nascono bambini naturalmente è un problema.

Questo è il destino di Vincent Freeman, concepito non in laboratorio ma per amore e ora etichettato come “non valido”.

La società risulta divisa in due categorie: i validi, cioè esseri dal corredo genetico perfetto, che vengono scelti per ricoprire i ruoli più prestigiosi della comunità, e i non validi, ovvero le persone nate coi loro genomi naturali, destinati allo svolgimento dei lavori più umili e relegati ai margini della vita sociale.

Vincent è un ragazzo vulnerabile di fronte alle emozioni, ma valoroso e coraggioso, e per riuscire a realizzare il suo sogno ambizioso di diventare un astronauta, è disposto a tutto.

Tramite un uomo misterioso, ha la possibilità di assumere un'identità “idonea” entra dunque in contatto con Jerome Morrow, uomo di natura superiore rimasto paralizzato in seguito ad un incidente e disposto a vendere il proprio materiale genetico, riuscendo così ad ingannare l'autorità e proporsi nel ruolo di navigatore della Gattaca Corporation.

Una settimana prima dell'inizio della missione, viene ucciso il direttore dell'agenzia spaziale e i sospetti ricadono su coloro che lavorano al progetto. L'ispettore Hugo scopre la presenza sul luogo del delitto di frammenti di ciglia appartenenti ad un “non valido” ed è in quel momento che Vincent capisce che, per salvarsi, deve fare ricorso alle proprie doti naturali.

Uno dei detective che hanno investigato sul caso, si rivela essere il fratello minore di Vincent, Anthony. Costui è intenzionato a denunciarlo per la truffa messa in atto ma, dopo una sfida in mare a chi arrivava a nuotare più lontano, come facevano sempre da piccoli, Anthony comprende che il non valido Vincent è riuscito a realizzarsi nella vita nonostante il suo scadente corredo genetico e decide così di lasciargli coronare il suo sogno.

 

“Ecco come ho fatto, Anton. Non risparmiando mai le forze per tornare indietro”

 

Vincent è uno dei tanti che poteva scegliere. Fermarsi e accettare il proprio destino o guardare avanti e provare a costruirne uno nuovo, e ha vinto. È una di quelle persone che ha saputo far leva sulla propria autostima intesa come stima in sé stesso, sulla propria autodeterminazione ed è riuscito.

Ma vediamo nel dettaglio di cosa si parla quando si parla di autostima e autodeterminazione.

 

Autostima: che cos'è e come consolidarla

L’autostima è una valutazione realistica del concetto di sé, dei propri punti di forza e di debolezza. Ci dà la misura dell’efficacia con la quale ci adattiamo al nostro mondo sociale e una persona può̀ ottenerla quando è capace di riconoscere:

  • I propri pensieri e sentimenti, le proprie opinioni;
  • La propria scala di valori;
  • I propri diritti;
  • Le proprie qualità.

A partire dalla comprensione di questi aspetti la persona potrà elaborare le proprie opinioni e prendere consapevolezza dei propri sentimenti che danno forma alla capacità affettiva di ognuno di noi.

Per far si che questa forma prenda vita abbiamo però la necessità di riconoscere e comprendere emozioni e valori che ci contraddistinguono.

Ogni persona, infatti, può̀ avere dei sentimenti grazie alla presa di coscienza delle proprie emozioni e questo le consente di capire che ciò che sente, le appartiene, come diretta conseguenza della propria maturità̀ affettiva. Per continuare il processo maturativo e acquisire la propria caratteristica affettiva, serve al contempo, la continua presa di coscienza di ciò̀ che si sente, che sia piacevole o che non lo sia.

Quando parliamo di valori, invece, ci riferiamo alla scala dei valori etici (si formano con la partecipazione attiva dell’individuo alla società) e dei valori morali (sono trasmessi dai genitori e dalla società̀), perché sostengono e sono sostenuti dai principi e dagli ideali e sono in stretto rapporto con i valori umani.

È fondamentale che la persona possa conoscere quali sono i diritti con i quali nasce e quelli che acquisisce in interazione con la società̀, perché è solo in questo modo che potrà̀ interagire con i suoi diritti consolidando la propria autostima.

È inoltre importante che ogni individuo entri in contatto con le sue qualità, le quali possono essere considerate come le possibilità̀ innate che possiede un individuo espresse nell’interazione con la società. All’inizio della vita sono i genitori che rendono possibile lo sviluppo delle qualità̀ naturali di un bambino, successivamente si aggiungeranno i genitori sociali.

Prendiamo l’esempio di Vincent, lui sapeva perfettamente quali erano i suoi diritti societari da “non valido”, così come era consapevole delle sue qualità innate e quelle preimpostate dalla società, ed è questo che gli ha consentito di scegliere la strada giusta, non andando a ledere un’autostima, che in condizioni designate sarebbe stata compromessa.

Nel suo caso, inoltre, ha giocato un ruolo fondamentale anche l’autodeterminazione, cerchiamo pertanto di capire meglio che cos’è.

