Anoressia e sostegno psicologico

CHE COS’E’ L'ANORESSIA

Il termine anoressia deriva dal greco e letteralmente significa “mancanza di appetito”. In realtà l’anoressia non è caratterizzata dall’assenza di appetito, tutt’altro: almeno nelle fasi iniziali ed intermedie lo stimolo della fame è presente e tenacemente combattuto; infatti il nucleo fondamentale della patologia è il rifiuto di mangiare, con una conseguente abnorme riduzione del peso corporeo rispetto ad età ed altezza del soggetto sofferente, il quale si rifiuta di mantenere il livello di peso minimo adeguato, continuando a manifestare un comportamento finalizzato al mantenimento e all’incremento della riduzione ponderale. Alla base apparente di questo rifiuto vi è un’eccessiva e persistente preoccupazione riguardante la forma e il peso del proprio corpo: la stima di sé dipende dalla capacità di esercitare un controllo assoluto sull’ingestione di cibo e sulla dimensione corporea.
Questo comporta dei danni per la salute fisica e psicologica: nelle ragazze (le più colpite da tale disturbo)  il primo sintomo fisico è certamente la perdita dei cicli mestruali.

 

CARATTERISTICHE DELL'ANORESSIA

Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali suggerisce la presenza dei seguenti criteri affinché si possa effettuare una diagnosi di anoressia nervosa:
Rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per l’età e la statura (peso corporeo al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto). Questo significa che la persona presenta un indice di massa corporea inferiore a 18,5. Ricordiamo che l’Indice di massa corporea si calcola con la seguente formula:Peso (in Kg): Quadrato dell’altezza (in m)
I valori normali sono compresi tra 18,5 e 24,9. Valori al di sotto di 16 indicano condizioni particolarmente gravi.

  1. Intensa paura di acquistare peso o di diventare grassi, anche quando si è sottopeso.
  2. Alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del proprio corpo, influenza eccessiva dell’immagine corporea sul livello di autostima, rifiuto di ammettere la gravità della condizione di sottopeso.
  3. Nelle femmine dopo il menarca, amenorrea, assenza di almeno 3 cicli mestruali consecutivi.

Inoltre il Manuale distingue due sottotipi di Anoressia Nervosa:

  • con Restrizioni: il soggetto non presenta regolarmente abbuffate o condotte di eliminazione (vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, diuretici)
  • con Abbuffate/Condotte di Eliminazione: il soggetto presenta regolarmente abbuffate o condotte di eliminazione (vomito autoindotto, uso inapprorpriato di lassativi, diuretici).

COMPLICANZE 
Una delle caratteristiche fondamentali dei Disturbi del comportamento alimentare è la presenza di numerose complicanze, sia psicologiche che fisiche, che derivano dal protrarsi dei sintomi primari che caratterizzano la patologia. Dal momento che nella terapia devono essere necessariamente affrontati, sembra doveroso menzionarli.
Gli apparati che possono essere interessati dalle complicanze sono soprattutto:

  1. Apparato cardiocircolatorio (danni al muscolo cardiaco, molto gravi e con esiti anche mortali);
  2. Apparato gastrointestinale (lesioni ulcerative a esofago e stomaco, rottura di stomaco, riduzione della motilità intestinale, difficoltà digestive, ingrossamento del fegato, epatite acuta, pancreatite);
  3. Apparato muscoloscheletrico (riduzione della massa muscolare e ossea, con osteoporosi da moderata a grave);
  4. Apparato genito-urinario (amenorrea, sterilità, insufficienza renale acuta o cronica);
  5. Sistema Nervoso Centrale (riduzione delle prestazioni cognitive, perdita di memoria e concentrazione);
  6. Sistema Nervoso Periferico (formicolii e perdita della sensibilità agli arti).

La malnutrizione  si manifesta con una generale riduzione del metabolismo basale (il corpo percepisce le carenze nutrizionali e inizia a 'risparmiare', limitando il consumo di energia), che si ripercuote velocemente sulla funzionalità della tiroide che, tra le varie funzioni svolte, regola la temperatura corporea: infatti il freddo alle estremità costituisce un sintomo tipico.
La carenza di proteine è spesso responsabile della comparsa di gonfiore e lividi alle gambe e al volto, ed è un segno grave, perché correlato ad un'aumentata mortalità.

