Consultorio Antera

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Come riconoscere ed affrontare un evento traumatico

Nella vita di una persona possono accadere diverse esperienze di impatto traumatico. Per esperienza traumatica intendiamo un evento stressante al quale l'individuo non può sottrarsi e che supera la sua capacità di resistenza. Può trattarsi di eventi che minacciano l'integrità fisica, la propria o quella di altri, oppure l'identità psicologica.

Non esiste una classificazione dettagliata degli eventi traumatici. Può essere traumatico un lutto, una separazione improvvisa, la scoperta di un tradimento in una relazione sentimentale. L'impatto che l'evento può avere sulla persona dipende sia dal tipo e dalla gravità dell'evento (es. una rapina, un incidente stradale, un lutto), sia dalle caratteristiche emotive, cognitive, di personalità e dalla storia della persona che lo subisce.

Per ipotizzare l'impatto che un evento può avere sulla persona distinguiamo innanzitutto grandi e piccoli traumi.

Nei piccoli traumi, la percezione del pericolo non è particolarmente intensa (pensiamo ad umiliazioni subite ad esempio). Nei grandi traumi invece esiste un rischio di morte o una grave minaccia all'integrità fisica come nel caso di abusi, incidenti o disastri naturali

 

Vivere un' esperienza traumatica: quali sono le possibili conseguenze?

Il fattore tempo, quando parliamo di traumi, è un elemento importante. Il tempo incide nel processo di elaborazione delle informazioni del cervello che conduce alla guarigione dalle risposte traumatiche. Spesso infatti l'individuo ha alcune risorse che lo aiutano ad affrontare questo processo naturalmente. Tuttavia, a volte,  questo processo per svariati motivi si blocca ed è importante ricorrere ad un aiuto specialistico.

I traumi possono condurre allo sviluppo di sindromi post traumatiche ma possono anche essere fattori di sviluppo di vari altri disturbi psicologici.

In genere è possibile identificare una serie di sintomi o stati che possono manifestarsi nel tempo, a partire dal momento in cui si verifica il trauma

  • flashback, pensieri intrusivi (..) ed ipervigilanza
  • attacchi di panico, ansia, fobie
  • depressione, stati dissociativi, malattie psicosomatiche

 

La risposta del nostro sistema nervoso agli  eventi traumatici

Gli eventi dall'impatto traumatico conducono a particolari attivazioni del nostro sistema nervoso.

L'attivazione del Sistema Nervoso comporta una serie di modificazioni fisiologiche che il soggetto percepisce attraverso alterazioni di parametri fisiologici (es. tensione muscolare, aumento del battito cardiaco).

Questa risposta resta come una sorta di attivazione automatica, pronta a riemergere laddove si ripresentino degli stimoli in grado di riattivarla che in qualche modo sono legati all'evento traumatico: stimoli denominati trigger.

Facciamo un esempio: una persona subisce un'aggressione.

La persona che subisce l'evento registra nella sua memoria un aspetto della situazione (ad esempio un particolare dettaglio dell'aggressore, oppure il posto in cui è avvenuta). Può accadere che, in presenza di stimoli di quel tipo (il posto in cui è avvenuta l'aggressione) il soggetto manifesti le stesse reazioni fisiche al trauma a distanza di tempo

 

Come affrontare un evento traumatico?

E' fondamentale considerare questa riattivazione automatica del Sistema Nervoso che abbiamo appena descritto. La persona che si trova difronte a questa riattivazione automatica ha come la sensazione di rivivere l'episodio o quantomeno di rivivere lo stato in cui si trovava al momento del trauma.                                

Questo spesso conduce ad evitare alcune situazioni che ricordano il trauma o alcuni dettagli registrati. Lo stesso evitamento può avvenire in psicoterapia quando le persone non riescono a raccontare un ricordo traumatico: raccontare per loro è come rivivere quel momento

Uno degli aspetti centrali del lavoro con lo psicoterapeuta per affrontare il trauma è proprio quello di aiutare a differenziare la sensazione percepita di rivivere l'evento traumatico, dalla possibilità funzionale di raccontarlo in un contesto protetto, per giungere così  alla sua graduale elaborazione.

