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Ipocondria: dal corpo immaginato al corpo sentito.

Spunti di riflessione a partire dal film “Maledetto il giorno che t’ho incontrato”

Ansia, panico, fobie, ipocondria insieme ad un profondo senso di insicurezza e instabilità umorale affliggono Bernardo e Camilla, due perfetti sconosciuti che incrociano il loro destino sul pianerottolo dello psicoanalista che hanno in comune, di cui Camilla si è invaghita. È con maestria che Carlo Verdone ci rappresenta, non mancando talvolta di esasperazione e iperbole, le difficoltà che i protagonisti vivono proprio a causa dei sintomi da cui sono affetti. Accompagnati da un magico sacchetto di farmaci tra i più efficaci in commercio, Bernardo e Camilla, cominciano a conoscersi fino a diventare amici e a sentirsi sempre più vicini, non senza momenti di conflittualità. Non solo ansia e ipocondria accomunano i due, ma anche un profondo e ricercato tentativo di autorealizzarsi. Camilla, attrice di teatro, cerca di affermarsi nel mondo dello spettacolo, mentre Bernardo, critico rock, è alla ricerca, nello scrivere la biografia di Jimi Hendrix, dello scoop della sua vita. I due in realtà non si piacciono subito, ma l’insistenza di Camilla fa sì che gradualmente tra loro si stabilisca una inequivocabile e reciproca sintonia, basata proprio sulla possibilità di sentirsi rispecchiati nelle loro paure, ansie, fobie, ipocondrie.

È partendo da questa narrazione cinematografica che poniamo la nostra attenzione su ciò che caratterizza in particolare l’ipocondria, nel tentativo di dare il giusto spessore ad una sofferenza psicologica che il più delle volte viene sottovalutata, mal diagnosticata e talvolta presa poco sul serio.

Nulla di più attuale, d’altronde come l’ipocondria, in un periodo in cui la paura di essere esposti al contagio da coronavirus continua ad aleggiare.

 

Che cos’è l’ipocondria?

Il termine ipocondria deriva dal greco e in particolare dal suffisso “hypo” sotto e “chondros” sterno, ovvero sotto lo sterno. Da qui la pratica della medicina ippocratica di curare l’ipocondria come un malessere dello stomaco e della mente che era responsabile non solo di problemi digestivi, ma anche di grande melanconia. Non è casuale la connessione tra stomaco ed emozioni, e di come oggi sempre di più le ricerche definiscano lo stomaco e l’intestino come il nostro secondo cervello. Ebbene sì, è proprio di sensazioni ed emozioni poco consapevoli che parliamo quando siamo in presenza di ipocondria.

Il DSM-V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali quinta edizione) descrive il disturbo come caratterizzato dall’eccessiva preoccupazione di avere o poter contrarre una grave malattia, in cui i sintomi possono non essere presenti oppure se presenti lo sono in forma lieve. L’aspetto centrale è che il soggetto è affetto da un elevato livello d’ansia riguardante il suo stato di salute, per il quale si allarma facilmente. Ciò porta a due tipi di comportamento:

  1. soggetti con richieste continue di visite mediche e accertamenti, i quali il più delle volte non riescono a calmierare l’ansia,
  2. soggetti che, nonostante siano fortemente preoccupati per la propria salute fisica, evitano l’assistenza medica ed eventuali accertamenti nel tentativo di non avvalorare il timore di essere affetti dalla presunta malattia.

Molto spesso troviamo l’ipocondria associata ad ansia, attacchi di panico, fobie, se non anche a disturbo ossessivo-compulsivo. In questi casi non solo il quadro clinico è più complesso, ma molto spesso i soggetti che ne sono affetti, vivono profonde limitazioni nella loro vita e sono considerati “esagerati”, “eccessivi”. Ciò che difficilmente trapela è la loro reale sofferenza, legata, come vedremo, non solo alla paura di contrarre una malattia.

