Chiedere aiuto ad un'altra persona è una delle circostanze più difficili da realizzare. Spesso ci si arriva quando sono passati anni di apatia,angoscia o dolore, talvolta anche gli anni di una vita, spesa ad aspettare qualche barlume che non sempre arrivava!Decidere di chiedere un aiuto psicologico diventa la possibilità di dare una svolta, per cercare di risolvere uno stato di sofferenza, ma talvolta si accompagna ad altri vissuti, pensieri, motivazioni che possono rendere difficile proprio il raggiungere quel che ci serve, così come il farsi aiutare. Ad esempio può significare ammettere di non esserci riusciti da soli,quindi il dover fare i conti col vissuto di fallimento, con la paura di essere senza speranze, col bisogno di fidarsi di qualcuno che potrebbe anche tradirci .E' anche un po' come tornare al tempo in cui, da bambini, si chiedeva aiuto ai genitori, e non tutti hanno un buon rapporto con la propria infanzia.Tal volta la domanda si accompagna a strani "collegamenti", profondamente emozionali, che all'inizio non sono per niente chiari e che fanno perdere molto tempo rispetto al trovare il luogo giusto della cura .Quante volte ho sentito madri chiedere perché dovevano portare il figlio dallo psicologo e non dalla logopedista, visto che aveva problemi di scrittura, oppure chiedere perché lo psicologo se il problema è gastrico,o cardiaco, oppure un 'artrite reumatoide, ….ecc .Quando il sintomo è nel corpo che soffre, si pensa che il problema sia medico - organico; se il problema è a scuola si ritiene di dover coinvolgere un insegnante; se la preoccupazione riguarda il numero di incidenti stradali si tagliano le piante, si aumentano i controlli della polizia…ecc.Se da un lato il rischio è di sottovalutare il peso della sofferenza fisica, evitando le giuste cure, altre volte il rischio è di sottovalutare la componente di dolore psicologico, il dramma individuale, lasciandolo così lievitare inascoltato. Solo un 'analisi complessiva potrà aiutare a trovare soluzioni pratiche ed incisive. Altre persone hanno problemi psicologici e non ne sono abbastanza consapevoli. Spesso succede di accorgersi che qualcuno a noi vicino sta male e ci chiediamo che fare, senza sapere bene qual è la scelta giusta in momenti così!Purtroppo c'è anche molta disinformazione sulle possibilità di cura. Altre volte sono i pregiudizi o la cattiva informazione che blocca, come quando si attribuisce l' origine del dolore a difetti genetici rendendolo non risolvibile .E ancora, per altri è troppo doloroso ammettere a sé o agli altri di dover ricorrere all'aiuto di un altro; per altri il timore è di non reggere il peso di una conoscenza inutilmente dolorosa se non si può fare nulla per cambiare. C'è poi chi non ha fiducia nei farmaci e nelle psicoterapie in genere e chi ritiene nella sua efficienza che il problema sia degli altri,che non sono sufficientemente coerenti o perfezionisti in quel che fanno,dimenticandosi di chiedersi come stanno vivendo questa vita.Una montagna di difficoltà, quindi, che pure centinaia di persone riescono a superare, per poter trovare quel che cercano, accettando di farsi aiutare per poter finalmente arrivare al loro obiettivo.La ricerca del piacere e l'evitamento della sofferenza sono le principali forze che ci guidano nella vita, come già Freud sottolineava all'inizio del 1900. Che la vita sia fatta anche di sofferenze si sa, è inevitabile, e non certo per questo diventiamo tutti "anormali", malati o patologici.La sofferenza "diventa patologica quando non viene utilizzata per cambiare", come sottolineano Lorenzini e Sassaroli. Secondo gli autori, la capacità di cambiare è il miglior indice di buona salute, e si misura in due modi: cercando di raggiungere in modo diverso i propri obiettivi quando sono ostacolati, oppure rinunciando vi. Indubbiamente c'è qualcosa che non funziona se col tempo non si riesce a trovare il modo per ottenere ciò cui si aspira, o se si continua ad aspirare a ciò che non si riesce ad ottenere, o se il "prezzo emotivo che si paga" per ottenere qualcosa di importante è sempre troppo alto. Capire in che modo i propri stati d'animo sono collegati a situazioni che si stanno vivendo in genere è molto utile per conquistare un certo livello di realizzazione personale e di benessere.L'efficacia della psicoterapia, d' altra parte, è dimostrata dal miglioramento dei problemi psicologici per cui si è cercato aiuto (es .diminuisce la tristezza, sparisce l' umore depresso, si recupera il desiderio di lavorare, si ritrovano nuovi e vecchi interessi), dalla fiducia in sé e nelle proprie capacità, intesa come un sentirsi meno in balia degli eventi che suscitano il problema e più protagonisti della propria vita. Viene così sfatato il mito che solo chi impazzisce va dallo psicologo e, anzi, proprio chi non vuole "impazzire", dopo aver superato 1000 dubbi, alla fine ci riesce a farsi aiutare, e quando ci riesce, è già sulla strada dello star bene!

 

PERCHÉ' CHIEDERE AIUTO AD UNO PSICOLOGO

Ogni giorno le nostre azioni vengono determinate dall'atteggiamento mentale, dai ritmi, dalle abitudini e dalla filosofia di vita con i quali affrontiamo la nostra esistenza, ma tutto ciò è anche il risultato dei condizionamenti ereditati dall'infanzia, dalla famiglia e dalle esperienze vissute.