 

Importanza dell'autodeterminazione

Deci e Ryan (1985; 1987) sono i primi che hanno sviluppato una teoria dell'autodeterminazione, sostenendo che il benessere di un individuo è il risultato della soddisfazione di tre bisogni psicologici di base:

  • Bisogno di autonomia - sentirsi libero in ciascuna azione e sentire che si agisce per propria volontà;
  • Bisogno di competenza - credere di riuscire ad agire con competenza nel proprio ambiente per lo svolgimento di compiti importanti;
  • Bisogno di relazioni - cercare e sviluppare delle relazioni sicure e positive con gli altri nel proprio contesto sociale.

 

Per soddisfare questi tre bisogni una persona deve sviluppare una certa dose di autodeterminazione, ovvero una combinazione di abilità, conoscenze e convinzioni che permettano all'individuo di adottare comportamenti autoregolati, autonomi e diretti verso un obiettivo.

L'uomo, da sempre, vuole generare da se stesso le proprie azioni, vuole conoscerne e controllarne le conseguenze, vuole sentirsi in grado di portarle a termine con successo. Egli tollera a stento il senso di controllo e di pressione che arrivano da scadenze, minacce, richieste di conformismo, e l'impressione di non poter governare gli eventi lo porta a sentimenti di depressione e di rinuncia. Inoltre, spesso rinuncia ad intraprendere azioni per le quali è consapevole di non possedere la competenza necessaria.

Nel tempo, l’autodeterminazione conduce gli individui a impegnarsi in comportamenti agendo per scelta piuttosto che per obbligo o costrizione, proprio come ha fatto Vincent.

La teoria dell’autodeterminazione riguarda infatti la personalità, la motivazione umana e il funzionamento ottimale. A tal proposito, è opportuno far riferimento ai due tipi principali di motivazione: quella intrinseca e quella estrinseca. Entrambe, infatti, influiscono in grande misura su chi siamo e su come ci comportiamo.

 

Come la motivazione influenza la nostra autodeterminazione

Deci e Ryan nel parlare di motivazione estrinseca fanno riferimento a ciò che nasce dall'interesse per ciò che è esterno. Le fonti di tale motivazione sono, i premi e i complimenti o il rispetto e l’ammirazione altrui.

La motivazione intrinseca viene dall'interno ed è associata all'attività in sé. Esistono degli impulsi interni che ci spingono a comportarci in un certo modo. A questi si aggiungono i nostri valori centrali, i nostri interessi e il nostro senso personale della moralità. La motivazione intrinseca è legata ad una forza, ad una spinta interiore e non a sollecitazioni e ricompense esterne.

Le emozioni ad essa collegate sono la curiosità, il piacere e la gratificazione in sé.

La motivazione intrinseca implica buoni livelli di autostima e una preferenza per compiti sfidanti: un compito o un’attività troppo semplice non desta interesse, non impegna completamente e non consente di sperimentare il piacere che deriva dall'essere assorbiti ed intenti in qualcosa d’interessante.

Prendete sempre il protagonista de film, Vincent, ha inseguito un sogno, voleva qualcosa da cui essere completamente rapito, qualcosa che desse valore all'immagine che lui aveva di sé.  Nel suo caso la percezione che aveva di se stesso ha influito, positivamente sulla sua autostima e sulla sua autodeterminazione. 

Siamo Noi, infatti, che determiniamo i nostri stati interiori (solitamente ambigui e difficili da interpretare) esaminando il nostro comportamento, come farebbe un osservatore esterno.

Nel   formulare   queste   inferenze   sulle   nostre   caratteristiche   personali teniamo conto delle condizioni in cui il comportamento si verifica. Lo attribuiremo a noi stessi se lo abbiamo scelto di liberamente (motivazione intrinseca); piuttosto   che   se   le   condizioni   esterne   ci   hanno   obbligato (motivazione estrinseca).

Mi piace l’idea di concludere citando le parole di Marianne Williamson, (Nelson Mandela le utilizzò nel suo discorso alla Nazione nel Maggio del '94) che rappresentano a mio avviso la perfetta metafora di quanto finora esposto e sintetizzano appieno l’analisi personologica del protagonista del film.

La nostra paura più profonda
non è di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda
è di essere potenti oltre ogni limite.
È la nostra luce, non la nostra ombra,
a spaventarci di più.
Ci domandiamo: chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso?
In realtà chi sei tu per NON esserlo?
Siamo figli di Dio.
Il nostro giocare in piccolo
non serve al mondo.
Non c’è nulla di illuminato
nello sminuire se stessi cosicché gli altri
non si sentano insicuri intorno a noi.
Siamo tutti nati per risplendere,
come fanno i bambini.
Siamo nati per rendere manifesta
la gloria di Dio che è dentro di noi.
Non solo in alcuni di noi:
in ognuno di noi.
E quando permettiamo alla nostra luce
di risplendere, inconsapevolmente diamo
agli altri la possibilità di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza
automaticamente libera gli altri.

 

Bibliografia:

·       Bandura A (1997). Self-efficacy: the exercise of control, New Jork, Freeman, trad. It.

·       Bandura.A. (1997). Autoefficacia. Teoria e applicazioni, Trento, Erickson, 2000.

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·       Deci, E.L., Connell, J.P. e  Ryan, R.M. (1989). Self-deterrnination in  a  work organization. Journal of Applied Psychology, 74, 580-590. Deci, E.L., Connell, J.P., Ryan,R.M. (1986). Self-deterrnination In a  work organization. 143

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