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Capire ed aiutare i bambini durante la quarantena a casa: intervista alla maestra Maria Laura, insegnante della scuola dell'infanzia

In questo tempo abbiamo avuto accesso ad una incredibile mole di contenuti che “suggerivano” ai genitori come stare in relazione con i propri figli in quarantena, come occupare il tempo , quali attività portare avanti etc…, oggi però noi vogliamo riflettere su quanto accaduto e cosa accade ora, nella “fase tre”, nella mente dei bambini, quali pensieri li attraversano e cosa è successo dentro di loro.

Vogliamo proporvi una cosa diversa dal consueto articolo, abbiamo pensato di mettere in luce un punto di vista di chi sta con i bambini molte ore al giorno e che in questo periodo di quarantena non ha smesso mai di farlo anche se “ in modalità virtuale”: abbiamo così chiesto un'opinione ad una insegnante della scuola d’infanzia che da sempre è in prima linea vicino ai bambini e alle loro famiglie, volendo così approfondire la fascia di età  3-5 anni.

Sembra essere stato molto complesso fare una scuola da casa.

Come è stato possibile organizzare questi due spazi condensandoli in uno e spesso delegando ai genitori la funzione di insegnante?

 

Maestra Laura, come hanno vissuto i bambini questo periodo della quarantena secondo quanto ha potuto osservare nella relazione a distanza con i suoi piccoli alunni?

Come hanno approcciato i bambini la didattica a distanza?  Quali le maggiori difficoltà?

La didattica a distanza soprattutto per le fasce di età 3-5 e 6-8 è stata abbastanza fallimentare, i bambini i primi giorni hanno risposto ai video inviati, hanno eseguito le schede o i lavoretti proposti, poi tutto è andato scemando. Ovvio, perché molte attività soprattutto per queste fasce di età richiedono lo stare insieme, il confronto, il lavorare in piccoli gruppi, arrivare all'esito finale del lavoro anche attraverso il gioco, tutte cose che a casa non si hanno. Non solo, ma non tutti hanno gli strumenti adeguati, e chi li ha non sempre era capace di usarli per la didattica a distanza. Non c’è scuola a questa età senza potersi parlare e guardarsi negli occhi, senza potersi esprimere ed esternare le proprie emozioni.

 

Ci sono stati dei cambiamenti nella relazione tra l’insegnante e il bambino?

I bambini cercano ed hanno cercato molto le insegnanti, ma soprattutto i loro amici, ci dicono esplicitamente: ”mi mancano i miei compagni”, mancano loro tutti , anche quelli con cui di solito bisticciano, perché nel bisogno di sperimentare le relazioni tra i pari, si sono sentiti intrappolati in qualcosa di innaturale che ha fatto sperimentare loro un grande senso di frustrazione che è cresciuto nel tempo.

 

Tra la famiglia e gli insegnanti? Come è cambiata la comunicazione?

Sicuramente per la scuola dell’infanzia la comunicazione non è stata delle migliori: telefonate, messaggi e mail con i genitori e sappiamo bene, che senza un rapporto diretto vis a vis,  spesso si creano fraintendimenti. Rabbia a ragion dovuta, perché sia i genitori, sia gli insegnanti si sono sentiti catapultati in un mondo non loro. Da una parte i genitori a fare didattica, una didattica che ha creato tanto stress, soprattutto ai piccoli che non riuscivano ad identificare nel genitore un insegnante, dall'altra gli insegnanti  “veri” deprivati anche loro degli strumenti didattici costituiti dal rapporto faccia a faccia, “ fisico”, fatto di abbracci e coccole con i piccoli, sostituiti dalle parole attraverso un video, oppure dall'invio  di  semplici schede. Tutto questo è risultato per noi insegnanti molto complesso e demotivante.

 

Quali sono gli elementi che nella mente dei bambini si sono modificati a seguito di questa esperienza?

Nella mente dei bambini soprattutto è cambiato il modo di relazionarsi, sembra che anche loro siano stati influenzati “dalla paura del contagio”, quando esternamente mi è capitato di osservali a distanza, ho notato che spesso  nel momento in cui si trovano vicini si osservano e non si vanno  incontro  spontaneamente, come accadeva prima, questo non fa proprio parte della natura dei bambini, inoltre mina la loro creatività.

 

Cosa è mancato maggiormente ai bambini dello spazio scolastico?

Dello spazio scolastico sono mancati maggiormente i loro “angoli di gioco”, ben strutturati, ma anche la possibilità del gioco libero con quei giochi che sono sempre più belli di quelli che hanno a casa, proprio perché li vivono con gli altri amici. E' mancato loro anche lo spazio del giardino per giocare insieme ai compagni.