 

CAUSE DELL'ANORESSIA

Come per tutti i disturbi mentali, anche nel caso dell’anoressia è molto difficile individuare una causa certa che conduce all’esito psicopatologico. Infatti probabilmente possiamo individuare più di un elemento che non svolge tanto un ruolo determinante nell’insorgenza del disturbo, ma che interagendo con altri aumenta la probabilità che esso si manifesti. Vediamo schematicamente quali potrebbero essere questi fattori:

  • Fattori individuali
  • Fattori genetici: presenza di più persone nello stesso nucleo familiare che hanno sofferto dello stesso disturbo;
  • Differenze di genere: la maggioranza dei pazienti è di sesso femminile; per le ragazze la pubertà è precoce, ed è causa di un anticipato aumento ponderale determinante nell’insoddisfazione corporea che porta ad un regime dietetico ipocalorico; purtroppo l’anoressia spesso inizia proprio con una dieta dettata dal desiderio di migliorare la propria immagine corporea;
  • Fattori psicologici: insoddisfazione corporea; bassa autostima, instabilità affettiva (ansia, depressione, perfezionismo);
  • Fattori comportamentali: il comportamento appreso di rifiuto del cibo tende a perpetuarsi grazie a meccanismi di autorinforzo, ovvero più si rifiuta, più si perde peso, più si è soddisfatti, più si tende ad irrigidire il rifiuto. Di solito ciò inizia con restrizioni dietetiche;
  • Fattori ambientali
  • Influenze socio-culturali: modelli di bellezza socialmente condivisi giocano un ruolo su una certa vulnerabilità individuale; a dimostrazione di questo i disturbi del comportamento alimentare hanno una prevalenza maggiore nelle culture di tipo occidentale, mentre in altre culture sono praticamente assenti; inoltre i mass-media contribuiscono alla diffusione del messaggio che essere magri significa essere belli e vincenti;
  • Influenze relazionali: nelle famiglie delle pazienti anoressiche si riscontrano spesso delle organizzazioni più o meno disfunzionali: un clima rigido, conflittuale o iperprotettivo, scarsa coesione, organizzazione o adattabilità, poche capacità espressive, maggiore orientamento al successo; notiamo che le problematiche possono essere molto diverse; inoltre menzioniamo un altro tipo di influenze relazionali, ovvero quelle dei pari, che magari in modo indiretto, tramite l’esempio comportamentale, mandano messaggi di implicito sostegno ad alcuni comportamenti.

Nessuno dei fattori menzionati può da solo essere considerato la causa dell’anoressia; al contrario è la presenza e l’interazione di più fattori di rischio che aumenta la probabilità dell’insorgenza del disturbo

 

COME AFFRONTARE L'ANORESSIA E IL DISAGIO PSICOLOGICO CHE NE DERIVA

L’anoressia spesso esordisce con una dieta volta al miglioramento della propria immagine corporea, o comunque con una marcata alterazione delle abitudini alimentari: si assiste all’assunzione selettiva di alcuni cibi come mele, verdure, creckers, con l’eliminazione di tutto il resto fino ad arrivare al salto dei pasti e ai digiuni prolungati. Il peso diminuisce notevolmente, ma non si è mai soddisfatti, e quindi si continua. L’anoressia è un disagio psicologico, ma comporta dei gravi rischi per la salute fisica, mettendo a repentaglio la vita stessa della persona che ne è affetta a causa del grave deperimento organico che comporta: per questo è importante rivolgersi ad uno specialista o meglio ancora ad uno dei numerosi centri specializzati nella diagnosi e nella cura dei Disturbi alimentari attualmente esistenti, ed intervenire il prima possibile per evitare la cronicizzazione del distutrbo. In tali centri si attua una terapia multidisciplinare complessa, poiché coinvolge diversi specialisti (nutrizionisti, endocrinologi, vari medici internisti in base alle specifiche problematiche, psichiatri, psicologi, psicoterapeuti) cercando di curare tanto l’aspetto fisico, quanto quello psicologico. Appare chiaro che la famiglia ha un ruolo fondamentale nel rilevare l’insorgenza di questo disagio, perché i suoi membri sono i primi testimoni dei drastici cambiamenti nel regime dietetico del soggetto: senza confonderli con dei semplici cambiamenti di gusto, la sensibilità genitoriale certamente saprà riconoscere l’inadeguatezza di certi comportamenti alimentari che comportano l’esclusione di cibi fondamentali per la salute, e conseguentemente stimoleranno la ricerca di un aiuto specialistico. Anche amici e conoscenti sono testimoni di cambiamenti: il soggetto non è disposto a variare il regime alimentare che si è imposto e quindi eviterà uscite al ristorante o anche semplicemente gli incontri al bar. Insomma, tutte le persone che a vario titolo hanno un ruolo nella vita del soggetto possono attraverso attenzione e sensibilità rilevare il disagio e stimolare la richiesta di aiuto.