A volte può succedere che il nostro “metodo”, che fino a ieri aveva funzionato, ad un certo punto non vada più bene, perché la situazione può essere diversa, oppure perché il risultato non ci soddisfa più, o magari perché rappresenta uno sforzo eccessivo e richiede un prezzo troppo alto.

Si può chiedere aiuto in questo momento, rivolgendosi ad uno specialista per dipanare i propri dubbi: lo psicologo può essere colui che ha delle informazioni e conoscenze utili per il nostro star bene, per curare le ferite, i traumi e le delusioni della vita; ma anche per aiutarci a scoprire ed utilizzare la ricchezza che è dentro ognuno di noi: si può “prevenire” tramite il “conoscersi” e questo significa concedersi la libertà di essere se stessi.

Aver voglia di impegnarsi per “vivere pienamente la propria esistenza” è una forma di maturità e di coraggio. L'alternativa al pessimismo, allo stress ed alla frustrazione è la scelta di conquistarsi la serenità con se stessi, con l'ambiente e con gli altri.

Ognuno di noi ha le capacità e soprattutto il diritto di essere un “uomo” o una “donna” felice.

Molte volte il decorso psicoterapeutico si evolve con il cambiamento di assetto di seduta: dalla seduta individuale, alla seduta di gruppo. Ciò avviene, quando indicato, in una fase avanzata della terapia, dopo avere analizzato il suo significato nelle sedute individuali e sempre subordinatamente all'accettazione del paziente.

Il passaggio dalla psicoterapia in seduta individuale alla psicoterapia in seduta di gruppo, rappresenta una evoluzione migliorativa. Infatti raramente una persona può entrare in un gruppo già all'inizio del trattamento, anzi, questo è spesso controindicato. Quando invece il paziente ha conseguito nella terapia individuale un sufficiente controllo cognitivo dei suoi processi mentali, di solito è pronto ad accedere alla fase superiore della psicoterapia, effettuata in un gruppo. Nella psicoterapia in gruppo, infatti, sarà molto di più, possibile trattare dal vivo le difficoltà della persona, così come si esprimono nelle relazioni sociali. Inoltre egli potrà condividere con altri pazienti in analisi, non tanto situazioni simili, poichè ogni persona ha ovviamente una condizione situazionale diversa dall'altra, ma i processi mentali che conducono alla sintomatologia, che invece sono comuni e molto simili, in quasi tutte le persone che soffrono di disturbi psichici. Il passaggio in gruppo dunque incrementa la forza e l'efficacia della terapia.

Inoltre è anche vantaggiosa sul piano quantitativo, poichè un incontro di gruppo ha una durata molto più elevata di una seduta individuale e nonostante ciò, la parcella è più bassa, consentendo anche un risparmio economico. La psicoterapia in gruppo si svolge in un salone arredato con tappeti, molti cuscini, tendaggi e divani. Le persone, incluso il terapeuta staranno scalzi e potranno posizionarsi comodamente e liberamente, affinchè per tutta la durata dell'incontro di gruppo, possano sentirsi liberi nell'espressione e nell'analisi che dovranno fare con l'analista e i compagni di gruppo.

Le sedute, nella maggior parte dei casi, hanno la cadenza di una volta alla settimana.

Esse si programmano in anticipo e si pianificano esattamente nei giorni e negli orari. Nella maggior parte dei casi non sarà poi facile cambiare e modificare giorni e orari delle sedute prefissate: questa procedura contribuisce a stabilizzare il rapporto formale con lo psicoterapeuta. La stabilità del rapporto formale, che avviene anche con la pianificazione anticipata delle sedute, fornisce un contenitore rassicurante e protettivo al paziente ed è anche molto utile per l'organizzazione clinica dello psicoterapeuta, a tutto vantaggio dei pazienti in trattamento, poichè ovviamente il terapeuta dedica un numero di ore definito all'attività di ricevimento dei pazienti in psicoterapia presso lo studio privato e facilmente può accadere che a volte richieste urgenti non trovino spazi per un consulto immediato.

Al termine delle prime tre sedute diagnostiche che seguono il primo colloquio, sia l'utente che lo psicoterapeuta sapranno, ovviamente, molto di più e a quel punto sarà molto più chiaro il percorso da seguire. Vi sono dei casi che possono esitare in un risultato soddisfacente in modo molto rapido e breve, anche, eccezionalmente, soltanto dopo queste prime sedute. In questo caso il trattamento è concluso. Ma questi sono casi molto rari. La maggior parte delle volte occorre proseguire. In questi casi il terapeuta dirà chiaramente, data la diagnosi definita, quale tipologia di trattamento è indicata. Infatti le tecniche e i metodi terapeutici sono diversi e si possono stabilire solo dopo che la diagnosi iniziale è stata completata.

Statisticamente la maggior parte delle persone necessitano di essere trattate in sedute di psicoterapia analitica e/o cognitiva, poichè questo rappresenta il mezzo più utile ed efficace nella maggior parte delle condizioni di disturbi psicologici ansiosi e ansioso-depressivi, disturbi di personalità, del comportamento alimentare e disfunzioni sessuali psicogene.

In altri casi può essere indicato, isolatamente o abbinati alla psicoterapia di base, un trattamento ipnotico, oppure psicosomatico ( training di rilassamento, biofeedback, ecc ), oppure comportamentale come il decondizionamento. In altri casi è sufficiente soltanto il trattamento psicofarmacologico. Tuttavia a prescindere dal metodo psicoterapeutico necessario per la data persona, gli psicofarmaci molto spesso devono essere somministrati in abbinamento alla psicoterapia, poichè essi hanno lo specifico scopo di contenere e controllare i sintomi, mentre con la psicoterapia si procede per il miglioramento della funzione psicologica cognitiva, emotiva e comportamentale.