 

Questa esperienza cosa ci ha fatto capire maggiormente dei bambini?

Questa esperienza ci ha fatto capire l’importanza e la bellezza della scuola e quanto è necessario investire nelle risorse umane e concrete della vita scolastica. I bambini hanno diritto al loro spazio, ad ambienti belli, sani, spaziosi, dove attraverso materiali, scoperte, gioco possono fare le loro conquiste che poi li porteranno a crescere. Investire nella scuola è rendere i bambini più autonomi, più sicuri e, più felici.

 

Quali segni ha lasciato la quarantena sulla mente dei bambini

Da questo confronto possiamo evincere come sia stato davvero difficile per i bambini comprendere ed affrontare questo isolamento e come la prima agenzia sociale-educativa quale è la scuola sia stata impossibilitata a svolgere pienamente il suo compito. I bambini portano dentro di loro il segno di questa confusione della dimensione alterata del tempo, della mancanza di relazione e di contatto e un arresto rispetto alla concreta possibilità di promuovere un apprendimento che si potenzia nel contatto diretto con le insegnanti e i compagni.

Reazioni di rabbia, di instabilità emotiva, di chiusura verso l’esterno possono essere “fisiologiche”, ma  possono seriamente mettere in difficoltà il bimbo e la sua famiglia, per questo la nostra associazione rimane disponibile ad offrire uno spazio di consulenza che  è possibile effettuare anche on-line.

Spesso chiedere aiuto per il proprio figlio in un momento così delicato e incerto può essere determinante in termini di qualità della vita familiare.

 

 

SUICIDIO

Il suicidio è l’atto consapevole e volontario di infliggersi la morte, come esito di un vissuto interiore doloroso e lacerante, che comporta decisioni, indecisioni e decisioni contrarie a quelle prese in precedenza fondamentalmente incentrate su un dubbio: porre o non porre fine alla propria esistenza. Si tratta di un penoso processo che passa attraverso una fase comportamentale muta, in cui sono presenti solo pensieri ed impulsi suicidi, ed una caratterizzata da messaggi più o meno impliciti che precedono l’atto: cogliere tali messaggi diviene dunque fondamentale. Tale doloroso itinerario mentale inizia con una situazione di malessere profondo, caratterizzato da sensazioni di abbandono, disperazione, inappagamento dei bisogni primari, in cui la persona comincia a prendere in considerazione l’idea di porre fine alla propria esistenza. In questa fase non c’è ancora l’intenzione, il suicidio è soltanto una possibile soluzione dei problemi: è un modo per familiarizzare con la propria morte e non averne paura perché vista come portatrice di conforto e sollievo. La fase centrale è quella di valutazione dei pro e dei contro di un tale gesto, in cui il dubbio è atroce. Successivamente viene maturata la decisione di sopprimersi: a questo punto la morte viene vista come l’unica soluzione, il prodotto di un processo di restringimento delle possibilità di porre fine ad una situazione percepita come insostenibile.

 

 

CAUSE DEL SUICIDIO

di mezza età o per lo più anziani: l’incidenza di suicidio aumenta con l’età, raggiungendo un picco dopo i 45 anni di età per i maschi e dopo i 55 per le femmine. Gli ultra sessantacinquenni tentano meno frequentemente il suicidio rispetto ai giovani, ma i loro tentativi hanno più probabilità di avere esito fatale;

individui che non si sono mai sposati, tra i quali il tasso di suicidio è circa il doppio rispetto ai coniugati, così come quello tra persone vedove o divorziate è maggiore rispetto ai single;

coloro che hanno una patologia organica (riscontrabile in una percentuale di suicidi che oscilla tra il 25% e il 75%);

 

COME AFFRONTARE IL SUICIDIO E IL DISAGIO PSICOLOGICO

I pensieri di morte sono molto più diffusi di quanto si creda: circa un terzo della popolazione generale sperimenta tali pensieri in un dato momento della vita. Tuttavia essi non devono essere sottovalutati: è chiaro che quando porre fine alla propria esistenza è sentito come l’unica soluzione possibile per affrontare una sofferenza vitale che affligge da qualche tempo e che è divenuta ormai insopportabile, il passo più importante da fare è parlarne con qualcuno e non cercare di farcela da soli. Se ne può parlare ad un familiare, ad un amico, ad un collega: già soltanto questo può dare conforto. Alcuni possono trovare più facile parlarne con un estraneo: esistono centri d’assistenza in tutto il mondo con volontari addestrati e professionisti esperti pronti a porgere la mano. Ci si può rivolgere al proprio medico di base che verificherà la presenza di un’eventuale depressione clinica e provvederà all'invio presso uno specialista. Questo nella convinzione che chiunque, esperto o meno, possa essere in grado di cogliere quei messaggi più o meno impliciti che vengono inviati tra la fase comportamentale muta e il tragico gesto e ad agire per evitare il peggio, indirizzando successivamente l’interessato a rivolgersi a professionisti qualificati per dare inizio ad un percorso terapeutico.