Il Consultorio Antera Onlus, nelle sedi di Roma, Monterotondo, Fiumicino, offre l'opportunità di incontrare psicoterapeuti esperti nelle difficoltà legate a vissuti traumatici, accogliendo e accompagnando gli individui all'interno del proprio percorso terapeutico.

La relazione tra la donna in gravidanza e il proprio bambino è una delle più profonde e ancora parzialmente sconosciute relazioni umane.

Numerose riflessioni sono state fatte circa la sua natura, tuttavia i recenti progressi scientifici e tecnologici hanno aperto nuovi scenari, consentendo di prendere in considerazione la vita intrauterina e di definire meglio il rapporto tra diversi aspetti emotivi della madre e del figlio.

Le conoscenze che abbiamo dagli studi effettuati dimostrano la natura complessa di questa relazione, che non va intesa come un fenomeno unidirezionale, quanto piuttosto bidirezionale.

 

Stress e cambiamenti endocrini

Cosa accade al nascituro quando le tensioni emotive della gestante sono eccessive? Negli ultimi anni sono state moltissime le ricerche volte ad approfondire e studiare la vita nella fase prenatale.

Si è rilevato come alti livelli di stress possano influire sul feto e avere ripercussioni future. Analizzando più nello specifico i cambiamenti che avvengono, dobbiamo innanzitutto prendere in considerazione la modulazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. La regolazione di tale asse cambia drasticamente nel corso della gravidanza: il cortisolo materno aumenta nel corso della gestazione.

L’esposizione del feto alle maggiori concentrazioni di cortisolo materno è regolata da un enzima placentare che ossida il cortisolo nella sua forma inattiva, il cortisone. I livelli di questo enzima riescono quindi a fornire una protezione, anche se parziale, per il feto dal cortisolo materno, soprattutto durante fasi critiche di sviluppo. Quindi questa barriera placentare fornisce una protezione naturale attuata dal nostro organismo, purtroppo, quando lo stress è molto elevato, una parte di cortisolo materno riesce ad attraversare la placenta, con possibili influenze sullo sviluppo del bambino.

 

Stress prenatale e sviluppo del bambino

L’esposizione a livelli elevati di stress psicosociale materno e di ormoni dello stress può in alcuni casi essere associata a disturbi comportamentali ed emozionali durante l’infanzia.

Studi recenti hanno evidenziato infatti come elevati livelli di ansia e depressione materna prenatale possono correlarsi ad un aumentato temperamento pauroso infantile, valutato sia attraverso report materni sia attraverso osservazioni del bambino.

Elevati livelli di stress materno potrebbero quindi contribuire allo sviluppo di un temperamento pauroso nel nascituro e aumentare la sua vulnerabilità agli stati ansiosi.

 

Effetti  positivi dello stress: gettare le basi per la resilienza del nascituro

Vanno considerati anche gli effetti positivi legati al meccanismo che abbiamo appena analizzato: la placenta raccoglie informazioni dalla madre per preparare il feto alla sopravvivenza postnatale.

Se l’unità feto-placentare capta segnali di stress  che provengono dall’ambiente materno (come un aumento dei livelli di cortisolo) il feto regola la sua traiettoria di sviluppo e/o modifica il suo sistema nervoso per garantirsi la sopravvivenza in un ambiente potenzialmente ostile.

Quindi dei livelli di stress modulati possono anche assumere una funzione adattiva, gettando le basi per la futura resilienza del nascituro.

 

Importanza della prevenzione

Come abbiamo visto lo stress materno rappresenta indubbiamente un fattore di rischio per il bambino.

E’ importante sottolineare, però, che tra stress durante la gravidanza e disturbi del bambino non esiste una relazione diretta di causa-effetto. I fattori che incidono su un corretto sviluppo di un bambino sono innumerevoli e molto complessi. I possibili innalzamenti dei livelli di stress non vanno quindi “demonizzati”, ma monitorati e modulati, agendo così in un'ottica preventiva, creando le basi per un buon contesto all'interno del quale crescere il proprio figlio e in cui “far crescere” la propria genitorialità.

E’ proprio grazie alla prevenzione e all’intervento precoce che si pongono le basi per una relazione sana con il proprio bambino e quindi una crescita, non priva di difficoltà, ma il più possibile serena.