E' necessario avere chiarezza circa il fatto che la maggior parte delle volte le persone affette dai più comuni disturbi psicologici, quali disturbi d'ansia, depressione, fobie, ossessioni e compulsioni, disturbi psicosessuali, disturbi della personalità, disturbi dell'alimentazione come anoressia e bulimia, disturbi psicosomatici, disturbi sessuali psicogeni come insufficienza erettiva, eiaculazione precoce, disturbi dell'orgasmo nella donna, necessitano inderogabilmente della psicoterapia. In questi casi occorre proseguire con sedute settimanali, dopo le prime tre di cui sopra. Ciò non implica che coloro i quali necessitano di psicoterapia, non necessitino anche di altri mezzi collaterali, come gli psicofarmaci, o tecniche di rilassamento, o altro, ma la psicoterapia rappresenta il corpo centrale e fondamentale della cura.

Per continuare in psicoterapia, la persona seguirà la seguente prassi:

  • ascolterà le informazioni e delucidazioni che il terapeuta gli fornirà al termine delle prime tre sedute, che includeranno una previsione approssimativa sul trattamento futuro
  • chiederà chiarimenti per derimere i suoi dubbi o incertezze
  • prenderà atto delle informazioni sulle norme di rapporto, perchè dovrà chiaramente sapere come si articolerà il rapporto terapeutico.

 

 

  1. si deve fare, almeno, una seduta alla settimana ( quasi sempre va bene così )
  2. le sedute si devono sempre pianificare anticipatamente, ed è consigliabile pianificarne più di una per volta
  3. occorre rispettare esattamente gli orari prefissati di seduta e qualora eccezionalmente si fosse impossibilitati a venire, occorre avvisare, quando è possibile, entro il giorno precedente, in modo da tentare di recuperare quella seduta nella stessa settimana
  4. l'utente deve accettare che in psicoterapia si assume la responsabilità della gestione del rapporto, per quanto gli concerne e che ciò serve a rendere impegnativa la relazione terapeutica: essere, anche praticamente, responsabilizzati ed impegnati nel rapporto di psicoterapia, contribuisce a contrastare le future ed inevitabili involontarie resistenze a perseverare nella terapia fino alla conclusione
  5. la seduta impegna l'utente per 60 minuti, dei quali i primi dieci saranno trascorsi da solo per prepararsi all'incontro con il terapeuta, ordinando le idee; altri quarantacinque saranno trascorsi in seduta congiunta con il terapeuta e gli ultimi cinque da solo per fissare i contenuti di seduta

Generalmente l'utente che si rivolge ad uno studio privato di psicoterapia, o ad un servizio pubblico di psicologia clinica, è una persona che versa in una delle seguenti condizioni:

una condizione acuta sintomatologica sono tutti i casi in cui la persona soffre acutamente dei sintomi che sorgono dalla sua pregressa condizione di disturbo psicologico

disagio psicologico e/o situazionale sono tutti i casi in cui la persona, spesso pur disturbata psicologicamente, non accusa sintomi acuti, ma lievi o non stabilizzati e attribuisce il proprio disagio a qualche situazione esterna a sè

necessita di consigli, pareri e indicazioni sono tutti i casi in cui la persona, se disturbata, nega il disturbo e trasforma la richiesta di aiuto sotto forma di consiglio, oppure effettivamente non disturbata, necessita di semplice consulenza

Conviene dunque distinguere fra psicoterapia e consulenza psicologica. Ecco alcuni chiarimenti preliminari sulle figure sanitarie adibite a psicoterapia e consulenza psicologica:

La psicoterapia può e deve essere esercitata soltanto da laureati in psicologia e/o medicina, qualificati o specializzati in psicoterapia, di solito secondo un percorso che, dopo la laurea, è costituito dalla specializzazione in psicologia clinica e/o psichiatria e quindi anche in psicoterapia.

Chi non possiede la laurea in psicologia o medicina e inoltre le suddette specializzazioni o qualificazioni, non è autorizzato a prendere in cura nessuno, praticando la psicoterapia ( fanno ancora tuttora eccezione alcuni psicoterapeuti professionalmente anziani, che iniziarono quando le attuali norme non erano in vigore e sono stati autorizzati a continuare ad esercitare, anche se non in possesso dei requisiti adesso obbligatori ).

Attualmente invece, un laureato in psicologia non specializzato, o un laureato in medicina non specializzato, oppure se specializzati in altro, ma non in psicoterapia, non sono psicoterapeuti e non devono curare con la psicoterapia. A questo proposito un equivoco frequente è dato, ad esempio, per gli psichiatri e i neurologi, che pur essendo gli specialisti più contigui allo psicoterapeuta, se non sono qualificati in psicoterapia, non sono psicoterapeuti.

Un utente informato, ha il diritto di accertarsi delle specializzazioni e delle qualificazioni dello psicologo e del medico, prima di affidarsi alle sue cure, assolutamente diffidando di qualunque altra figura che non corrisponda alla descrizione suddetta.

La consulenza psicologica può e deve essere esercitata soltanto dai laureati in psicologia, abilitati all'esercizio della professione, a differenza della psicoterapia che può essere praticata anche dai medici specializzati. Nessun' altra figura può sostituirsi allo psicologo per le consulenze e i pareri psicologici, per le psicodiagnosi, le valutazioni attitudinali, gli orientamenti e quanto altro previsto dalle apposite leggi. Le figure contigue allo psicologo, come il medico, lo psichiatra, il sociologo, l'assistente sociale, il filosofo, il giornalista, il sacerdote e così via, non possono fornire consulenze, psicodiagnosi, orientamenti e pareri psicologici.  Anche se, ovviamente, ciascuno è libero di fornire la propriaopinione.

