Consultorio Antera

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Come riconoscere ed affrontare la “Pandemic fatigue”

 

Chi di noi non ha sperimentato tristezza, stanchezza, angoscia in questi lunghi mesi di pandemia. Al tempo del Covid-19 queste emozioni e vissuti possono essere ritenuti normali.  Il primo lockdown  ha costretto la popolazione a rivoluzionare la propria vita lavorativa, sociale, affettiva. Ciascuno è stato chiamato a notevoli sforzi, ma con la speranza di vedere "la luce in fondo al tunnel": una sorta di meta da raggiungere per potersi riappropriare della propria quotidianità. Ora sappiamo che la strada da percorrere è lunga e non lineare, la nostra quotidianità dovrà ancora adattarsi all'evoluzione della pandemia. Questa altalena di decreti e norme, che cambiano di continuo, genera smarrimento e confusione. Le persone più fragili faticano a tenere il passo, soprattutto emotivo, e subiscono gli effetti psico-sociali causati dalla pandemia.

Corriamo il rischio che si inizi a pensare che tutto sia inutile, che stia venendo meno la libertà personale, che il contenimento dei contagi impedisca la relazione fra persone, famigliari e amici. Quando non si conosce la fine di una situazione che genera ansia e paura, infatti, lo stress può prendere il sopravvento.

 

Cos´è la Pandemic Fatigue e quali sono i suoi sintomi?

Da ormai un anno la popolazione mondiale è esposta ad una forma di stress cronico che si sta accompagnando a fatica, tristezza, ansia. Come si può leggere in un recente documento redatto dall’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), la “Pandemic Fatigue” è una sindrome che può assumere forme diverse. Si tratta, cioè, di una costellazione di sintomi che possono variare nel tempo, con sfumature diverse da persona a persona. Fra i sintomi più ricorrenti troviamo:

  • Irrequietezza
  • Ansia
  • Agitazione
  • Sbalzi di umore
  • Rabbia
  • Tristezza
  • Rassegnazione
  • Passività agli eventi
  • Alterazione dell'appetito
  • Negazione del problema

Si tratta di reazioni che possono essere ritenute normali in una condizione estremamente anomala e di incertezza quale è quella pandemica. In un certo numero di situazioni, però, questi indicatori di malessere possono raggiungere un livello di significatività clinica e richiedere un supporto di tipo psicologico, senza sottovalutare le forme di disagio che sentiamo di non poter più gestire da soli.

 

Cosa causa ed amplifica la Pandemic Fatigue?

La Pandemic Fatigue è sostanzialmente una condizione di “impotenza appresa” attraverso le esperienze che ci hanno accompagnato nell’ultimo anno.

La prima e principale causa connessa a tale malessere è la perdurante incertezza circa le prospettive future individuali e collettive, che lascia la popolazione esausta e demoralizzata.
Il senso di potere e di “controllo” rispetto alle nostre vite,  cui  generalmente siamo abituati,  viene permeato  da un vissuto di imprevedibilità.

Possiamo vedere tale impatto in modo variegato su tutte le fasce della popolazione. La vita durante la pandemia è stata saturata da molteplici compiti che prevedono sia l’esercizio di attività di controllo sia un’aumentata necessità di concentrazione, in una misura che può lasciarci a volte esausti. Probabilmente quando cominciamo a percepire che i nostri sforzi in termini di cambiamenti comportamentali non si accompagnano a risultati visibili, questi sforzi cominciano ad apparirci troppo ardui da tollerare nel lungo termine e la nostra adesione alle indicazioni precauzionali comincia a ridursi: ecco questo può essere il passaggio critico in cui si insinua il rischio di sviluppare sentimenti di delusione, colpa, sconforto, sino a vere note depressive.

 

Chi è più a rischio?

Sono state sicuramente più colpite dalla pandemic fatigue le persone che hanno perso familiari e amici a causa del Covid-19. Ma anche chi ha perso il lavoro o ha visto tracollare la propria situazione economica. E ancora i soggetti vulnerabili per condizioni di vita o di salute. Tutti si sono dovuti abituare a modalità di lavoro differenti e si sente sempre più spesso parlare di techno-stress: la didattica a distanza ed il telelavoro hanno spesso peggiorato una situazione di tensione ed affaticamento generalizzati.