 

CONSIGLI PER CHI SOFFRE DI DEPRESSIONE

Quando si è in uno stato di profonda disperazione prolungata nel tempo e la possibilità di infliggersi la morte si insinua tra i pensieri, diventando apparentemente l’unica soluzione possibile per porre fine ad insopportabile sofferenza, occorre parlarne immediatamente con qualcuno, non importa se esperto o meno. Familiari, amici, colleghi, centri d’assistenza, medico di base, un terapeuta: davvero non importa qual è il livello di qualifica, perché chiunque fra queste persone può aiutare attraverso l’ascolto; certamente, in un momento successivo, uno psicoterapeuta potrà fornire un sostegno più qualificato ed anche più efficace. Chi pensa al suicidio non vuole realmente morire: desidera porre fine ad un dolore insopportabile. Il suicidio, però, è una soluzione permanente ad un problema temporaneo: quando si è disperati, non si riescono a vedere le cose in modo obiettivo; si assume una prospettiva angusta che è quella del momento, ma che tra un mese potrebbe cambiare. Ciò che si vuol fare cessare è il dolore non la propria esistenza. Urlare quel dolore a qualcuno significa cominciare a liberarsene.

 

CONSIGLI PER CHI E' ACCANTO A PERSONE DEPRESSE

Le persone che circondano una persona depressa o che ha propositi suicidi possono svolgere un ruolo fondamentale nel salvare la vita al loro caro ancor prima di qualsiasi figura qualificata, quale un medico o uno psicoterapeuta. In primo luogo devono essere recettivi di fronte a determinati segnali d’allarme: frasi come “Non posso andare avanti così”, “Non mi importa più di niente” o anche “Sto pensando di farla finita” devono essere sempre prese sul serio. Accanto a questi segnali più manifesti, ve ne sono di più sottili, e per questo più difficili da cogliere: il diventare estremamente depressi e il rinchiudersi, piangere spesso, auto-mutilazioni, solitudine, perdita di supporto dalla famiglia e dagli amici, sentimenti di emarginazione, profonda tristezza e senso di colpa, ansietà e stress, senso di impotenza, perdita di autostima, cambiamenti comportamentali improvvisi, perdita di energia, dormire troppo o troppo poco, perdita dell’appetito, improvvise perdite o aumenti di peso, aumento malattie minori. In secondo luogo, colti tali segnali, si passa ad una fase successiva che è quella dell’Ascolto, e non semplicemente dell’ascolto. Chi pensa di suicidarsi non vuole risposte o soluzioni, ed ascoltare veramente significa controllare l’istinto di dire qualcosa, di fare commenti, di aggiungere qualcosa alla storia di chi si sta ascoltando, di offrire consigli. Occorre prestare attenzione non soltanto ai fatti, ma soprattutto ai sentimenti con cui vengono raccontanti, cercando di assumere la prospettiva dell’altro, che non può essere uguale alla propria. Queste persone non hanno bisogno di qualcuno che dia consigli, opinioni, che assumano il controllo della situazione, ma semplicemente qualcuno che dia loro attenzione, a cui importi di loro, che le accetti e le creda. E’ importante che non siano lasciate sole: avere qualcuno cui rivolgersi può fare la differenza. Frasi come “Fatti coraggio” o facili rassicurazioni come “Tutto andrà bene” dovrebbero essere evitate, così come analisi, confronti, generalizzazioni, critiche. Non occorre fare interrogatori, cambiare argomenti, mostrare pietà o condiscendenza, occorre semplicemente Ascoltare.