L'opinione personale, tuttavia, anche se colta e derivante dall'esperienza, non va confusa con il professionale parere psicologico, nè con la vera e propria consulenza psicologica.

La maggior parte delle persone che accedono allo specialista psicoterapeuta, sono persone che necessitano di cure e terapia e solo alcune volte di consulenza.

Gli Psicologi che sono impegnati nelle strutture pubbliche del Servizio Sanitario Nazionale o in strutture private convenzionate hanno per legge l'obbligo di una formazione continua specifica, attraverso il cosiddetto “programma E.C.M.” (Educazione Continua in Medicina) che si basa su “crediti formativi” valutati dal Ministero della Salute.

L'orientamento attuale è di estendere l'obbligo di tale formazione anche agli Psicologi liberi professionisti, specie se abilitati alla psicoterapia. In ogni caso gli Psicologi hanno da sempre una tradizione che porta a dedicare un congruo periodo di tempo alla propria formazione continua attraverso corsi, convegni, seminari e la supervisione di casi clinici. Tutto ciò sia per garantire a se stessi le capacità professionali richieste dalla rapida evoluzione che la Psicologia ha subito in questi anni, sia per garantire ai cittadini risposte e prestazioni corrette, competenti ed efficaci.

Lo Psicologo-psicoterapeuta collabora con altri professionisti: il medico di base, il pediatra, lo psichiatra, il dietologo, il giudice, l'avvocato, l'insegnante, l'assistente sociale, l'educatore professionale ecc.

Numerosi studi e ricerche internazionali hanno dimostrato che varie patologie si giovano di un intervento congiunto psicoterapico e farmacologico. E' quindi fortemente consigliato affrontare l'aspetto psicoterapico e quello farmacologico con due figure di riferimento distinte, ma disposte alla collaborazione. I protocolli e le ricerche internazionali dimostrano che, ad esempio, per la depressione od altri disturbi quali tabagismo, alcoolismo e tossicodipendenze, l'interazione tra Psicologo-psicoterapeuta e medico porta a risultati maggiormente efficaci.

Lo Psicologo-psicoterapeuta é quindi uno Psicologo abilitato ad esercitare la psicoterapia dopo aver acquisito un'ulteriore formazione specialistica. La specializzazione in psicoterapia dura almeno 4 anni (che, con i 5 anni di Università e l'anno di tirocinio, porta ad almeno 10 gli anni di formazione) e viene conseguita tramite corsi Universitari o privati riconosciuti dal Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca.

La Legge 56/89 infatti, nell'articolo 3 comma 1 sancisce: "L'esercizio dell'attività psicoterapeutica é subordinato ad una specifica formazione professionale, da acquisirsi, dopo il conseguimento della laurea in Psicologia o in medicina e chirurgia, mediante corsi di specializzazione almeno quadriennali che prevedano adeguata formazione e addestramento in psicoterapia, attivati ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 10 marzo 1982, n. 162, presso Scuole di specializzazione universitaria o presso istituti a tal fine riconosciuti con le procedure di cui all'articolo 3 del citato Decreto del Presidente della Repubblica".

Le Scuole di Specializzazione fondano il loro insegnamento su vari tipi di approccio, fornendo una preparazione specifica e diversificata sulla base degli indirizzi teorici a cui si riferiscono.

La Psicoterapia è un processo condiviso e strutturato che intende affrontare e ridurre i disagi, la sofferenza psicologica, le disarmonie della personalità e delle relazioni, i sintomi psicopatologici, analizzando ed affrontando serenamente le loro motivazioni. Lo Psicologo-psicoterapeuta lavora con il singolo o con il gruppo cercando di modificare in profondità l'equilibrio del sistema psicologico ed i suoi meccanismi di funzionamento di base, oppure lavorando sulle dinamiche di tipo relazionale dei soggetti.

Il colloquio è lo strumento comune a tutte le aree teoriche e si avvale delle tecniche proprie di ciascuna.

Capita di frequente di imbattersi in domande di questo genere: "Che differenza c'è fra Psicologo e Psichiatra?” oppure: "Che differenza c'é tra Psicologo e Psicoterapeuta?". E' bene, quindi, fare chiarezza al riguardo, per evitare malintesi e informazioni fuorvianti.

Dello Psicologo si é detto che è un professionista iscritto all'Albo, con le competenze indicate dall'art. 1 della Legge 56/89, che ha effettuato il percorso formativo sopra descritto.

Lo Psicoterapeuta invece é uno Psicologo o un Medico abilitato anche a svolgere attività di psicoterapia dopo aver frequentato un'ulteriore scuola di specializzazione (molti psicoterapeuti proseguono la propria formazione attraverso supervisioni cliniche dei casi in trattamento).

Appare pertanto più opportuno parlare di “Psicologo-psicoterapeuta” o di “Medico-psicoterapeuta”.

Lo Psichiatra, infine, ha un percorso differente: è laureato in Medicina, ed ha una specializzazione in Psichiatria con una formazione di base prevalentemente “medico-farmacologica".

Testo approvato dal Consiglio Nazionale dell'Ordine nell'adunanza del 27-28 giugno 1997

Capo I - Principi generali

Articolo 1 
Le regole del presente Codice deontologico sono vincolanti per tutti gli iscritti all'Albo degli psicologi. 
Lo psicologo è tenuto alla loro conoscenza, e l'ignoranza delle medesime non esime dalla responsabilità disciplinare.