 

La pandemic fatigue influisce sul nostro modo di prevenire il contagio?

La pandemic fatigue, però, non ha un impatto solo sul nostro benessere psicologico, ma anche sui nostri comportamenti. In effetti, l’OMS si è interrogata su un aspetto molto specifico dello stress da Covid-19. E cioè quello della relazione con i comportamenti di protezione dal rischio di contagio. Essere esposti a uno stress durevole nel tempo, può demotivare le persone, con la stanchezza mentale che può avere la meglio sui comportamenti di prevenzione.

Questo diverso atteggiamento nei confronti della protezione dal contagio dipende in larga parte dalle nostre percezioni del rischio. Dopo diversi mesi di pandemia, per esempio, è come se ci fossimo abituati a convivere con il virus, ritenendolo meno pericoloso. In realtà, come dimostrato dal verificarsi della nuova ondata di contagi dopo l’estate, il virus non ha perso la sua pericolosità e l’impennata si è placata solo grazie a nuove restrizioni. Il verificarsi di nuove restrizioni e chiusure, però, ha favorito la diffusione di una percezione per cui il peso delle limitazioni imposte alla vita privata non risulta più commisurato ai benefici ottenuti nella lotta al virus. Nel complesso, si tratta di processi che possono rendere le persone meno accorte nel prevenire i contagi, un fenomeno che può essere amplificato anche dal parallelo bisogno di autodeterminarsi e sentirsi liberi.

 

Come affrontare e gestire la Pandemic Fatigue?

Una volta identificato il problema, ossia che lo stato di ansia è provocato dalla situazione di emergenza che ci si trova ancora una volta ad affrontare, è utile correre ai ripari. Tenere sotto controllo lo stress da pandemia è possibile. Prima di tutto è fondamentale accettare il fatto che si possa essere stanchi, spossati e demotivati. È una risposta normale dell'organismo e della mente, che come autodifesa rispondono ad uno stato cronico di stress.

Entrare in contatto con le proprie emozioni è un primo passo verso una maggiore consapevolezza e la costruzione di una migliore condizione di benessere. In questa direzione, può essere molto importante anche condividere le proprie emozioni e i pensieri sulla condizione di pandemia poiché la condivisione ha l’effetto immediato di farci uscire da una condizione di isolamento e solitudine che sono parte del problema.

Molto spesso, quando ci chiudiamo in noi stessi, ci priviamo della possibilità di rispecchiarci nell’altro, di comprendere che non siamo da soli nelle difficoltà, di osservare i problemi da un’altra prospettiva e di sviluppare strategie nuove e più funzionali, rafforzando la nostra resilienza.

Può aiutarci anche lavorare sulle nostre rappresentazioni mentali, nello specifico rispetto al nesso tra il rispetto personale delle restrizioni e i benefici che derivano alla comunità di cui anche il singolo fa parte, rafforzando il nostro senso di auto-efficacia. In sostanza sarebbe utile riconoscere, con consapevolezza autentica, il profondo impatto che la pandemia ha avuto sulle nostre vite e trovare modi significativi per coinvolgerci vicendevolmente, nel rispetto delle restrizioni, a favore dei singoli e delle reti relazionali e sociali di riferimento.

Laddove diventasse difficile gestire sentimenti depressivi o un’ansia eccessiva si apre la possibilità di rivolgersi ad un  professionista, non bisogna dimenticare che la salute del nostro sistema immunitario dipende anche dal nostro benessere psicologico. Se ci sentiamo bene siamo anche più protetti dalle infezioni e dalle altre malattie. Il Consultorio Antera Onlus offre la possibilità di essere supportati nella gestione di tali problematiche attraverso la nostra equipe di psicologi-psicoterapeuti nelle tre sedi di Roma, Fiumicino e Monterotondo.

Cos'è il Coaching Alimentare?

Il modo in cui ci alimentiamo è profondamente influenzato dai nostri vissuti e dalle nostre emozioni, per questo è nato il Coaching Alimentare, un nuovo approccio che si basa sulla collaborazione di nutrizionisti e psicologi i quali, insieme, riescono ad esplorare le relazioni tra pensieri, sentimenti e credenze inconsce sulla nutrizione, il loro impatto sulle condotte alimentari, sul metabolismo e sulla persona nel suo complesso.