 

CONSIGLI PER CHI SOFFRE DI ANORESSIA

Se una persona si accorge di trovarsi nella situazione descritta, ovvero ha effettuato un cambiamento drastico nelle abitudini alimentari nella direzione di una sempre maggiore selettività fino all’esclusione completa di molti alimenti e al digiuno, ha perso molti, troppi chili scendendo al di sotto del livello di indice di massa corporea normale (18,5), avvertendo comunque di non essere soddisfatta, e sentendosi sempre più ossessionata dalla preoccupazione costante per le forme e il peso del proprio corpo, deve chiedere aiuto, rivolgendosi al medico curante o, meglio ancora, ad uno dei numerosi centri specializzati nella diagnosi e nella cura dei Disturbi alimentari sparsi in tutta Italia. Forniamo la formula per il calcolo dell’Indice di massa corporea. Peso in Kg : altezza (in m) al quadrato Se il risultato di questa semplice operazione è inferiore a 18,5 siete sottopeso; se il risultato è inferiore a 16 la situazione è particolarmente preoccupante.

 

CONSIGLI PER I FAMILIARI DI PERSONE CHE SOFFRONO DI ANORESSIA

Quando in famiglia ci sono figlie (o figli) adolescenti che manifestano problematiche alimentari di questo genere, i genitori:

  • possono cercare di migliorare la comunicazione tra tutti i componenti della famiglia specie quella con i propri figli;
  • devono evitare di colpevolizzare la figlia per i  cambiamenti del comportamento alimentare, senza far riferimento al modello della "brava ragazza";
  • devono evitare di autocolpevolizzarsi per primi, ma piuttosto cercare di essere una risorsa costruttiva per i disagi e le sofferenze della figlia;
  • devono ricordare che il problema alimentare è solo l'apparenza di un disagio psicologico molto più profondo che può essere nato nella figlia in età infantile;
  • non insistere e non discutere a tavola se la figlia rifiuta il cibo; 
  • evitare di  accentrare tutta l'attenzione solo su quella figlia e su quel problema, specie se in famiglia ci sono altri figli;
  • non devono rinunciare alla vita di relazione e sociale della famiglia isolandosi da amici e parenti per nascondere il problema, senza tralasciare di proporre il proprio appoggio alla figlia che soffre in ogni possibile situazione critica; 
  • se la famiglia ha l'abitudine di mangiare riunita è bene cercare di stimolare la ragazza a restare a tavola con gli altri;
  • nessuno, in famiglia, deve assumere il ruolo di controllore del peso della ragazza; 
  • quando è possibile, cercare di entrare in argomento con la figlia e semmai delegare il  primo approccio al proprio medico di famiglia che potrà arrivare agli specialisti adatti. Rivolgersi a specialisti è il passo imprescindibile da compiere per la terapia dell’anoressia.

 

CONSIGLI PER GLI AMICI, COMPAGNI DI SCUOLA, INSEGNANTI DI PERSONE CHE SOFFRONO DI ANORESSIA

Gli amici, i compagni di scuola e gli insegnati possono essere utili ad una ragazza sofferente pur sempre con molta cautela.
Gli insegnanti:

  • possono dare maggiore ascolto e attenzione alla ragazza che mostra qualche problema;
  • individuata una ragazza a rischio, che mostri, per esempio, repentini cambiamenti di comportamento, gli insegnanti possono stimolare una discussione o meglio un colloquio, sempre in privato, mai davanti agli altri alunni;
  • gli insegnanti, in particolare quelli di biologia e scienze naturali, possono organizzare corsi sulla nutrizione (spesso la persona con problemi manifesta particolare interesse);
  • gli insegnanti possono consigliare la famiglia per indirizzarla verso centri specializzati.