Il Consultorio Antera Onlus, nelle sedi di Roma, Monterotondo e Fiumicino, offre la possibilità di incontrare psicoterapeuti esperti che possono offrire sostegno nelle situazioni di stress e difficoltà legate al diventare genitori, accogliendo e accompagnando gli individui sia in all'interno di percorsi individuali, che di coppia.

 

 

 

 

Modulare lo stress da esami ed evitare l'abbandono degli studi

L'ingresso nel mondo dell'università può rappresentare un banco di prova importante per molti giovani che decidono di intraprendere tale percorso formativo, a volte questo implica anche il trasferimento dal proprio luogo di origine in una nuova città, amplificando la necessità di maturare un maggior senso di responsabilità e buone capacità di gestione della propria autonomia. Paura, ansia e senso di inadeguatezza possono diventare a volte emozioni e vissuti difficili da modulare, fino a giungere ad un vero e proprio abbandono degli studi.

 

Studenti fuori sede: ansia e separazione dalla famiglia di origine

Molto spesso gli stati ansiosi legati alla vita universitaria sono intrecciati a doppio filo con l'essere uno studente fuori sede. Quella degli studenti fuori sede è una condizione che presenta numerose sfaccettature, contraddizioni e ambivalenze.

Diventare studenti fuori sede è un prova evolutiva importante per coloro che decidono di continuare il proprio percorso formativo lontano da casa. È una condizione che pone i ragazzi e le ragazze in una continua altalena emotiva, tra il bisogno di trovare una propria autonomia e la paura e le ansie del vivere lontani da un contesto familiare. Il motivo che accomuna tutti gli studenti fuori sede, trasferendosi, è la necessità di un cambiamento non solo materiale, ma soprattutto psichico.

Quella dei fuori sede è dunque un’esperienza in primo luogo di separazione: dalla famiglia di origine, dalla città in cui si è nati e in cui si sono sperimentate le prime relazioni significative, dagli amici, dai propri riferimenti sociali e culturali. Ma è anche e soprattutto una separazione emotiva la cui difficoltà di gestione può portare a sperimentare vissuti di solitudine, insicurezza e ansia. È molto importante costruire gradualmente la possibilità di mediare fra questi due mondi separati, quello da cui si proviene e quello che si sta scoprendo, avendo interiorizzato il proprio luogo di origine come un luogo non solo fisico ma uno spazio emotivo interno.

Un luogo, dunque, che rappresenti una base sicura e rassicurante, che si può lasciare per esplorare il mondo, ma in cui si può anche tornare ed essere di nuovo accolti.

 

Come si manifesta l’ansia da esame?

L’ansia da esame è molto diffusa tra gli studenti, fuori sede e non,  ma a volte è così forte che si possono avere dei veri e propri comportamenti sintomatici e problemi di rendimento. I principali sintomi dell’ansia da esame sono:

  • fisici: mal di testa, dolori addominali, nausea o diarrea, difficoltà respiratorie, accelerazione cardiaca. Si verificano anche irrequietezza, cambiamenti nella temperatura del corpo, sudorazione eccessiva, secchezza della bocca.
  • psicologici: paura eccessiva, sensazione di inadeguatezza, bassa autostima. Si può avvertire timore della disapprovazione e del fallimento, voglia di scappare, pianto o risa incontrollati, nervosismo e irascibilità.
  • comportamentali: agitazione ed incapacità a star fermi, insonnia, fumo eccessivo o abuso di sostanze
  • cognitivi: si ha difficoltà di concentrazione, si avvertono tanti pensieri che corrono per la testa ma anche allo stesso tempo è possibile sperimentare una sensazione di tabula rasa. E’ frequente anche  la tendenza a paragonarsi agli altri e la difficoltà ad organizzare i pensieri e le azioni.

Lo stress è una naturale risposta degli esseri umani per proteggerli in caso di pericolo. Questa modalità adattiva purtroppo non si rivela molto utile quando si tratta di affrontare un esame, perché il panico può destabilizzare e mettere a dura prova la nostra memoria e le  nostre competenze.

 

Cosa causa l’ansia da esame?