Il Coaching Alimentare può essere definito come una metodologia che si basa sull’aiutare le persone a raggiungere obiettivi e modificare le proprie abitudini alimentari che da soli faticano, o sono impossibilitati a modificare.

Attraverso questo  percorso la persona identifica e supera i propri ostacoli, crea l’ambiente adeguato e adotta l’atteggiamento necessario per raggiungere il cambiamento desiderato, cosa che, invece, può essere ostacolata dai ripetuti tentativi fallimentari di diete generiche e “fai da te”.

 

Per chi è pensato il percorso di Coaching Alimentare?

Il Coaching Alimentare è rivolto a chi vuole un aiuto per perdere o acquistare peso; a chi ha un disturbo del comportamento alimentare ed ha bisogno di un aiuto psicoterapeutico specifico, all'interno di questo percorso strutturato in collaborazione stretta con la figura del nutrizionista; a bambini e adolescenti in sovra/sottopeso e alle loro famiglie; non ultimo a persone affette da patologie cliniche, come ad esempio il diabete, ricevendo un supporto sia nell’accettazione che nella gestione della malattia, affrontandola da un punto di vista sia nutrizionale che psicologico.

 

Perché due figure professionali all'interno del coaching?

Il lavoro in equipe di uno psicologo con un nutrizionista garantisce un percorso integrato e multidisciplinare nel quale la presa in carico del paziente è a tutto tondo e si caratterizza per un continuo interfacciarsi delle due figure professionali, conducendo sedute con la sola presenza dello psicologo o del nutrizionista ma con un raccordo continuo delle due figure professionali si può procedere lungo la stessa linea e sviluppare un progetto terapeutico personalizzato e integrato a tutto tondo. In alcuni casi dove la valutazione iniziale evidenzia particolare necessità,  può essere attivato un gruppo virtuale con la presenza congiunta dei due professionisti.

Il nutrizionista avrà il compito di seguire la persona dal punto di vista dell’alimentazione, redigere un piano dietetico che rispetti le sue esigenze e monitorarlo nel tempo.

Lo psicologo si affiancherà e supporterà il percorso di cambiamento, lavorando sulle componenti emotive sottostanti, sulle possibili frustrazioni ed eventuali blocchi, aiutando il soggetto a raggiungere gli obiettivi stabiliti.

La nostra esperienza ci ha dato conferma di come il continuo scambio e confronto fra le due figure professionali permetta di valorizzare le loro competenze e di amplificare l'efficacia del loro operato, accogliendo e aiutando la persona in maniera più globale.

Il Consultorio Antera Onlus offre a Roma, Fiumicino e Monterotondo percorsi di Coaching Alimentare costruiti ad hoc sulla persona, guidati da psicologi-psicoterapeuti in collaborazione con  nutrizionisti specializzati e professionali che lavorano costantemente in sinergia tra loro.

E' possibile l'attivazione di un percorso anche in collaborazione con nutrizionisti che già seguono la persona prima di accedere al nostro centro, con i quali sarà nostra premura metterci in contatto.

Se desideri ulteriori informazioni sul Coaching Alimentare e sui servizi legati alla nutrizione nelle diverse sedi di Roma, Fiumicino e Monterotondo, contattaci, ti risponderemo quanto prima.

Disturbi del comportamento alimentare del bambino

In una società dove l’aspetto diventa sempre più importante, si sta abbassando sempre di più l'età media in cui si manifestano i primi sintomi legati ai disturbi alimentari, primo campanello d’allarme.

La cultura predominante sembra spingerci in questa direzione, ma il corpo non è tutto e quando lo sguardo dell’altro diventa uno specchio deforme dobbiamo stare attenti all’impatto che le immagini di bellezza e perfezione possono avere sulla crescita individuale.

Nell’era 4.0 sono le immagini a comunicare, più delle parole, il che lascia presupporre che si dia più rilevanza all’involucro che al suo contenuto e questo oltre ad essere impensabile è anche pericoloso.

Ecco qui qualche dato: ogni anno si registrano 8.500 nuovi casi di persone che si sono ammalate di un disturbo alimentare e ad ammalarsi sono soprattutto le donne, con un’incidenza del 95%. Secondo gli esperti inoltre, anoressia e bulimiahanno un esordio prevalentemente adolescenziale. Altri disturbi, come ad esempio il Binge-Eating (detto anche Bed – acronimo dell’inglese Binge Eating Disorder, Disturbo da alimentazione incontrollata) caratterizzato da abbuffate che ricorrono ciclicamente, possono avere una comparsa più tardiva.