 

Elementi importanti nell’ipocondria

a. Attaccamento

Cominciamo parlando del possibile attaccamento che il soggetto ha avuto sin dalla primissima infanzia. Bisogna considerare che l’attaccamento relazionale con la figura genitoriale di riferimento rappresenta la “base sicura” che fa sentire il bambino accudito, compreso nei bisogni fisici ed emotivi e gradualmente lo rende pronto e sicuro a distaccarsi per esplorare il mondo esterno. Quando invece la figura genitoriale fa fatica a sintonizzarsi con i bisogni primari ed emotivi del bambino, mostrandosi o poco attenta o eccessivamente preoccupata, il bambino iperattiva il sistema di attaccamento, mostrandosi poco propenso a separarsi da quest’ultima per muoversi ed esplorare l’ambiente esterno. Tutta la sua attenzione è concentrata sulla possibilità di avere attenzioni, aumentandone l’intensità ogni volta che sente la minaccia di perdere l’interesse dell’altro. Il corpo e il sintomo corporeo in questi casi, diventano centrali, data non solo la difficoltà della figura di riferimento di fronte al sintomo del figlio di soddisfare le richieste di cura concrete, ma soprattutto la fatica di rispecchiarne i bisogni emotivi, rassicurandolo della sua presenza e delle possibilità di guarigione. La loro relazione si sposterà tutta su un versante corporeo, diventando bambini bisognosi di cure ed emotivamente dipendenti dall’altro.

Bisogna considerare che lo schema di attaccamento strutturato durante l’infanzia continua a permanere nell’individuo, nonostante con la crescita e le successive esperienze di vita e relazionali essi possano subire modifiche, volgendo in alcuni casi verso uno stile relazionale sicuro e maggiormente in grado di muoversi nel mondo. In alcuni casi lo schema d’attaccamento insicuro riemerge nei momenti di stress oppure in altri casi lo schema d’attaccamento non subisce modifiche, anzi si cristallizza rendendo difficile il momento della separazione dalla figura di riferimento e soprattutto i successivi rapporti.

 

b. Un corpo “non sentito”, ma sintomatologico

Il corpo diventa centrale, ma è un corpo “non sentito”, piuttosto “pensato”, “fantasticato” nelle sue forme più temibili.

L’ascolto del proprio corpo è volto alla possibilità di “avere il pieno controllo” su se stesso e su una possibile sintomatologia corporea, nella piena illusione di poter prevenire, scongiurare possibili malattie.

Come abbiamo visto, parlando dell’attaccamento alle figure genitoriali, la difficoltà di ascolto del proprio sentire corporeo parte dall’infanzia. Salonia (2014), psicoterapeuta della Gestalt, dice: “quando il bambino nel suo corpo che cresce, avverte la tensione del sentire, ovvero l’intensificarsi del ritmo respiratorio che dà forma alle emozioni, ha paura e cerca un corpo che lo accolga, un corpo che attraverso il contenimento, dia al suo corpo il coraggio che lo rende integro. Se questo accade, il bambino imparerà ad avere fiducia nelle sensazioni corporee, nelle emozioni, e avrà appreso che esse portano la pienezza relazionale e personale. Se il corpo del bambino non “trova” il corpo dell'adulto (perché assente o impaurito), allora la paura normale delle proprie sensazioni si trasforma in terrore, diventa fobia: si blocca il respiro che andava ad aprirsi, i muscoli si tendono e viene chiuso ogni varco all'energia emozionale” (pp. 561).

 

c. L’azione come processo identitario

La difficoltà è proprio quella di rimanere in contatto con l’energia che emerge dal corpo, senza la fantasia di un corpo che va in frantumi e senza l’ossessione dalla paura di contrarre una malattia. “Le ossessioni sono pensieri, impulsi o immagini a carattere invasivo e ripetitivo che si presentano alla mente non voluti, incontrollabili da parte dell'individuo. La loro funzione sembra essere quella di controllare l'energia e le sensazioni che il corpo inizia ad avvertire e di cui si impaurisce perché le sente come incontenibili spinte ad azioni distruttive. È il rischio dell’agire che si vuole controllare: l'azione, infatti, è rischiosa perché si può sbagliare, si può fare del male, e rende responsabili in prima persona. (Salonia, 2014, pp. 564). Ma è proprio nell'azione che è possibile dare corpo al proprio sentire facendo sì che essa divenga “il luogo in cui l'unicità della persona si esprime in modo irreversibile, diventa visibile al mondo intero e traccia le linee dell'identità” (Salonia, 2014, pp. 565).