Articolo 2 
L'inosservanza dei precetti stabiliti nel presente Codice deontologico, ed ogni azione od omissione comunque contrarie al decoro, alla dignità ed al corretto esercizio della professione, sono punite secondo quanto previsto dall'art. 26, comma 1°, della Legge 18 febbraio 1989, n. 56, secondo le procedure stabilite dal Regolamento disciplinare.

Articolo 3 
Lo psicologo considera suo dovere accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dell'individuo, del gruppo e della comunità. 
In ogni ambito professionale opera per migliorare la capacità delle persone di comprendere se stessi e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace. 
Lo psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell'esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri; pertanto deve prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici, al fine di evitare l'uso non appropriato della sua influenza, e non utilizza indebitamente la fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza dei committenti e degli utenti destinatari della sua prestazione professionale. 
Lo psicologo è responsabile dei propri atti professionali e delle loro prevedibili dirette conseguenze.

Articolo 4 
Nell'esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all'autodeterminazione ed all'autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall'imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità.  
Lo psicologo utilizza metodi e tecniche salvaguardando tali principi, e rifiuta la sua collaborazione ad iniziative lesive degli stessi. 
Quando sorgono conflitti di interesse tra l'utente e l'istituzione presso cui lo psicologo opera, quest'ultimo deve esplicitare alle parti, con chiarezza, i termini delle proprie responsabilità ed i vincoli cui è professionalmente tenuto. 
In tutti i casi in cui il destinatario ed il committente dell'intervento di sostegno o di psicoterapia non coincidano, lo psicologo tutela prioritariamente il destinatario dell'intervento stesso.

Articolo 5 
Lo psicologo è tenuto a mantenere un livello adeguato di preparazione professionale e ad aggiornarsi nella propria disciplina specificatamente nel settore in cui opera. Riconosce i limiti della propria competenza ed usa, pertanto, solo strumenti teorico-pratici per i quali ha acquisito adeguata competenza e, ove necessario, formale autorizzazione. 
Lo psicologo impiega metodologie delle quali è in grado di indicare le fonti ed i riferimenti scientifici, e non suscita, nelle attese del cliente e/o utente, aspettative infondate.

Articolo 6 
Lo psicologo accetta unicamente condizioni di lavoro che non compromettano la sua autonomia professionale ed il rispetto delle norme del presente codice, e, in assenza di tali condizioni, informa il proprio Ordine. 
Lo psicologo salvaguarda la propria autonomia nella scelta dei metodi, delle tecniche e degli strumenti psicologici, nonché della loro utilizzazione; è perciò responsabile della loro applicazione ed uso, dei risultati, delle valutazioni ed interpretazioni che ne ricava. 
Nella collaborazione con professionisti di altre discipline esercita la piena autonomia professionale nel rispetto delle altrui competenze.

Articolo 7 
Nelle proprie attività professionali, nelle attività di ricerca e nelle comunicazioni dei risultati delle stesse, nonché nelle attività didattiche, lo psicologo valuta attentamente, anche in relazione al contesto, il grado di validità e di attendibilità di informazioni, dati e fonti su cui basa le conclusioni raggiunte; espone, all'occorrenza, le ipotesi interpretative alternative, ed esplicita i limiti dei risultati. Lo psicologo, su casi specifici, esprime valutazioni e giudizi professionali solo se fondati sulla conoscenza professionale diretta ovvero su una documentazione adeguata ed attendibile.

Articolo 8 
Lo psicologo contrasta l'esercizio abusivo della professione come definita dagli articoli 1 e 3 della Legge 18 febbraio 1989, n. 56, e segnala al Consiglio dell'Ordine i casi di abusivismo o di usurpazione di titolo di cui viene a conoscenza. 
Parimenti, utilizza il proprio titolo professionale esclusivamente per attività ad esso pertinenti, e non avalla con esso attività ingannevoli od abusive.

Articolo 9 
Nella sua attività di ricerca lo psicologo è tenuto ad informare adeguatamente i soggetti in essa coinvolti al fine di ottenerne il previo consenso informato, anche relativamente al nome, allo status scientifico e professionale del ricercatore ed alla sua eventuale istituzione di appartenenza. Egli deve altresì garantire a tali soggetti la piena libertà di concedere, di rifiutare ovvero di ritirare il consenso stesso. 
Nell' ipotesi in cui la natura della ricerca non consenta di informare preventivamente e correttamente i soggetti su taluni aspetti della ricerca stessa, lo psicologo ha l'obbligo di fornire comunque, alla fine della prova ovvero della raccolta dei dati, le informazioni dovute e di ottenere l'autorizzazione all'uso dei dati raccolti. Per quanto concerne i soggetti che, per età o per altri motivi, non sono in grado di esprimere validamente il loro consenso, questo deve essere dato da chi ne ha la potestà genitoriale o la tutela, e, altresì, dai soggetti stessi, ove siano in grado di comprendere la natura della collaborazione richiesta. 
Deve essere tutelato, in ogni caso, il diritto dei soggetti alla riservatezza, alla non riconoscibilità ed all'anonimato.

Articolo 10 
Quando le attività professionali hanno ad oggetto il comportamento degli animali, lo psicologo si impegna a rispettarne la natura ed a evitare loro sofferenze.

Articolo 11 
Lo psicologo è strettamente tenuto al segreto professionale. Pertanto non rivela notizie, fatti o informazioni apprese in ragione del suo rapporto professionale, né informa circa le prestazioni professionali effettuate o programmate, a meno che non ricorrano le ipotesi previste dagli articoli seguenti.