Il più diffuso, tra i disturbi alimentari nei bambini, è il comportamento selettivo, Arfid (disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione del cibo) per cui i bambini mangiano solo alcune tipologie di cibi, escludendo tutte le altre. La scelta viene fatta in modo abbastanza casuale, per categorie che possono essere il colore o il tipo di consistenza: ci sono bambini che mangiano solo cibi bianchi, altri che mangiano solo cibi semi-solidi come frullati o pappine, altri ancora, per esempio, solo pasta al pomodoro e hamburger. Immediatamente dopo abbiamo la neofobia, cioè la paura dei cibi nuovi.

 

Difficoltà transitorie o disturbi alimentari?

Attenzione, se vostro figlio/a fa qualcosa di simile a quanto descritto sopra non significa che soffre di certo di un disturbo alimentare.

E' importante prestare attenzione al comportamento alimentare dei bambini, ma senza entrare subito in allarme, se ci sono delle “anomalie” cercate di comprenderne le cause, tanto più che gli esperti ritengono che fino ai 4/5 anni alcune di queste difficoltà con il cibo possono essere ritenute normali, la linea di confine tra normalità e disturbo può essere molto sottile: se un bimbo, che ha superato i 4/5 anni è semplicemente un po’ schizzinoso, magari protesterà anche in modo energico all’introduzione della nuova pietanza, ma accetterà di assaggiare e mangiare un cibo nuovo. Un bambino con disturbo selettivo, invece, molto difficilmente mangerà qualcosa di diverso: piuttosto andrà a letto senza cena.

Come nell’adolescente, anche nel bambino il disturbo alimentare può essere il sintomo di uno stato di disagio, che può avere varie cause: può esserci stato un lutto importante, oppure l’arrivo di un fratellino vissuto in modo molto complicato, delle difficoltà emotive e relazionali, tutti aspetti che si traducono concretamente in difficoltà nella relazione con il cibo.

 

Cibo è relazione: rischi e opportunità

Il cibo non è solo nutrizione, ma anche relazione. Se dall’alimentazione si toglie l’aspetto relazionale, è possibile che l’alimentazione stessa diventi un ambito di tensione.

Un altro segnale potrebbe essere il rifiuto del bambino a partecipare a occasioni sociali – feste di compleanno degli amici, cene di classe – che lo mettono in difficoltà perché si rende conto di avere con il cibo un rapporto diverso rispetto a quello dei coetanei.

Allo stesso tempo però c’è anche poca attenzione generale all’alimentazione dei bambini. Non solo si sta poco attenti alla qualità di quanto gli si propone, con il cibo spazzatura che impazza anche tra i più piccoli, ma gli stili di vita degli adulti, sempre molto impegnati fuori casa, fanno sì che spesso i bambini mangino da soli e questo di certo non può essere un beneficio per nessuno, tanto meno per un bimbo.

Occorre restituire all’alimentazione l’importanza che ha, sia rispetto alla scelta e alla preparazione degli alimenti, sia rispetto al suo ruolo relazionale.

 

Importanza della prevenzione dei disturbi alimentari nell'infanzia

Poiché si tratta di disturbi complessi, con origine multifattoriale, non esistono rimedi semplici e provati al 100% per la loro prevenzione, ci sono però degli atteggiamenti che possono aiutare molto:

Ad esempio:

  • Coinvolgete il bambino nella preparazione del pasto e della tavola;
  • Cercate di condividere il menù con tutta la famiglia, alternando alimenti accettati e alimenti “evitati” (che non devono essere però eliminati del tutto);
  • Orari e spazi del pasto devono essere definiti (è preferibile che il bambino non mangi in salotto davanti alla TV, mentre mamma e papà sono in cucina);
  • Abbiate un atteggiamento accogliente, comprendendo le difficoltà di vostro figlio;
  • La tv dovrebbe essere spenta, il pranzo o la cena sono momenti dediti al convivio, alla relazione.