 

In un ipotetico percorso terapeutico per superare l'ipocondria due passaggi risultano fondamentali:

  1. dare ascolto alle sensazioni ed emozioni a partire dal corpo
  2. dare corpo alla propria azione e al proprio sentire

In un processo dal basso verso l’alto, dal corpo ad una mente maggiormente consapevole, è possibile recuperare un maggior senso di fiducia nei confronti di un corpo che sente e si emoziona, piuttosto che un corpo che dà sintomi e paure. È possibile, inoltre, ristabilire anche la graduale possibilità di costruire dentro di sé quella base sicura mancata, ma fondamentale per sentirsi liberi di muoversi e agire nell'ambiente esterno e nella relazione con l’altro.

Non servono azioni o progetti di successo, come Bernardo e Camilla per gran parte della loro vita hanno cercato di fare, quanto di azioni incarnate nel proprio corpo, sentite nella propria interezza, pienamente nutrienti.

In questo modo l’attenzione è pronta per volgere finalmente lo sguardo dal proprio corpo concepito inizialmente fragile e cagionevole, ad un corpo che può cominciare a desiderare ciò che è presente nell'ambiente esterno, ma anche e soprattutto a desiderare il corpo dell’altro.

Cruciale da questo punto di vista il momento in cui Bernardo si accorge di essere innamorato di Camilla ed è pronto a rinunciare, non solo allo scoop tanto atteso che l’avrebbe reso famoso, ma anche alla donna con la quale aveva costruito un rapporto di dipendenza.

James Hillman (1997), nel suo libro il codice dell’Anima, dice “esiste un motivo per cui la mia persona, che è unica e irripetibile, è al mondo, e che esistono cose alle quali mi devo dedicare al di là del quotidiano e che al quotidiano conferiscono la sua ragion d’essere; la sensazione che il mondo, in qualche modo, vuole che io esista, la sensazione che ciascuno è responsabile di fronte a un’immagine innata, i cui contorni va riempiendo nella propria biografia (pp.18-19).

Bibliografia

Hillman J., Il codice dell’anima, Adelphi, Milano, 1997.

Salonia G., La psicoterapia della Gestalt con gli stili relazionali fobico ossessivo-compulsivi, in La Psicoterapia della Gestalt nella pratica clinica. Dala psicopatologia all’estetica del contatto, Francesetti G., Gecele M., Roubal J., Franco Angeli, Milano, 2014. Verardo A. R., Attaccamento traumatico: il ritorno alla sicurezza. Il contributo dell’EMDR nei

RICONOSCERE LE FOBIE

L’origine del termine può aiutarci a dare una definizione: in greco “phobos” significa panico, terrore, fuga. La fobia è infatti una paura intensa, sproporzionata e specifica nei confronti di un oggetto, di un animale, di una situazione, di un evento sociale e naturale il cui contatto determina un’acuta reazione d’angoscia e conseguente fuga. Chi ne soffre tende ad utilizzare strategie difensive, tra cui i comportamenti di evitamento volti ad eludere il contatto con l’oggetto fobico, e l’uso di oggetti controfobici, cui viene attribuito il potere di mandare via l’angoscia determinata dall’oggetto. Il fobico riconosce che la sua paura è sproporzionata, perché la maggior parte delle persone di fronte allo stesso stimolo prova indifferenza o al massimo un modesto grado di apprensione. Tuttavia tale analisi razionale non consente di esercitare un controllo volontario sulla fobia e sui sintomi determinati dal sistema nervoso autonomo quando si è esposti allo stimolo. Quanti tipi di fobia esistono? La risposta è: tante quanti sono gli oggetti o gli eventi che possono determinare una paura spropositata. Genericamente i contenuti riguardano il pericolo fisico e le difficoltà interpersonali in situazioni sociali, che possono presentarsi insieme o separatamente.