Articolo 12 
Lo psicologo si astiene dal rendere testimonianza su fatti di cui è venuto a conoscenza in ragione del suo rapporto professionale. 
Lo psicologo può derogare all'obbligo di mantenere il segreto professionale, anche in caso di testimonianza, esclusivamente in presenza di valido e dimostrabile consenso del destinatario della sua prestazione. Valuta, comunque, l'opportunità di fare uso di tale consenso, considerando preminente la tutela psicologica dello stesso.

Articolo 13 
Nel caso di obbligo di referto o di obbligo di denuncia, lo psicologo limita allo stretto necessario il riferimento di quanto appreso in ragione del proprio rapporto professionale, ai fini della tutela psicologica del soggetto. 
Negli altri casi, valuta con attenzione la necessità di derogare totalmente o parzialmente alla propria doverosa riservatezza, qualora si prospettino gravi pericoli per la vita o per la salute psicofisica del soggetto e/o di terzi.

Articolo 14 
Lo psicologo, nel caso di intervento su o attraverso gruppi, è tenuto ad in informare, nella fase iniziale, circa le regole che governano tale intervento. 
È tenuto altresì ad impegnare, quando necessario, i componenti del gruppo al rispetto del diritto di ciascuno alla riservatezza.

Articolo 15 
Nel caso di collaborazione con altri soggetti parimenti tenuti al segreto professionale, lo psicologo può condividere soltanto le informazioni strettamente necessarie in relazione al tipo di collaborazione.

Articolo 16 
Lo psicologo redige le comunicazioni scientifiche, ancorché indirizzate ad un pubblico di professionisti tenuti al segreto professionale, in modo da salvaguardare in ogni caso l'anonimato del destinatario della prestazione.

Articolo 17 
La segretezza delle comunicazioni deve essere protetta anche attraverso la custodia e il controllo di appunti, note, scritti o registrazioni di qualsiasi genere e sotto qualsiasi forma, che riguardino il rapporto professionale. 
Tale documentazione deve essere conservata per almeno i cinque anni successivi alla conclusione del rapporto professionale, fatto salvo quanto previsto da norme specifiche. 
Lo psicologo deve provvedere perché, in caso di sua morte o di suo impedimento, tale protezione sia affidata ad un collega ovvero all'Ordine professionale. 
Lo psicologo che collabora alla costituzione ed all'uso di sistemi di documentazione si adopera per la realizzazione di garanzie di tutela dei soggetti interessati.

Articolo 18 
In ogni contesto professionale lo psicologo deve adoperarsi affinché sia il più possibile rispettata la libertà di scelta, da parte del cliente e/o del paziente, del professionista cui rivolgersi.

Articolo 19 
Lo psicologo che presta la sua opera professionale in contesti di selezione e valutazione è tenuto a rispettare esclusivamente i criteri della specifica competenza, qualificazione o preparazione, e non avalla decisioni contrarie a tali principi.

Articolo 20 
Nella sua attività di docenza, di didattica e di formazione lo psicologo stimola negli studenti, allievi e tirocinanti l'interesse per i principi deontologici, anche ispirando ad essi la propria condotta professionale.

Articolo 21 
Lo psicologo, a salvaguardia dell'utenza e della professione, è tenuto a non insegnare l'uso di strumenti conoscitivi e di intervento riservati alla professione di psicologo, a soggetti estranei alla professione stessa, anche qualora insegni a tali soggetti discipline psicologiche. 
È fatto salvo l'insegnamento agli studenti del corso di laurea in psicologia, ai tirocinanti, ed agli specializzandi in materie psicologiche.

Capo II - Rapporti con l'utenza e con la committenza

Articolo 22 
Lo psicologo adotta condotte non lesive per le persone di cui si occupa professionalmente, e non utilizza il proprio ruolo ed i propri strumenti professionali per assicurare a sé o ad altri indebiti vantaggi.

Articolo 23 
Lo psicologo pattuisce nella fase iniziale del rapporto quanto attiene al compenso professionale. 
In ambito clinico tale compenso non può essere condizionato all'esito o ai risultati dell'intervento professionale; in tutti gli ambiti lo psicologo è tenuto al rispetto delle tariffe ordinistiche, minime e massime.

Articolo 24 
Lo psicologo, nella fase iniziale del rapporto professionale, fornisce all'individuo, al gruppo, all'istituzione o alla comunità, siano essi utenti o committenti, informazioni adeguate e comprensibili circa le sue prestazioni, le finalità e le modalità delle stesse, nonché circa il grado e i limiti giuridici della riservatezza. 
Pertanto, opera in modo che chi ne ha diritto possa esprimere un consenso informato. 
Se la prestazione professionale ha carattere di continuità nel tempo, dovrà esserne indicata, ove possibile, la prevedibile durata.

Articolo 25 
Lo psicologo non usa impropriamente gli strumenti di diagnosi e di valutazione di cui dispone. 
Nel caso di interventi commissionati da terzi, informa i soggetti circa la natura del suo intervento professionale, e non utilizza, se non nei limiti del mandato ricevuto, le notizie apprese che possano recare ad essi pregiudizio. 
Nella comunicazione dei risultati dei propri interventi diagnostici e valutativi, lo psicologo è tenuto a regolare tale comunicazione anche in relazione alla tutela psicologica dei soggetti.

Articolo 26 
Lo psicologo si astiene dall'intraprendere o dal proseguire qualsiasi attività professionale ove propri problemi o conflitti personali, interferendo con l'efficacia delle sue prestazioni, le rendano inadeguate o dannose alle persone cui sono rivolte. 
Lo psicologo evita, inoltre, di assumere ruoli professionali e di compiere interventi nei confronti dell'utenza, anche su richiesta dell'Autorità Giudiziaria, qualora la natura di precedenti rapporti possa comprometterne la credibilità e l'efficacia.