 

Ritrovate il piacere della spontaneità e della cura, che si parli di cibo e/o relazioni … “Provate ad essere come bambini. Non fate le cose perché sono assolutamente necessarie, ma liberamente e per amore. Tutte le regole a quel punto diverranno una specie di gioco.” (Thomas Merton)”

 

Il Consultorio Antera Onlus può offrire un supporto specializzato alle famiglie che vivono delle difficoltà con i lori figli legate al cibo, valutando per ogni situazione la specificità di un intervento che possa essere supportivo. Se desideri maggiori informazioni o avere un confronto con un nostro Psicologo Infantile sulla tematica contattaci, saremo lieti di risponderti il prima possibile.

Sentirsi giù, senza voglia, senza desideri, pensare al passato con nostalgia, oppure con un senso di impotenza, lo sguardo basso, tutto risulta appannato, velato dalla tristezza...

Sebbene tutti nella propria vita abbiamo passato dei momenti di scoraggiamento, e forse anche di disperazione, si può parlare di Disturbo depressivo solo quando i vissuti depressivi sono così persistenti da assorbire la gran parte delle nostre energie, al punto di rendere molto difficile e nei casi estremi impossibile il normale vivere quotidiano.

Tipicamente, in questi casi, la depressione riduce drasticamente la qualità della vita danneggiando diverse dimensioni: la sfera lavorativa o di studio, la vita familiare, la qualità del sonno, le abitudini alimentari.


Sintomi degli episodi depressivi

Il Disturbo depressivo presenta diversi sintomi. Più intensi e numerosi sono i sintomi e più il Disturbo depressivo è grave. Va detto, però, che la presenza dei sintomi può variare nel tempo:

  • Umore depresso: tristezza, scoraggiamento, sentimenti di vuoto, di perdita di senso, di futilità e di disperazione
  • Perdita dell’interesse o del piacere nei confronti di tutte le attività che solitamente la persona trovava piacevoli. Perdita del desiderio e del piacere sessuale.
  • Perdita dell’appetito e del peso (senza osservare una specifica dieta). O al contrario aumento dell’appetito e del peso.
  • Insonnia o ipersonnia (aumento della durata del sonno) quasi tutti i giorni.
  • Agitazione e irrequietezza o, al contrario, rallentamento psicomotorio.
  • Mancanza di energia, senso di affaticamento, scarsa resistenza.
  • Bassa autostima, sentimenti di colpa e di autosvalutazione eccessivi, senso di inadeguatezza.
  • Difficoltà a concentrarsi. Difficoltà di memoria. Difficoltà a prendere decisioni (tutto sembra eccessivamente difficile).
  • Pensieri ricorrenti in tema di morte e suicidio.

Possiamo fare una distinzione tra episodi acuti della durata di alcune settimane (Depressione maggiore), da una condizione più stabile (Distimia), in cui i sintomi sono meno intensi e possono durare per anni.

E' importante sottolineare come non sia il caso di allarmarsi se si sperimenta saltuariamente qualche sintomo depressivo, come, ad esempio, un momento di bassa autostima o di agitazione. Si può parlare di Disturbo depressivo solo quando la persona non riesce più a gestire il proprio malessere al punto che il suo funzionamento in ambito sociale o lavorativo è drasticamente compromesso. Ad esempio, quando la persona, sopraffatta dai propri sentimenti di scoraggiamento, si allontana sempre di più dalle proprie amicizie fino a perderle, o quando è talmente poco concentrata sul lavoro da venire licenziata.


Cause delle depressione

In generale le cause della depressione sono riassumibili in tre fattori:

  • Fattori biologici: si riferiscono alle alterazioni a livello di neurotrasmettitori, ormonale e nel sistema immunitario. Ad esempio alterazioni nella regolazione dei neurotrasmettitori quali noradrenalina e serotonina, alterando la trasmissione degli impulsi nervosi possono incidere sull’iniziativa del soggetto, sul sonno, su rimuginioe nelle interazioni con gli altri.
  • Fattori psicologici e sociali: a livello psicosociale, eventi di vita stressanti sono stati ben riconosciuti come fattori precipitanti gli episodi depressivi, tra questi vi possono essere lutti, conflitti interpersonali e familiari, malattie fisiche, cambiamenti di vita, essere vittima di un reato, separazioni coniugali e dai figli, situazioni di isolamento sociale come quelle vissute durante il lockdown. Tra questi eventi possiamo trovare anche cambiamenti nelle condizioni lavorative o l’inizio di un nuovo tipo di lavoro, la malattia di una persona cara, gravi conflitti familiari, cambiamenti nel giro di amicizie, cambiamenti di città, ecc.
  • Fattori genetici e fisiologici: i familiari di primo grado di individui con depressione maggiore hanno un rischio di sviluppare il disturbo da due a quattro volte maggiore rispetto alla popolazione generale. Ad essere ereditata geneticamente è la predisposizione a sviluppare il disturbo, non il disturbo vero e proprio!