 

CARATTERISTICHE DELLE FOBIE

  • Paura marcata, persistente e irragionevole, provocata dalla presenza o dall’attesa di un oggetto o situazione specifici.
  • L’esposizione allo stimolo fobico provoca quasi invariabilmente una risposta ansiosa immediata, che può prendere forma di un attacco di panico, legato a o predisposto da una situazione.
  • La persona riconosce che la paura è eccessiva o irragionevole.
  • La situazione fobica è evitata oppure sopportata con ansia e disagio intensi.
  • L’evitamento, l’ansia anticipatoria o il disagio nella situazione temuta interferiscono in modo significativo con le normali abitudini della persona, con il funzionamento lavorativo o scolastico, con le attività sociali o le relazioni con gli altri oppure è presente un disagio marcato per il fatto di avere la fobia.
  • Nei soggetti con meno di 18 anni la durata è di almeno sei mesi.
  • Si esclude la presenza di un altro disturbo mentale

 

Il manuale invita a specificare se essa è generalizzata, cioè se riguarda la maggior parte delle situazioni sociali. Vediamo alcune delle fobie specifiche più comuni: 

  • Ailurofobia: fobia dei gatti
  • Aracnofobia: fobia dei ragni
  • Cinofobia: fobia dei cani
  • Entomofobia: fobia degli insetti
  • Ofidiofobia: fobia dei serpenti 

 

  • Acrofobia: fobia dell’altitudine
  • Amatatofobia: fobia della polvere
  • Frigofobia: fobia dell’acqua fredda
  • Cheraunofobia: fobia dei tuoni
  • Nottofobia: fobia della notte
  • Fonofobia: fobia dei forti rumori
  • Fotofobia: fobia della luce
  • Pirofobia: fobia del fuoco

 

  • Emofobia: fobia del sangue
  • Odinofobia: fobia del dolore
  • Poinefobia: fobia delle punizioni

 

  • Apeirofobia: fobia dell’infinito
  • Claustrofobia: fobia degli spazi chiusi

 

  • Ginofobia: fobia delle donne
  • Omofobia: fobia degli omosessuali
  • Logofobia: fobia delle parole

  

CAUSE DELLE FOBIE

Solitamente due tipi di situazioni favoriscono l’insorgenza di fobie. Una possibile origine è traumatica: un’esperienza negativa con un determinato oggetto può influenzare l’atteggiamento successivo. La fobia insorge nei confronti dell’oggetto e di tutti quegli oggetti o situazioni che ricordano, anche solo vagamente o simbolicamente l’evento traumatico. L’altra origine è la fissazione: vi sono delle paure infantili e primordiali che si manifestano in tutti i bambini, senza essere considerati fenomeni patologici. Se però il bambino non ha modo di elaborare questi suoi timori, magari perché per propensione personale evita accuratamente determinati stimoli, o anche aiutato dai genitori in queste condotte di evitamento, rinforza il sintomo e lo mantiene, instaurando la fobia. Talvolta i genitori presentano delle eccessive reazioni di allarme rispetto a determinate situazioni, cosicché il bambino apprende ad averne paura. La situazione esce fuori dalla normalità quando il l’adattamento del bambino e la sua capacità di crescita sono compromesse. Occorre considerare qual è la probabilità di incontrare lo stimolo fobico: se è molto difficile incontrarlo di solito non ci sono grandi problemi (serpenti, ragni, topi), se però deve essere affrontato per poter svolgere le proprie attività quotidiane, allora compromette il funzionamento della persona (chi ha paura degli spazi aperti o di quelli chiusi, ha difficoltà a mantenere una normale attività lavorativa e sociale; il bambino che ha la fobia della scuola, presenta una compromissione grave della sua possibilità di crescita). Le fobie sociali spesso si sviluppano quando i genitori mettono a confronto il figlio con le presunte qualità di altri fratelli o di altri ragazzi con l’intenzione di stimolarlo a far meglio. Spesso invece si determina un senso di inadeguatezza a contatto con gli altri o per la competenza o per l’aspetto fisico. Se le situazioni di confronto vengono sistematicamente evitate, si potrà sviluppare la paura di parlare in pubblico per il timore di venire giudicato, oppure la fobia per le figure d’autorità per il timore del rimprovero, o ancora la fobia per il contatto con una persona di sesso diverso per timore del rifiuto.