Articolo 27 
Lo psicologo valuta ed eventualmente propone l'interruzione del rapporto terapeutico quando constata che il paziente non trae alcun beneficio dalla cura e non è ragionevolmente prevedibile che ne trarrà dal proseguimento della cura stessa. 
Se richiesto, fornisce al paziente le informazioni necessarie a ricercare altri e più adatti interventi.

Articolo 28 
Lo psicologo evita commistioni tra il ruolo professionale e vita privata che possano interferire con l'attività professionale o comunque arrecare nocumento all'immagine sociale della professione. 
Costituisce grave violazione deontologica effettuare interventi diagnostici, di sostegno psicologico o di psicoterapia rivolti a persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene relazioni significative di natura personale, in particolare di natura affettivo-sentimentale e/o sessuale. Parimenti costituisce grave violazione deontologica instaurare le suddette relazioni nel corso del rapporto professionale. 
Allo psicologo è vietata qualsiasi attività che, in ragione del rapporto professionale, possa produrre per lui indebiti vantaggi diretti o indiretti di carattere patrimoniale o non patrimoniale, ad esclusione del compenso pattuito. 
Lo psicologo non sfrutta la posizione professionale che assume nei confronti di colleghi in supervisione e di tirocinanti, per fini estranei al rapporto professionale.

Articolo 29 
Lo psicologo può subordinare il proprio intervento alla condizione che il paziente si serva di determinati presidi, istituti o luoghi di cura soltanto per fondati motivi di natura scientifico-professionale.

Articolo 30 
Nell'esercizio della sua professione allo psicologo è vietata qualsiasi forma di compenso che non costituisca il corrispettivo di prestazioni professionali.

Articolo 31 
Le prestazioni professionali a persone minorenni o interdette sono, generalmente, subordinate al consenso di chi esercita sulle medesime la potestà genitoriale o la tutela.  
Lo psicologo che, in assenza del consenso di cui al precedente comma, giudichi necessario l'intervento professionale nonché l'assoluta riservatezza dello stesso, è tenuto ad informare l'Autorità Tutoria dell'instaurarsi della relazione professionale. 
Sono fatti salvi i casi in cui tali prestazioni avvengano su ordine dell'autorità legalmente competente o in strutture legislativamente preposte.

Articolo 32 
Quando lo psicologo acconsente a fornire una prestazione professionale su richiesta di un committente diverso dal destinatario della prestazione stessa, è tenuto a chiarire con le parti in causa la natura e le finalità dell'intervento.

Capo III - Rapporti con i colleghi

Articolo 33 
I rapporti fra gli psicologi devono ispirarsi al principio del rispetto reciproco, della lealtà e della colleganza. 
Lo psicologo appoggia e sostiene i Colleghi che, nell'ambito della propria attività, quale che sia la natura del loro rapporto di lavoro e la loro posizione gerarchica, vedano compromessa la loro autonomia ed il rispetto delle norme deontologiche.

Articolo 34 
Lo psicologo si impegna a contribuire allo sviluppo delle discipline psicologiche e a comunicare i progressi delle sue conoscenze e delle sue tecniche alla comunità professionale, anche al fine di favorirne la diffusione per scopi di benessere umano e sociale.

Articolo 35 
Nel presentare i risultati delle proprie ricerche, lo psicologo è tenuto ad indicare la fonte degli altrui contributi.

Articolo 36 
Lo psicologo si astiene dal dare pubblicamente su colleghi giudizi negativi relativi alla loro formazione, alla loro competenza ed ai risultati conseguiti a seguito di interventi professionali, o comunque giudizi lesivi del loro decoro e della loro reputazione professionale. 
Costituisce aggravante il fatto che tali giudizi negativi siano volti a sottrarre clientela ai colleghi. Qualora ravvisi casi di scorretta condotta professionale che possano tradursi in danno per gli utenti o per il decoro della professione, lo psicologo è tenuto a darne tempestiva comunicazione al Consiglio dell'Ordine competente.

Articolo 37 
Lo psicologo accetta il mandato professionale esclusivamente nei limiti delle proprie competenze. 
Qualora l'interesse del committente e/o del destinatario della prestazione richieda il ricorso ad altre specifiche competenze, lo psicologo propone la consulenza ovvero l'invio ad altro collega o ad altro professionista.

Articolo 38 
Nell'esercizio della propria attività professionale e nelle circostanze in cui rappresenta pubblicamente la professione a qualsiasi titolo, lo psicologo è tenuto ad uniformare la propria condotta ai principi del decoro e della dignità professionale.

Capo IV - Rapporti con la società

Articolo 39 
Lo psicologo presenta in modo corretto ed accurato la propria formazione, esperienza e competenza. Riconosce quale suo dovere quello di aiutare il pubblico e gli utenti a sviluppare in modo libero e consapevole giudizi, opinioni e scelte.

Articolo 40 
Indipendentemente dai limiti posti dalla vigente legislazione in materia di pubblicità, lo psicologo non assume pubblicamente comportamenti scorretti finalizzati al procacciamento della clientela. In ogni caso, la pubblicità e l'informazione concernenti l'attività professionale devono essere ispirate a criteri di decoro professionale, di serietà scientifica e di tutela dell'immagine della professione.