L’ansia da esame si può sviluppare per diverse motivazioni:

  • Le precedenti esperienze negative nello svolgimento di esami possono causare una riattivazione per cui si teme di ripetere l’esperienza negativa.
  • La consapevolezza o il timore di non aver studiato sufficientemente può contribuire al manifestarsi dell’ansia da esame. Non ci si sente pronti ad affrontare la prova a causa dell’incapacità di autogestione, di inadeguate abitudini di studio, di un metodo di studio poco valido e della carenza organizzativa. Gli studenti forzati a prepararsi all’ultimo tendono ad avere meno fiducia in sé stessi rispetto a chi è sono stato in grado di seguire una preparazione strutturata.
  • Ansia anticipatoria: durante i giorni prima dell’esame, alcuni studenti hanno paura di non ricordarsi nulla o di non riuscire a rendere adeguatamente tanto da sviluppare anticipatamente dell’ansia, sensazione che compromette la preparazione. Si ha poi paura di come l’ansia anticipatoria possa avere effetti sul proprio rendimento.
  • Si sente che all’esame non viene valutata solo la propria preparazione, ma anche l’intelligenza e le capacità personali. Il proprio senso di valore e autostima sono collegati al voto positivo. Senza di esso, si teme di perdere la stima in sé stessi, di familiari e amici.
  • Aspetti psicologici della personalità: scarsa autostima, tendenza a perfezionismo, paura del fallimento, pressioni da parte dei famigliari e compagni, tendenza a confrontarsi e essere competitivi possono generare ansia da esame.

 

Come gestire e affrontare l’ansia da esame?

Vediamo insieme alcune strategie utili per affrontare l’ansia da esame nel periodo della preparazione, nei momenti subito prima dell’esame e durante.

In tutti questi momenti, può capitare di vivere dei momenti di eccessiva attivazione psicofisica per cui si manifestano dei sintomi forti. In quei casi, è utile ricordare che, anche se sembra la cosa più importante del mondo, questo esame non vale lo sforzo psicofisico che si sta compiendo.

  • Usare un buon metodo di studio: una buona preparazione permetterà di acquisire sicurezza. Gli esami diventano meno spaventosi quando si ha fiducia nel metodo di studio e nel livello di preparazione.
  • Organizzare la preparazione evitando il last minute. Porsi degli obiettivi, pianificare il lavoro step by step e avere le scadenze sotto controllo aiuta a gestire l’ansia da esame.
  • Sotto stress, il corpo rilascia grandi quantità di cortisolo che altera la velocità della memoria. Il cortisolo  rimane a livelli adeguati se si riposa per un buon numero di ore, quindi, durante il periodo degli esami, conviene seguire ritmi regolari di vita anche per ridurre lo stress.
  • L'ansia non è necessariamente un nemico da combattere, un certo livello di attivazione può essere funzionale per far convogliare le nostre energie sull'esame che stiamo andando ad affrontare.
  • Può essere utile cercare il supporto della famiglia e degli amici per esplicitare le proprie paure e confrontarsi sulle realistiche preoccupazioni.
  • Sperimentare Tecniche di rilassamento, training autogeno e yoga aiutano a porre il focus su sé stessi e a non farsi condizionare dai pensieri negativi e dall’ansia da esame.
  • Può essere di aiuto visualizzare  la situazione di esame, provando immaginare situazioni in cui affrontiamo e gestiamo eventuali imprevisti.
  • E’ doveroso ricordare che la valutazione finale non è un giudizio sulla persona, ma unicamente sul rendimento della prova.

 

L’aiuto della psicoterapia per l’ansia da esame

Quando ci si rende conto che l’ansia da esame sta divenendo eccessiva, tanto da mettere in discussione il nostro percorso di studi,  può essere importante richiedere un supporto psicologico. Il Consultorio Antera Onlus, nelle sue sede di Roma, Fiumicino e Monterondo accoglie studenti in difficoltà attraverso percorsi terapeutici che possano aiutare a comprendere quanto stia succedendo, mettendo a fuoco criticità e risorse della persona.

Cibo ed emozioni

Può capitare di mangiare non per fame, ma in risposta a sentimenti ed emozioni sperimentate o allo stress percepito. In questi casi possiamo parlare di Emotional Eating,  che consiste in una perdita di controllo per cui non è più il corpo a dettare cosa e quanto mangiare, bensì le emozioni vissute in quel momento. Alcune persone tendono ad utilizzare grandi quantità di cibo quando sono tristi o particolarmente annoiate, per altri invece è un modo per evitare di pensare a questioni delicate della propria vita. 