 

COME AFFRONTARE LE FOBIE E IL DISAGIO PSICOLOGICO DERIVANTE

Per affrontare il disagio è necessario prima essere in grado di riconoscerlo. Tutti possono soffrire di paure temporanee e passeggere. Le fobie si distinguono dalle semplici paure perché sono irrazionali, incontrollabili, persistenti, non scompaiono di fronte alla verifica della realtà e sono altamente sproporzionate rispetto alla reale minaccia esterna. Non sempre una paura determina un fobia: pochissime persone giungono a consultare uno specialista. Il criterio che si consiglia di adottare è il seguente: se la fobia è nei confronti di un oggetto o una situazione che non si incontrano frequentemente nella propria vita quotidiana, non dovrebbe interferire con il proprio funzionamento e quindi è tollerabile. Nel momento in cui la fobia riguarda un oggetto o situazioni comuni che occorre necessariamente affrontare per poter condurre una vita normale, è chiaro che il funzionamento della persona risulta compromesso ed è bene rivolgersi ad uno specialista, anche perché l’evitamento prolungato conduce ad un pericoloso circolo vizioso che può provocare sintomi depressivi. Anche i familiari prestino attenzione a questa distinzione semplice ma fondamentale e non si limitino a rimproverare i loro cari per l’irrazionalità della loro paura, giacché abbiamo già sottolineato che il riconoscimento dell’irragionevolezza non è motivo sufficiente per liberarsi dalla fobia. Intanto prendere consapevolezza della fobia è già un passo importante; in secondo luogo comprendere che se non si è in grado di liberarsene da soli non è debolezza.

 

FOBIE E PSICOTERAPIA

Un tempo le fobie venivano affrontate con lunghe psicoterapie volte a scavare nel passato del paziente per trovare eventuali eventi traumatici o fobie infantili non elaborate adeguatamente. Questo può essere sempre utile, ma attualmente si tende a privilegiare approcci più brevi e focalizzati sul problema: in tal modo una fobia semplice viene mediamente superata in 10 sedute, mentre una fobia multipla non richiede più di 20 sedute. Il nucleo di questo tipo di terapie è il seguente: noi apprendiamo ad avere paura di certi oggetti e situazioni, e tendiamo a riproporre sempre gli stessi schemi di reazione disfunzionali (un insieme organizzato di credenze e di aspettative, comportamenti e risposte fisiologiche automatiche) ogni qualvolta dobbiamo affrontarli. E’ propria l’associazione prolungata di questi schemi con lo stimolo fobico che determina il loro consolidamento e quindi l’evitamento dello stimolo in un circolo che si autoalimenta. Ciò che si evita non è tanto l’oggetto, quanto invece quelle reazioni così sgradevoli: è la classica paura della paura. La psicoterapia interviene sui processi psico-fisiologici che mantengono la fobia nel qui ed ora, cercando di interrompere il circolo vizioso che alimenta il problema e che tende a cronicizzarlo, ristrutturando quegli schemi disfunzionali, ovvero modificando le credenze e le aspettative negative, sostituendole con altre più positive ed agendo conseguentemente anche sul piano delle risposte comportamentali e fisiologiche associate allo stimolo fobico.

 

TERAPIA FARMACOLOGICA A SUPPORTO DELLE FOBIE 

Accanto ad un percorso psicoterapeutico lo specialista medico può ritenere opportuno affiancare un trattamento farmacologico. Appaiono efficaci diverse classi di farmaci. I vecchi antidepressivi IMAO, gli antidepressivi di nuova generazione e le benzodiazepine (ansiolitici). In questo momento si preferiscono gli antidepressivi di nuova generazione perché più sicuri; tra questi l’unico farmaco su cui si abbiano risultati certi è la paroxetina (Seroxat), anche se altri studi testimonierebbero anche l’efficacia di sertralina (Zoloft) e fluvoxamina (Dumirox, Maveral). Molto efficaci sembrano essere due farmaci appartenenti alla categoria degli antidepressivi IMAO: la tranilcipromina (Parnate, Parmodalin) e la fenelzina (Nardil). Questo ultimo tipo di farmaci hanno però delle interazioni pericolose con alcuni alimenti e possono provocare ipertensione, quindi si tende a non prescriverli. A prescindere dal tipo prescelto, in questi casi il farmaco ha effetti sul breve periodo rispetto alla psicoterapia, più efficace nel lungo periodo; inoltre la sospensione del farmaco determina nuovamente la comparsa di sintomi, mentre la psicoterapia si è mostrata efficace nel prevenire le ricadute. In conclusione, nel caso delle fobie il farmaco può essere un aiuto in alcuni casi, ma deve essere sempre accompagnato da una psicoterapia.

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