Gli amici:

  • non devono prendersi da soli la responsabilità di controllare l'amica sofferente;
  • non devono sostituirsi alla famiglia nel ruolo di sostegno;
  • non devono mai essere giudicanti nei confronti del problema o di un comportamento anomalo;
  • non devono mai dare consigli sul peso, sull'attività fisica o sull'aspetto di una persona, non devono controllare ciò che la persona mangia;
  • non devono promettere di mantenere il segreto delle rivelazioni confidenziali della persona malata troppo a lungo; è bene informare presto un familiare, ma non prima di averne parlato con la persona interessata.

 

ANORESSIA E PSICOTERAPIA

Attualmente l’intervento ritenuto più efficace nella cura dei disturbi alimentari è certamente l’approccio terapeutico  integrato, in cui più figure si occupano a livelli diversi del soggetto, dei familiari o dei compagni. Si tratta di una terapia lunga, in media 2 anni, polistrutturata (medici, nutrizionisti psicologi/psicoterapeuti, terapeuti familiari, educatori), che si pone diversi obiettivi:ripristinare il ritmo biologico alterato al fine di consentire un buon funzionamento psico-fisico (la malnutrizione porta con sé gravi sintomi depressivi ed ossessivi) ed arginare i pericolosi effetti fisici dei sintomi alimentari (digiuno, vomito, lassativi 
Accogliere i disagi e le paure dei soggetti e creare un clima di confronto al fine di facilitare l’acquisizione di più funzionali stati cognitivi ed emotivi per superare la crisi. Proprio la paura di crescere, di vivere, di prendere decisioni determina un blocco e perpetua i sintomi, provocando enorme sofferenza 
Trattare le eventuali patologie concomitanti, sia fisiche, come i disturbi gastrointestinali ed endocrinologici, sia psicologiche, come depressione, disturbi di personalità, ecc..;
Mobilitare le risorse interne al nucleo familiare, coinvolgendo genitori e fratelli in un percorso terapeutico volto ad acquisire una buona empatia e una buona complicità finalizzata ad un obiettivo comune: il miglioramento. Questo obiettivo non è affatto semplice da conseguire perché alcune dinamiche familiari possono svolgere un ruolo nell'insorgenza e nel mantenimento del disturbo.  
La terapia farmacologica può essere utile nell'ottica di un trattamento integrato, come sussidio agli interventi nutrizionali e psicoterapeutici, che costituiscono la chiave di volta dell’intervento. 
I primi sono funzionali a garantire la sopravvivenza della paziente, messa seriamente a repentaglio; senza di essi, talvolta non ci sono neanche le condizioni per avviare una psicoterapia, che però è necessaria perché consente al paziente di trarre le risorse per "sciogliere" i sintomi ed il malessere, imparando un modo di affrontare la realtà e di leggere se stesso più costruttivo e più adeguato. 
Sono stati proposti interventi non focalizzati sui sintomi, interventi comportamentali focalizzati sui sintomi, interventi focalizzati sul sistema famiglia. Dunque l’approccio integrato prevede l'utilizzo di diversi tipi di psicoterapie nei diversi momenti di malattia; ad esempio l'alimentazione meccanica (intervento di tipo comportamentale puro che tratta il cibo come un farmaco stabilendo rigidamente cosa, come e quanto mangiare) ha molto senso nei primi momenti di terapia, quando i sintomi sono così forti da mettere a rischio al vita del paziente o compromettere la sua capacità di partecipare in modo attivo alle cure. In concomitanza, le tecniche comportamentali dovrebbero essere affiancate da interventi più specifici sul concetto di sé, sulle relazioni familiari e interpersonali disturbate.  Nella fase I (il primo mese) le sedute sono spesso programmate due volte la settimana, durante la fase II (un anno circa) settimanalmente e durante la fase III (sei mesi circa) due volte al mese. Se gli obiettivi riguardanti il peso sono raggiunti, divengono prioritarie le problematiche personali e interpersonali identificate con il soggetto.  E’ necessario specificare che tale terapia può essere effettuata a livello ambulatoriale o molto più spesso sotto ricovero. Nel primo caso la perdita di peso non estrema, la patologia non si è instaurata da lungo tempo, non ci sono gravi complicazioni mediche, vi è una motivazione al cambiamento, e l’ambiente familiare è abbastanza funzionante, nel secondo la perdita di peso è grave ed inarrestabile, vi sono problemi psicologici e/o comportamentali non trattabili a domicilio, gravi disfunzioni familiari, anche conseguenti alla patologia. Comunque se entro un mese il trattamento ambulatoriale non sortisce effetti si ricorre al ricovero. 