L’Emotional Eating spesso porta a mangiare in eccesso e soprattutto cibi con un alto contenuto di calorie e di grassi, come i dolci, con la possibilità di sfociare in una vera e propria abbuffata,  definita come “il mangiare grandi quantità di cibo in un tempo breve con senso di mancanza di controllo sul mangiare”. In alcuni casi tali  abbuffate possono diventare ripetute e invasive rispetto alla propria quotidianità,  portando al consolidarsi di un vero e proprio disturbo dell'alimentazione, denominato Binge Eating Disorder (BED) o Disturbo da Alimentazione Incontrollata.

 

Cibo usato per gestire le emozioni

L’Emotional Eating è una modalità disfunzionale per eliminare o alleviare le emozioni negative, come stress, rabbia, paura, noia, tristezza e solitudine. Sia gli eventi importanti di vita, sia le controversie della quotidianità possono scatenare emozioni negative che portano il soggetto a sfogarsi sul cibo; per esempio la disoccupazione, i problemi economici, i problemi di salute, le relazioni conflittuali, lo stress sul lavoro, la fatica ecc.  Qualunque stato emotivo può portare a mangiare troppo.

Alcune delle emozioni più frequentemente associate all’Emotional Eating sono:

  • rabbia verso se stessi, un’altra persona o una situazione; si tende a soffocare i sentimenti col cibo, piuttosto che affrontarli;
  • disperazione, si pensa che niente potrà mai andare bene e quindi non vale la pena nemmeno di preoccuparsi per la salute e il proprio peso;
  • mancanza di controllo, si percepisce di non avere controllo sulla propria vita a eccezione del mangiare, quindi si pensa di poter mangiare ciò che si vuole e quando si vuole;
  • non sentirsi apprezzati, nessuno sembra notare gli sforzi fatti sul lavoro o in altri ambiti della propria vita, arrivando a provare una disistima verso se stessi;
  • noia, con sentimenti di solitudine prevalenti, si sente di non avere niente da fare, né posti dove andare, si mangia per riempire quei tempi vuoti.

 

L’influenza dello stress sull’alimentazione

Un crescente corpo di studi evidenzia come lo stress influisca sulla salute non solo attraverso processi fisiologici diretti, ma anche attraverso cambiamenti nei comportamenti di salute come scelta degli alimenti e la loro assunzione. Sembra evidente che lo stress sia collegato con l’alimentazione e che lo stress modifichi l’assunzione alimentare complessiva in due modi, con una sovra- o sotto-alimentazione, a seconda della gravità degli eventi considerati stressanti.

Mangiare potrebbe anche servire come strategia di coping per fronteggiare le situazioni stressanti (per esempio, come una fuga) o essere un mezzo attraverso cui ridurre gli effetti avversi di alta consapevolezza di sé o ancora come una modalità per attenuare emozioni negative portate dallo stress.

Quando uno stress acuto è vissuto come minaccia alla sicurezza personale, vi è una risposta fisiologica istantanea, la risposta “fuga o lotta”, che si traduce nella variazione dell’appetito. L’esposizione a fattori di stress psicologico cronico, per esempio pressioni sul lavoro, contribuisce alla sensazione globale di malattia e per molte persone la risposta tipica a queste situazioni di stress cronico non è l’evitamento del cibo, ma la ricerca e il consumo di cibi ad alta densità energetica.

Se lo stress fa sì che alcuni individui consumino cibo in eccesso rispetto al fabbisogno, allora questo può sfociare in un aumento di peso e obesità. Diversi studi hanno evidenziato in alcuni casi una diminuzione e in altri casi un aumento nell’alimentazione in risposta allo stress, a seconda della gravità del fattore stressante, oltre che caratteristiche personali dei soggetti.

 

Stress e obesità: un potente circolo vizioso

Le situazioni stressogene risultano essere potenzialmente una causa e una conseguenza di obesità, interagendo in un modello bidirezionale. Ciò significa che l’aumento di peso ha il potenziale per innescare la risposta allo stress, che a sua volta può aumentare il peso, e così via.

In questo modo le interazioni tra stress e obesità potrebbero creare un circuito vizioso molto forte.  Allo stesso modo la perdita di peso, che può anche innescare il rilascio di cortisolo, potrebbe innescare la risposta allo stress e quindi opporsi a una ulteriore perdita di peso, il che suggerisce che il sistema di stress può essere coinvolto nelle sfide di perdita di peso.