Capo V - Norme di attuazione

Articolo 41 
È istituito presso la Commissione Deontologia dell'Ordine degli psicologi l'Osservatorio permanente sul Codice Deontologico , regolamentato con apposito atto del Consiglio Nazionale dell'Ordine, con il compito di raccogliere la giurisprudenza in materia deontologica dei Consigli regionali e provinciali dell'Ordine e ogni altro materiale utile a formulare eventuali proposte della Commissione al Consiglio Nazionale dell'Ordine, anche ai fini della revisione periodica del Codice Deontologico. Tale revisione si atterrà alle modalità previste dalla Legge 18 febbraio 1989, n. 56.

Articolo 42 
Il presente Codice deontologico entra in vigore il trentesimo giorno successivo alla proclamazione dei risultati del referendum di approvazione, ai sensi dell'art. 28, comma 6, lettera c) della Legge 18 febbraio 1989, n. 56.

Approvato dal Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi in data 2 febbraio 2002

Art. 1
Per le prestazioni professionali, oltre al rimborso delle spese giustificate, sono dovuti allo psicologo iscritto alla sezione A dell’Albo, come stabilito dal D.P.R. 328/01, gli
onorari indicati nell'allegata tabella.

Art. 2
Gli onorari minimi e massimi per le prestazioni professionali sono inderogabili. Gli onorari minimi e massimi sono da intendersi annualmente adeguati sulla variazione del canone ISTAT minimo applicabile.
Nelle convenzioni con soggetti pubblici e privati, che hanno ad oggetto prestazioni professionali da rendere a beneficio di intere categorie di soggetti, il minimo può
essere diminuito entro il 25%.

Art. 3
Per la determinazione dell'onorario fra il massimo e il minimo stabilito, si può avere riguardo a:
a) la complessità della prestazione richiesta;
b) l'appartenenza del cliente a categorie a beneficio delle quali sono state stipulate convenzioni;
c) l’urgenza della prestazione;
d) la situazione socio - economica del cliente.
Lo psicologo può ridurre l'onorario per le prestazioni non effettuate a causa del mancato rispetto dell'appuntamento da parte del cliente, ed eventualmente rinunciarvi
se lo ritiene opportuno.

II
Art. 4
Gli onorari, a seconda delle modalità inerenti alla loro determinazione, sono distinti nei seguenti due tipi:
a) onorari a percentuale, in ragione del valore dell'intervento;
b) onorari a vacazione, in ragione del tempo impiegato.
Per la determinazione del valore dell'intervento, va tenuto conto degli interessi sostanziali sui quali incide la prestazione professionale.
Nella determinazione dell'onorario deve aversi particolare riguardo alla competenza specifica dello psicologo. Quando gli onorari non possono essere determinati in virtù di una specifica voce della tabella, si fa riferimento alle disposizioni contenute nelle presenti norme e nella tabella allegata che regolano casi simili o materie analoghe.

Art. 5
Gli onorari dovuti allo psicologo per le prestazioni professionali non ricomprese nell’allegata tabella sono normalmente valutati a percentuale. In ogni caso, gli onorari devono essere valutati in ragione del tempo e computati a vacazione in quelle prestazioni professionali nelle quali il tempo concorrere come elemento precipuo di valutazione.
Gli onorari a vacazione sono stabiliti per lo psicologo in ragione di 60 euro per ogni ora o frazione di ora.
Salvo casi di effettiva maggiore prestazione professionale, non si possono calcolare più di otto ore sulle ventiquattro. Per le prestazioni rese in condizioni di particolare disagio, detti onorari possono essere aumentati fino al 40%.

Art. 6
Allo psicologo che per l'esecuzione dell'incarico ricevuto debba trasferirsi fuori studio sono dovute le spese di viaggio rimborsate nel loro ammontare maggiorato del 15% a titolo di rimborso delle spese accessorie; le spese di soggiorno, pernottamento e vitto in base alle tariffe di albergo di prima categoria con l'aumento del 10% a titolo di rimborso spese accessorie, nonché gli onorari relativi alle prestazioni effettuate e una indennità di trasferta da un minimo di 5 euro a un massimo di 15 euro per ogni ora o frazione per distanze inferiori a 100 Km.; nonché da un minimo di 3 euro a un massimo di 9 euro per ogni ora o frazione per distanze superiori a 100 Km.

Art. 7
Qualora più psicologi siano stati incaricati in collegio di prestare la loro opera nel medesimo intervento, a ciascuno spetta un compenso determinato dividendo per il numero dei membri del collegio medesimo l'onorario unico aumentato del 40% per ogni professionista incaricato, salvo per l’eventuale coordinatore per il quale si applica la tariffa piena. A ciascuno spetta il rimborso delle spese giustificate e l'indennità.

Art. 8
Per gli interventi iniziati ma non giunti a compimento ovvero nel caso di cessazione dell'incarico per qualsiasi motivo saranno dovuti gli onorari per l'opera prestata, comprendendosi in questa il lavoro preparatorio compiuto dallo psicologo.
La sospensione per qualsiasi motivo dell'incarico dato allo psicologo non esime il cliente dall'obbligo di corrispondere l'onorario relativo alle prestazioni rese.

Art. 9
Qualora tra la prestazione e l'onorario previsto dalla tabella appaia, per particolari circostanze del caso, una manifesta sproporzione, possono, su conforme parere del competente Consiglio dell'Ordine, essere superati i minimi e i massimi tariffari rispettivamente della metà e sino alla decuplicazione.

Art. 10
Allo psicologo spetta un rimborso delle spese gene rali di studio in ragione del 10% sull’importo dell’onorario.

Art. 11
Per i giudizi arbitrali sono dovuti gli onorari stabiliti ai sensi e per gli effetti del D.M. 5 ottobre 1994 n. 585, e successive modificazioni e integrazioni.

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