 

PREVENIRE UN SUICIDIO

Parlare di suicidio significa affrontare un argomento tabù, che come tale cade spesso vittima di banali e scontate generalizzazioni. Nel momento in cui si parla di cura, non possiamo non includere il discorso della prevenzione, che in parte si sovrappone alla terapia vera e propria. Un primo intervento può essere effettuato a livello di prevenzione primaria, mirata ad impedire l’instaurarsi dei fattori di rischio per il suicidio: maggiori informazioni alla popolazione sulle patologie mentali e sulle terapie; riduzione del pregiudizio nei confronti della patologia mentale; riduzione del pregiudizio esistente nei confronti delle figure operanti nell’ambito della salute mentale (psichiatri, psicologi, psicoterapeuti), con conseguente promozione del contatto con questi professionisti in caso di bisogno; sensibilizzazione dei medici di base nei confronti della problematica del suicidio, poiché spesso i pazienti si rivolgono proprio a loro per ricevere un aiuto; elaborazione di un codice di condotta per la diffusione di informazioni concernenti comportamenti suicidari da parte dei mass-media al fine di evitare l’induzione di comportamenti di questo tipo. La seconda modalità di intervento è indirizzata a coloro che si trovano in una situazione di rischio e che quindi si sono già rivolti ad un professionista o a uno dei tanti centri di crisi sparsi nel mondo. In questo caso è importante effettuare una diagnosi in base alla quale viene stabilita un’adeguata psicoterapia ed eventualmente farmacoterapia. Si è visto come alcune patologie costituiscano dei fattori di rischio gravi per il suicidio: la depressione, il disturbo bipolare, la schizofrenia. Ognuno di questi disturbi, qualora ne sia constata la presenza dal terapeuta prevede misure terapeutiche specifiche. Anche laddove non sia presente specificatamente un disturbo, ma in cui vi sia una condizione di rischio ( trovarsi in una condizione di sofferenza e disperazione dopo un evento traumatico, quale scomparsa di un amico o un familiare, abuso sessuale, divorzio, separazione, fine di una relazione, fallimento scolastico, perdita del lavoro, ecc…), il professionista stabilirà l’opportunità di un supporto psicoterapeutico ed eventualmente farmacologico più adeguato. E’ fondamentale in questi casi cercare di eliminare qualsiasi mezzo utile alla realizzazione del gesto, e in questo l’intervento di familiari e amici è necessario. Il terzo tipo di intervento viene attuato nei confronti di chi già ha attuato un tentativo di suicidio: è statisticamente provato che queste persone hanno un altissima probabilità di fare un altro tentativo e di riuscire nel loro intento. Chiaramente andrebbe fatta la distinzione tra il tentativo di suicidio vero e proprio, che è mosso dalle stessa intenzione del suicidio e si distingue da esse per un accidentale fallimento, dal parasuicidio, volto a trarre un vantaggio secondario da un gesto di aggressività diretta verso se stessi, ma non mossa dall’intenzione di darsi la morte. E’ chiaro che anche nel secondo caso siamo in presenza comunque di una situazione di forte disagio in cui per richiamare l’attenzione si ricorre a gesti eclatanti. Il significato è però diverso. Comunque anche in questo caso si tratta ovviamente di persone che vengono prese in cura da professionisti e che quindi necessitano di un supporto costante a livello psicoterapeutico e spesso farmacologico. Non dimentichiamo quegli interventi che dovrebbero essere indirizzati a quelle persone che sopravvivono al suicidio di un congiunto, perché è presumibile che la loro esistenza sia intaccata da questo evento, ancora oggetto di tanti pregiudizi. Un programma adeguato di intervento deve includere necessariamente anche l’assistenza a queste persone, anche perché avere una storia familiare di suicidi è sicuramente un fattore di rischio.

 

TERAPIA FARMACOLOGICA A SUPPORTO DELLE PERSONE DEPRESSE

Quando si è in uno stato di profonda disperazione prolungata nel tempo e la possibilità di infliggersi la morte si insinua tra i pensieri, diventando apparentemente l’unica soluzione possibile per porre fine ad insopportabile sofferenza, occorre parlarne immediatamente con qualcuno, non importa se esperto o meno. Familiari, amici, colleghi, centri d’assistenza, medico di base, un terapeuta: davvero non importa qual è il livello di qualifica, perché chiunque fra queste persone può aiutare attraverso l’ascolto; certamente, in un momento successivo, uno psicoterapeuta potrà fornire un sostegno più qualificato ed anche più efficace. Chi pensa al suicidio non vuole realmente morire: desidera porre fine ad un dolore insopportabile. Il suicidio, però, è una soluzione permanente ad un problema temporaneo: quando si è disperati, non si riescono a vedere le cose in modo obiettivo; si assume una prospettiva angusta che è quella del momento, ma che tra un mese potrebbe cambiare. Ciò che si vuol fare cessare è il dolore non la propria esistenza. Urlare quel dolore a qualcuno significa cominciare a liberarsene.

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