Questo modello di retroazione positiva tra stress e peso indica che il trattamento nell’area dell’alimentazione deve tenere in debita considerazione non solo il bilancio energetico, ma anche il sistema dello stress, supportando la persona sia da un punto di vista nutrizionale, che psicologico.

 

Psicologi specializzati in Disturbi Alimentari

Il Consultorio Antera Onlus, nelle sedi di Roma, Monterotondo e Fiumicino, offre l'opportunità di incontrare psicoterapeuti esperti nelle difficoltà legate all'alimentazione, accogliendo e accompagnando gli individui all'interno del proprio percorso terapeutico, con la possibilità di lavorare in rete con dietologi e nutrizionisti esterni.

Come gestire le nostre reazioni di gelosia, tutelando il benessere della relazione

La gelosia è un sentimento provocato dal timore, dal sospetto o dalla certezza di poter perdere la persona amata. Così come gli altri sentimenti, essa in piccole dosi non è nociva, almeno fin quando non condiziona le relazioni e mina la propria e altrui serenità. Un pizzico di gelosia può essere un indicatore di presenza, di amore, è la conferma di un desiderio di esclusività. Esiste quindi una gelosia sana.

I sentimenti che comunemente caratterizzano la gelosia sono: paura, ansia, insicurezza, ipersensibilità alle frustrazioni. Mentre dal punto di vista cognitivo sono dominanti comportamenti di tipo investigativo, di controllo, di allerta, di ruminazioni.

Quando questi sentimenti e comportamenti divengono eccessivi,  possono arrivare ad interferire con il normale corso dei pensieri e con le altre attività. Nella gelosia verso qualcuno che si crede di possedere e che non si vuole perdere, il sogno del “geloso” diventa quello di trattenere quella persona con sé.

Il controllo è legato alla ricerca minuziosa dei dettagli, e nel momento in cui l’individuo geloso sente di non riuscire più a controllare le sue emozioni, le sue azioni, la sua vita, tanto più aumenta in lui il bisogno di controllare ciò che lo circonda.

 

Controllo e gelosia: ruolo dei social network nelle dinamiche relazionali

Il mondo digitale ha amplificato la gelosia, perché molte attività sulle reti sociali sono di dominio pubblico e perché si può avere facilmente accesso al telefonino e al computer del compagno. Quindi possiamo avere a portata di mano la nostra ossessione tutto il giorno, con il rischio di affogarci dentro.

In questi casi il social network e la tecnologia assumono un ruolo attivo nell’alimentare la forma di dipendenza che la gelosia può creare. Facebook ad esempio espone gli individui a delle informazioni vaghe e ambigue sul proprio partner che non fanno altro che incrementare la preoccupazione e i pensieri negativi, trasformando il social in un mezzo usato per raccogliere sempre più informazioni sull’altro.

Facebook aumenta l’esposizione a diverse informazioni sul partner che possono attivare la gelosia, e a sua volta la gelosia può aumentare il tempo speso su Facebook a ricercare informazione rilevanti, innescando un forte circolo vizioso.

Si distinguono tre caratteristiche dei social network che possono avere una profonda influenza sulle relazioni :

  1. aumentano la quantità di informazioni che gli individui ricevono dal partner che rivelano molto sulle loro attività quotidiane (ad esempio vedere se il partner è attivo sul social, vedere i messaggi lasciati sulla propria bacheca o su quella degli amici ecc.).
  2. offrono una modalità socialmente accettata di controllare il proprio partner, soprattutto per chi mostra gelosia. In questo modo molte persone tendono a verificare le attività del partner, controllando il suo profilo in maniera segreta evitando di mettere in discussione la propria fiducia tramite un atto osservabile (ad esempio controllare la borsa dell’altro per rintracciare delle prove);
  3. rendono pubblico lo “stato di salute” della propria relazione sentimentale (ad esempio una foto del partner abbracciato con un membro di sesso opposto può essere percepita come una minaccia, anche perché il contenuto viene visualizzato da tutti gli amici e conoscenti: tutti vedono tutto, e possono interpretare tutto).