La depressione è dunque un fenomeno complesso che nasce dall’intersecarsi di fattori predisponenti e fattori scatenanti psicologici e fisici. In altre parole (volendo utilizzare dei termini tecnici) si può dire che la depressione sia un disturbo multifattoriale.

 

Come un percorso terapeutico accoglie e affronta la depressione

Il lavoro psicoterapeutico cerca di ascoltare e dare valore a questa  visione di fatuità esistenziale – il che non significa condividerla – darle dignità, ridando alla depressione uno statuto di legittimità prima di metterla in discussione, considerarla come un moto dell’animo inevitabile e collegato alla condizione umana. Una volta stabilito che il sentimento depressivo è normale e legittimo ci si può chiedere quale sia il vero nemico da combattere.

Il peggiore è il compiacimento dell’essere depressi, ovvero l’identificazione alla maschera luttuosa della depressione. All’attaccamento al proprio essere depressi non c’è farmaco o psicoterapia che possano incidere, perché ogni terapia basa la sua efficacia sulla motivazione verso il cambiamento.

Sarà cura del terapeuta scandagliare gli abissi insieme al suo paziente, e se troverà degli isolotti nel mare di desolazione provare a vedere quanto esso siano abitabili.

Sentirsi compresi nella sensazione di totale desertificazione tipica della depressione è un importante punto di partenza per ogni percorso terapeutico.

 

Il Consultorio Antera Onlus, nelle sedi di Roma, Monterotondo e Fiumicino offre la possibilità di incontrare psicologi e psicoterapeuti esperti nelle difficoltà legate alla depressione, accogliendo e accompagnando gli individui all'interno di percorsi specifici e costruiti ad hoc sulla persona, lavorando, qualora la situazione lo renda necessario, anche in sinergia con la figura dello psichiatra.

Il nostro servizio di Psicologia e Psicoterapia a Roma nella nuova sede in zona Colli Albani è aperto a tutti e ci rivolgiamo dal singolo individuo, alla coppia, ai bambini, ai genitori, alla famiglia, ed è orientato alla comprensione e definizione del problema ed alla ricerca di eventuali strategie di trattamento adeguate.

All'interno del Consultorio Psicologico Antera puoi trovare diverse figure professionali. La consulenza psicologica può essere di tipo preventivo, per trovare soluzioni a problemi che si stanno per manifestare, quindi agendo anticipatamente può risolverli o quantomeno ridurli. E’ il caso di alcuni passaggi fondamentali dell’adolescenza che mettono in crisi le famiglie. Oppure la consulenza psicologica può riguardare uno specifico disagio (ansia, depressione, insonnia) di un individuo per definire un programma di intervento curativo mirato.

Alcuni dei nostri servizi si rivolgono a:

Disturbi d'AnsiaAttacchi di PanicoDisturbo post traumatico da stressStressDepressioneDepressione post partoSuicidioAnoressiaDisturbi dell'apprendimento

In genere è importante riconoscere quando è opportuno chiedere aiuto ad uno psicologo e nel caso presso la nostra sede a Roma in zona Colli Albani troverai tutti i servizi di Psicologia e Psicoterapia rivolto all’età evolutiva, all’adolescenza, all’età adulta e alla terza età, alle coppie e alle famiglie.

 

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Non è facile ammettere di aver bisogno di aiuto , ma se sei arrivato su questa pagina vuol dire che sei già a buon punto ed hai maturato l'idea che uno psicologo può esserti di aiuto.

Se desideri un confronto o semplicemente un parere puoi telefonarci, i nostri psicologi saranno lieti di rispondere alle tue domande e insieme capiremo se è necessario un percorso psicoterapeutico o meno.

Telefonando al Consultorio Antera di Roma in zona Colli Albani puoi essere certo di affidarti ad un team di psicologi altamente specializzato.

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