 

ANORESSIA E TERAPIA FARMACOLOGICA

Attualmente l’intervento ritenuto più efficace nella cura dei disturbi alimentari è certamente l’approccio terapeutico  integrato, in cui più figure si occupano a livelli diversi del soggetto, dei familiari o dei compagni.nSi tratta di una terapia lunga, in media 2 anni, polistrutturata (medici, nutrizionisti psicologi/psicoterapeuti, terapeuti familiari, educatori), che si pone diversi obiettivi:ripristinare il ritmo biologico alterato al fine di consentire un buon funzionamento psico-fisico (la malnutrizione porta con sé gravi sintomi depressivi ed ossessivi) ed arginare i pericolosi effetti fisici dei sintomi alimentari (digiuno, vomito, lassativi 
Accogliere i disagi e le paure dei soggetti e creare un clima di confronto al fine di facilitare l’acquisizione di più funzionali stati cognitivi ed emotivi per superare la crisi. Proprio la paura di crescere, di vivere, di prendere decisioni determina un blocco e perpetua i sintomi, provocando enorme sofferenza 
Trattare le eventuali patologie concomitanti, sia fisiche, come i disturbi gastrointestinali ed endocrinologici, sia psicologiche, come depressione, disturbi di personalità, ecc..;
Mobilitare le risorse interne al nucleo familiare, coinvolgendo genitori e fratelli in un percorso terapeutico volto ad acquisire una buona empatia e una buona complicità finalizzata ad un obiettivo comune: il miglioramento. Questo obiettivo non è affatto semplice da conseguire perché alcune dinamiche familiari possono svolgere un ruolo nell’insorgenza e nel mantenimento del disturbo.  
La terapia farmacologica può essere utile nell’ottica di un trattamento integrato, come sussidio agli interventi nutrizionali e psicoterapeutici, che costituiscono la chiave di volta dell’intervento. 
I primi sono funzionali a garantire la sopravvivenza della paziente, messa seriamente a repentaglio; senza di essi, talvolta non ci sono neanche le condizioni per avviare una psicoterapia, che però è necessaria perché consente al paziente di trarre le risorse per "sciogliere" i sintomi ed il malessere, imparando un modo di affrontare la realtà e di leggere se stesso più costruttivo e più adeguato. 
Sono stati proposti interventi non focalizzati sui sintomi, interventi comportamentali focalizzati sui sintomi, interventi focalizzati sul sistema famiglia. Dunque l’approccio integrato prevede l'utilizzo di diversi tipi di psicoterapie nei diversi momenti di malattia; ad esempio l'alimentazione meccanica (intervento di tipo comportamentale puro che tratta il cibo come un farmaco stabilendo rigidamente cosa, come e quanto mangiare) ha molto senso nei primi momenti di terapia, quando i sintomi sono così forti da mettere a rischio al vita del paziente o compromettere la sua capacità di partecipare in modo attivo alle cure. In concomitanza, le tecniche comportamentali dovrebbero essere affiancate da interventi più specifici sul concetto di sé, sulle relazioni familiari e interpersonali disturbate.  Nella fase I (il primo mese) le sedute sono spesso programmate due volte la settimana, durante la fase II (un anno circa) settimanalmente e durante la fase III (sei mesi circa) due volte al mese. Se gli obiettivi riguardanti il peso sono raggiunti, divengono prioritarie le problematiche personali e interpersonali identificate con il soggetto.  E’ necessario specificare che tale terapia può essere effettuata a livello ambulatoriale o molto più spesso sotto ricovero. Nel primo caso la perdita di peso non estrema, la patologia non si è instaurata da lungo tempo, non ci sono gravi complicazioni mediche, vi è una motivazione al cambiamento, e l’ambiente familiare è abbastanza funzionante, nel secondo la perdita di peso è grave ed inarrestabile, vi sono problemi psicologici e/o comportamentali non trattabili a domicilio, gravi disfunzioni familiari, anche conseguenti alla patologia. Comunque se entro un mese il trattamento ambulatoriale non sortisce effetti si ricorre al ricovero

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