 

I social come risorsa: rafforzamento dell'identità della coppia

I social network, oltre a generare dei sentimenti negativi di gelosia e controllo, possono avere anche degli effetti positivi nelle relazioni. Possono rappresentare infatti anche uno strumento che può incrementare la costruzione del senso del “Noi”.

Gli individui che sono più soddisfatti nei loro rapporti sono anche più propensi a pubblicare immagini di se stessi col partner (ad es. nella foto del profilo). La pubblicazione di immagini della coppia su Facebook potrebbe essere una rappresentazione visiva dell’inclusione dell’altro nel sé. In questo modo il partner potrebbe mostrare all’altro un livello più elevato di vicinanza  e portare così a una maggiore inclusione del partner nella propria identità.

Su Facebook la consapevolezza della relazione potrebbe essere manifestata attraverso la condivisione di messaggi, di immagini, che mostrano il “Noi” dei partner, rivelando in questo modo una forte identità di coppia.

Possono essere un mezzo per indicare impegno, potenzialmente utile per la stabilità futura, permettendo alle persone di  manifestare pubblicamente il proprio affetto  verso il partner.

 

Come imparare a gestire e modulare la gelosia

Alcuni spunti di riflessione possono aiutarci a gestire le nostre reazioni di gelosia verso il partner:

  • Il primo passo per gestire la gelosia è la consapevolezza

Per imparare a gestire la gelosia, come per qualsiasi altra emozione,  il primo passo è sempre la consapevolezza. Cioè la capacità di osservare il processo emotivo durante il suo svolgimento. Come tutte le emozioni anche la gelosia ha un punto di inizio, un apice ed una discesa, essere consapevoli di questo può aiutarci nella sua modulazione.

  • La profezia che si auto-avvera

Più temi che qualcosa accada e più prepari il terreno affinchè quella cosa avvenga realmente. Così se temi di essere tradito inizierai tutti quei comportamenti controllanti che spingeranno il tuo partner verso una reazione di diffidenza nei tuoi confronti, con inevitabili ricadute sul benessere di coppia.

  • La gelosia è mancanza di fiducia

La gelosia trasmette inevitabilmente un messaggio di mancanza di fiducia sia verso il tuo partner, che verso verso te stesso. Alimentare la sfiducia verso gli altri, rischia di amplificare anche la sfiducia verso noi stessi, riversandosi anche in altri aspetti della nostra vita.

  • L'importanza di contestualizzare

Se notate qualche atteggiamento strano del partner sui social che non vi piace o vi mette a disagio, il primo passo per evitare di sprofondare nell’ansia e nelle congetture, è quello di parlare serenamente con il proprio partner mettendolo al corrente di ciò che state provando.

Ovvero, vediamo un “mi piace” ad una pubblicazione che ci infastidisce e facciamo partire subito gli allarmi senza chiederci o valutare il contesto specifico in cui quella pubblicazione è stata sviluppata o perché è interessante per il nostro partner. Cogliere il significato di un messaggio in una situazione isolata virtuale davanti a uno schermo non è così facile come in una comunicazione in persona, o faccia a faccia. Possiamo non capire le sfumature, il contesto o gli antecedenti correndo il rischio di creare tanto rumore per nulla.

 

Quando la gelosia  diventa patologica

Come abbiamo visto la gelosia  è un sentimento che ha molte sfaccettature e può giungere in alcuni casi a forme invalidanti. Per affrontare i disagi relazionali che possono derivarne, è necessario un approccio individualizzato che passi per il riconoscere le origini del proprio sentimento, che lo congiunga alla paura dell’abbandono e/o alla dipendenza affettiva e che aiuti a sviluppare una migliore capacità di gestione delle proprie emozioni attraverso un percorso di consapevolezza.

La gelosia patologica può creare una “relazione tossica”, dove il geloso patologico non concede spazio al suo partner, è invadente e irrompe in ogni sfera della sua vita. Come in altri casi che portano malessere e tossicità, il primo passo per poter stare meglio è sempre quello di riconoscere di avere un problema e chiedere aiuto.

Il Consultorio Antera Onlus, nelle sedi di Roma, Monterotondo e Fiumicino offre la possibilità di incontrare psicologi e psicoterapeuti esperti nelle difficoltà legate alle dinamiche di gelosia, accogliendo e accompagnando gli individui e le coppie all'interno di percorsi specifici.

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